Sono andata in uno spazio che è occupato da prima che nascessi, a 45min di bici da casa, in mezzo alle frasche, per farmi una pizza: ecco il resoconto del rituale ermetista della politica.
Per la precisione si è trattato di una cena stile bellavita, dove chiunque viene e porta qualcosa, se può, e tutto si condivide, con tanto che chi abita qui ha già fatto centinaia di panetti per le pizze, allestito e tutto il resto, sicché rimane solo da impastare e condire con quello che c’è, e quello che c’è è anche molto buono.
Per arrivare attraverso un tot di quartieri e sento la drum, perché ha il ritmo delle pedalate, e perché la bass è antisistema. Colgo l’occasione per interiorizzare la nausea che mi regalano i viali del centro, con i SUV parcheggiati negli appositi slot della grande piazza. So che per molte persone attraversare una città è una cosa normale, ma sotto casa mia danno fuoco alle macchine, e i SUV non vengono parcheggiati. Non ricordo quando ho iniziato, ma ho l’abitudine di sputare in terra di fronte alla borghesia, e i rituali sono fondamentali, e le tradizioni si rispettano.
Esco dal comune. In mezzo alle campagne senza luce si accoda un’altra bici. Le probabilità che non stia andando dove vado io sono prossime allo zero, ma aspetto un lampione prima di parlarci per non inquietarla. Ha il gps montato sulla bici e mi fa strada fino allo spazio.
“Non ho la catena”, mi dice.
“Le leghiamo insieme”, rispondo.
È una cosa ovvia, ma di fronte ad uno stabile occupato da oltre trent’anni ha tutt’altro, ingiustificato, gusto.
Entriamo e scopro che lo spazio è una piccola chiesa con due grandi tavolate sui lati dell’unica navata, e l’abside (o insomma dove sta di solito il pedofilo) è una cucina col forno a legna. Ci stanno un paio di persone con cui ho parlato solo una volta e che mi hanno invitata, un padre che gioca a scacchi con il figlio piccolo, una donna trans vecchio stampo, nonno anarchia, e pochi altri. Io ho portato quello che avevo in casa: due patate e una cipolla col germoglio lungo 30 centimetri ma inspiegabilmente non ammuffita. Born to work, world is a squat, 504’495’304 CVs SENT, non posso permettermi di più.
Faccio due chiacchere con chi c’è e nel mentre giro lo spazio: è meraviglioso, tenuto bene, rustico, ha una sala con un intero palco, dancefloor e degli strumenti, una zona notte, un’altra cucina, un giardino e non so che altre cose, e il tutto sembra una specie di agriturismo anarchico, mentre di solito capito in situazioni molto più urbane. Sulle pareti ci sono file di caschi da moto, qualcuno da sbirro, altri trofei di guerra, un’ascia per la legna col manico di oltre un metro, un miliardo di poster con le iniziative dello spazio e un mosaico immenso, rigorosamente esoterico, che capeggia sopra a dove starebbe il cristo. Le finestre sono inferrate e il portone ha una blindatura piuttosto nuova, e sotto il mosaico, appunto, si fa la pizza. Tutta la storia ed il senso dello spazio nel giro di un’occhiata.
Siamo una trentina e la pizzeria è partita. Ci metto un po’ a capire che quello che sta succedendo è un esperimento di autogestione, e non una volta ho visto qualcuno dare una direttiva od organizzare le operazioni. Non ci sono file per accedere agli impasti o al forno, se non quelle del “dopo vorrei farlo io”. Mi accorgo solo dopo aver preso un panetto che sto per fare Smatteria “dall’Ermetista” Pizzeria ed Autocoscienza nella maniera più letterale dell’espressione. Siccome a questa cosa del “rituale della cucina” ci credo davvero, faccio la mia pizza dando significato al gesto, e al contesto, e agli ingredienti, e al loro ordine. La pizza l’ho fatta bianca, perché i rossi sono i comunisti, e questi sono anarchici, e questo rende la pizza migliore, e non devo argomentarlo perché così è stato, e la pizza era migliore.
Aspetto la pizza in forno.
“…capito? Ci stavano i pazzi e dicevano: “a fuoco! a fuoco!”, e gli dicevano “siete pazzi!”, e invece i pazzi erano loro!”
Un signore sulla settantina, alto un metro e venti, col baffone e la cuffietta e una felpa nera antagonista, ciondola al centro della cucina e fa esattamente il nonno.
“Capito?”
“No, non ho capito”
“Qua fuori sta il manicomio. Gridavano a fuoco, e gli davano dei pazzi. E invece era il nostro tetto”, e indica in alto.
Il nonno era un militante, e il legno del tetto non sembra vecchio quanto il resto.
Ai tavoli è come una taverna fantasy. Le pizze sono tutte spettacolari, un po’ tutte alla napoletana, conditissime. Si chiacchera, si fuma, si beve, e niente è di nessuno, e tra il nonno e il vino sembra di essere ad una cena coi parenti, e mi sono chiesta quante come me non hanno proprio nessuna cena coi parenti, sicché trova un senso di famiglia in posti del genere. Parlo con una persona: mi fa il discorso del “la società civile è tutta una menzogna” e mille altre cose che condivido. Viene un’altra persona: dice lo stesso, ma parla strettamente in termini di filosofia post-modernista. Provo in giro ma non trovo con chi parlare ermetista, e passo quindi ai meri dialoghi maieutici. Una signora è affascinata dal mio nome al femminile e mi parla del glutine, e un signore fa una battuta sui “maschietti” senza venire ferocemente rieducato, ma semplicemente ignorato. A rigor di metafora, questi sono gli zii strambi.
La serata va avanti, vengono tirate fuori altre scacchiere, e dal forno iniziano ad arrivare le pizze con la nocciolata. Non sento parlare neanche una volta di cocaina, eppure condivido la tavolata con un gruppo di gente che dipinge sui muri, e li chiamo così perché non sono né un collettivo né una crew, perché litigano tra loro, e sono eredi di una cultura che non mi vogliono spiegare, e portatori di nessun messaggio se non l’atto in sé di graffittare, e questo vuol dire poco, e questo vuol dire tanto. È davvero un momento di socialità per una cinquantina di persone che, al di là di tutto, hanno problemi ad integrarsi con la società, e che hanno davvero solo questo in comune, perché in tutto il resto siamo persone normali. “Io sono anarchica come persona, e solo dopo ho scoperto il pensiero”, mi sento dire. Uno mi racconta della presa di coscienza a 11 anni. “Amico mio, non sai come ti capisco”, dico a entrambe.
Tra noi c’è quel pugno di persone che abita qui, ma non risalta. Il vino fa il suo effetto, si scherza forte, qualcuno si emoziona nel raccontare una storia e si alza in piedi. Non sento molto, ma è una storia di guerra, una canna di fronte ad un dj fascista ed un poliziotto prima di uno scontro, o qualcosa del genere; come le taverne fantasy, e le cene di famiglia, e il cazzeggio con gli amici.
Perfino gli “occupanti” sono diversi tra loro. Sta una ragazza che mi somiglia un po’. Una che parla a stento, e a stento parla italiano. Uno con una botta perenne, che gioca a scacchi in silenzio per tre ore di fila, e fa una pizza di cristo, molto più della facile battuta. Penso mi starebbe simpatico, ma il massimo dell’interazione è stato che una volta mi ha sgranato gli occhi come a dire “che botta c’ho”, e mi accontento. Questa gente, non si sa come, è finita a squattare, in uno spazio che resiste esattamente da mani pulite ed è sopravvissuto a tutto berlusconi, sgomberato due o tre volte, e questa gente forse sa cosa vuol dire mangiare poco, o mangiare soli, o mangiare male, o mangiare sempre a casa, e apre lo spazio come sala mensa, e fa centinaia di panetti di pizza per tutti e tutte, e niente di strano succede se non una comunità anche abbastanza vaga, anarchica a prescindere dall’elaborazione filosofia specifica dei presenti, dove ognuno fa un po’ come vuole e ci si trova come vuole, ed è l’unico posto dove persone come noi si trovano bene, perché lo shopping, e i bar, e i ristoranti, e i fast food, e i cinema, e i teatri, e i concerti, e le spiagge, e le montagne, e i treni, e i voli, e gli hotel, e la bellavita delle persone normali, non sono pensati per noi, non convincono noi, non includono noi, chiedono troppi soldi da noi, chiedono troppa sottomissione da noi, chiedono troppa credulità da noi, chiedono troppa quiete da noi, chiedono troppa complicità da noi, e noi siamo persone che mangiano la pizza tutte insieme, e sulle pareti c’è scritto di non portare denaro.
Art. 634 bis Codice Penale (11 aprile 2025)
Chiunque […] occupa o detiene senza titolo un immobile […] è punito con la reclusione da due a sette anni.
Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile, ovvero riceve o corrisponde denaro o altra utilità per l’occupazione medesima, soggiace alla pena prevista dal primo comma.
Il Barocchio Occupato
Qui alcune informazioni sullo spazio:
Lo spazio su Gancio e gli eventi
La storia della porta (si, l’ho trovata da sola notando la porta, volevo tirarmela un po’)