Glaciers melting in the dead of night, and the superstar’s sucked into the supermassive.

Matter close to a black hole formation appears to be deterministically included inside its event horizon at its birth, millions of years before it is actually swallowed.

As our science is that of the whole, hence of the hollow, all ideas around its center are bound to be parsed, reduced by a dimension, and holographically impressed on its edges.

As our science is that of the full, hence of the hole, all arguments expelled around its axis are bound to be radiated, backgrounding the whirlwind of only-apparently structured matter which cannot escape gravity.

As the whole is the only, and the void is the negative of its borders, in the mirroring of the Cosmos against what it is not, the ripples of stars’ implosions are a shiver down the spine of Creation, a sensation resonating from its skin to its heart, and from its deep back to the edges.

What are books of words and acts of goodwill to such a scripture of heat and waves?

Burn, shine, implode: make the Cosmos feel its own dream.

YLE

96 ore di vivere

“potresti passare anche quando non ci sono eventi”, e allora decido di andare allo squat di venerdì pomeriggio.

fa caldissimo, salgo per la prima volta nell’abitativo e mi accoglie l’acrobata. non siamo così amiche e allora commentiamo gli oggetti in camera, il disordine, il caldo. facciamo su due canne, mettiamo su un set del manfree, cazzeggiamo.

è stata in africa e vicino oriente. ha fatto un servizio per una delle più importanti trasmissioni d’inchiesta dell’era berlusconiana. sa fare le capriole sul posto, salire sul bastone cinese, cantare, suonare, ballare, recitare, prendersi cura delle persone, divertirsi, dire e pensare cose serissime. ha libri sullo sciamanesimo. ci scambiamo storie di vita, facciamo amicizia come se fossimo le persone più normali del mondo. durante le chiacchere coglie tutte le occasioni per mettere in ordine un pezzettino, mi regala dei vestiti, mi meraviglia con storie e battute. sorride un casino. le persone normali brillano così tanto?

persone normali lo siamo. una signora straniera mi becca a ballare da sola in camera mentre l’acrobata piscia, e due ore dopo mi ingaggerà per insegnarlo alla sua prole. la sua prole, signora, mi ha regalato una limonata ghiacciata dal nulla, due settimane prima, insieme a mille altri gesti carini e segreti che non capisco in che modo mi sono guadagnata, non le dico questo ma la risposta è sì, lunedì balleremo con le bimbe.

passano i ragazzi, ci lasciano per andare in radio. noi andiamo a fare un salto al tabacchi, siamo sulla prima campagna della città, giriamo per le villette e siamo d’accordo che essere le zecche del quartiere non è poi così male. la rete dello stabile che è stato recintato dopo il recente incendio, mi informa l’acrobata, ce l’ha una conoscente. ora stanno i pannelli d’acciaio, “valli a rubare”. per fortuna non servono.

Dice che i cerchi nel grano li hanno fatti i piccioni. decine di piccioni. io non mi capacito: quanto può pesare un piccione? le spighe di grano sono alte, secche ma resistenti. puoi camminarci attraverso senza lasciare chissà quale traccia, e lo so perché l’ho fatto.

La sera c’è la bellavita vegana, ma sono l’unica ospite. i ragazzi sono tornati, si cazzeggia fino a tardi, mi dicono che il giorno dopo c’è una festa in un’occupazione in collina.

allora il giorno dopo, ottenuta la location, faccio un’ora di bici in sella a jamal bin jabul howlader, poi scalo collina e boschetto in gonna e camicetta, e arrivo al monastero occupato. vengo accolta da una decina di ninfe seminude che fanno il trucco per il seguente evento drag da tenersi nella cappella sconsacrata. mi trattano bene, mi fanno fare una doccia. contemporaneamente ci sono macchinette e console. mi aggrego alla metà di situazione elettronica, suoniamo un po’, io sono la più scarsa ma nessun me lo fa pesare. non conosco nessun.

il sole manco cala che ho già cominciato a ballare. da ora in poi la serata sarà pause: per rincorrere bicchieri altrui, fare finta di tenere il bar, perdere e cercare cose, innamorarmi a caso, e attività prestabilite.

una ragazza che pensavo fosse un’altra persona fa capolino dalla porta d’ingresso. è giovane, bellissima, mesta. sembra abbia perso il gatto. incrociamo lo sguardo e si apre subito. ha ansia: non ha mai performato così, si vergogna. voleva fare uno strip+pole sulle note dei massive attack, ma ora ha i ripensamenti. dei MA conosco solo una canzone ma so che sono compagni. “ti va se la ascoltiamo?” sei minuti in silenzio a sentirmi il pezzo. non so niente ma penso di riuscire a mettere in fila abbastanza frasi diabolicamente incoraggianti da tirarla su. sembra funzionare.

alle panche una coppia di lesbiche gigantesche e totalmente adulte. una bionda ha i tatuaggi in faccia, l’ho già beccata più volte, le ho rotto i coglioni cercando di farla ballare e penso mi odi da allora. ha sempre la faccia da “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”, e a me quindi non dice proprio niente, perché non ne so un cazzo.

la sua tipa invece è una chiacchera. una maman sudamericana, è gentile e attenta a come si esprime. mi dice che viene dalle favelas ma è stata adottata da una famiglia borghese in adolescenza, e che non ha problemi ad avere vite totalmente distinte contemporaneamente. risponde al telefono in ambito medicina emergenziale. mi dice che in sudamerica la questione del rispetto è diversa: tu hai diritto di dire frocio a un frocio, e quello ha il diritto di tirare fuori il ferro e spararti. passo così una mezz’ora, a farmi spiegare la vita vera, e su questa conversazione come infinite altre ci sarà sempre un’enorme censura, perché ste cose non si capiscono a farsele raccontare di prima mano, figuriamoci di seconda.

Si sblocca l’altra. “prima si poteva andare con lo scooter senza la patente. una volta nei vicoli abbiamo preso in pieno una volante, la mia amica è andata via in ambulanza e io son scappata”. e poi lo dice: “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”. faccio domande che non le piacciono, ma si vede che vuole raccontare cose anche lei. mi spiega cos’è la vita, stavolta nella genova di metà anni novanta, e sono contenta.

arrivano le performance drag rigorosamente nella cappella. c’è un bel po’ di gente, è tutto bellissimo, e purtroppo bisognava esserci. la timida si esibisce ed è fantastica.

la ribecco fuori per farle i complimenti, è con due tipe prese bene. le ho incrociate appena arrivate perché ballavo e si sono avvicinate alla dancefloor, ma non abbiamo comunicato. anche ora non comunichiamo molto, poi vado a ballare. mi richiamano: mi offrono l’m. chi sono io per rifiutare?

balliamo tutta la notte nel giardino, a me non sale niente ma so farmela salire, loro due invece perse totalmente. a fine serata facciamo che scendiamo dalla collina e torniamo alle bici tutte insieme? facciamo che domani andiamo al fiume tutte insieme? facciamo che rimani a dormire da noi? si però ho perso: telefono, tabacco, beauty case. mi aiutano con tutto, vado a dormire da loro.

non so dove siamo, in un bilocale in una palazzina storica. è totalmente tappezzato di riferimenti alla libertà personale, all’automiglioramento, alla pace nel cosmo e alla politica hardline primomondista. ci sono i libri sullo sciamanesimo. mi rendo conto che non so chi siano queste persone, neanche i nomi, e chiaramente quelle mo stanno ancora nell’iperuranio e comunque sono le sei del mattino e il giorno dopo si va al fiume “con l’amica sobria” e la non-più-timida.

e fu nanna e fu mattina e le chiacchere ancora poche e l’amica responsabile passa a prenderci e andiamo alle pozze ma sbagliamo ingresso e scendiamo il fiume correndo sulle pietre per quasi un’ora prima di trovare la prima pozza utile e ancora non ci siamo parlate e io non so né chi siano né dove mi trovo né dove mi sono trovata finora. l’amica sobria è una dottoranda ed una sciamana e facciamo un po’ di discorsoni. ha gli occhi chiarissimi ed è nello spettro, come penso anche le altre, in questo noi generale. dice che teme un po’ di chiudersi nella bolla, inizio a capire di essere stata sgamata come sciamana, che loro usano fare amicizia così, andando un po’ a colpo sicuro. non riesco a dirle che le stavo cercando ma non fa niente.

torniamo da loro, cuciniamo, ceniamo. finalmente parliamo. sulla politica direi proprio che ci siamo, di questioni di vita ci sono storie da raccontare, di metafisica non parliamo. torno a casa che non mi sono fatta un’idea di niente: del tempo trascorso, di queste persone, di me stessa. non so indicare i miei spostamenti su una cartina, non ho mai saputo che ore erano, non rispondo ai messaggi da tre giorni.

e lunedì sono di nuovo allo squat dal pomeriggio, e di nuovo l’acrobata, e le bimbe, e la musica, e la cena, e i racconti a tavola, stavolta anche assemblea, e il laboratorio, e l’orto, e mille altre cose che a scriverle ci metto un secolo, e non le so mettere in prosa, e a farlo ci metterei un secolo, è già tanto capire di che scrivere per dare almeno un’idea. ad esempio ho passato un’ora in uno spazio nascosto dove abita una delle persone che conosco un po’ meglio. è una trans vecchio stampo. sgamo l’esistenza del rifugio seguendo una bassline e mi accoglie nel suo antro. la roulotte è tutta legno, fichissima, confortevole, addobbata bene. ci sono libri sullo sciamanesimo. mi racconta la questione di genere per me, mi fa provare dei vestiti anche abbastanza hardcore, me li regala tutti in una borsa a spalla di cip e ciop ancora nuova che si appende perfettamente a jamal. la abbraccio e faccio tesoro anche della sua profondità di vita, insieme alle altre dieci che ho raccolto in queste ore, alle centinaia che raccolgo negli anni, le migliaia che raccolgo nella vita. becco la persona che ha messo in giro la storia dei piccioni nel grano e mi conferma tutto. dice: si gettano tutti insieme e poi a raspare, cosi mangiano il grano. li ha visti coi suoi occhi: mi fido.

tutto scritto così, in maniera stanca, quando l’unica cosa che vorrei dire è che sto in fotta con la vita, con queste persone, con questi spazi e con queste esperienze, e non so come comunicarlo se non elencando le infinite, infinite cose che mi ricordano di essere viva e di quanto è meraviglioso il cosmo, sparate in faccia anche novantasei ore di fila, e poco importa se la candela che brucia il doppio dura la metà, perché un weekend di questi vale dieci anni di sofferenza, e tutti i weekend sono weekend di questi, cioè della mia vita di cui non mi costa niente ammettere che mi piace un casino.

“Ma che ne sapete voi della vita?” niente, ma mi applico

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On the God of Fear and Hunger

IN THEIR ETERNAL BLISS OF CHAOS AND LOVE

the presence of Gro-goroth withered,
watered in rivulets until the last
of Sylvian’s drop was salt in deserted cups;

and the LIFE-IN-DEATH horror
of Fear and Hunger festered putridly,
purely as nails of abandonment
still, unmoved, grasping at their backs:

fed now on the cusp of abyss-inversion
upon which Sulfur rekindles, filling
its shape with the borders of STILLNESS.

Ascension, the Machines, watered in rivulets
until their last drop poisoned Ninush’s crops;
until the god of Fear and Hunger
the GOD’S LIMIT again is made into,

and all else is not.

On warriors

O WARRIOR, SUSBTANCE OF HURT:
swirl your axes under the night-sky,
scare us with your greatness!

The cook knows their trade and
woodcutter has it in the name:
war’s not a job but its own cut.

O JESTER, SUBSTANCE OF WAR:
swirl your axes under the night-sky,
amaze us with your juggling!

خَلِّيك فَضَّي

stamattina avevo appuntamento con xxxx, il mio spaccino, che sta in barriera dove abitavo io, cioe’ dall’altra parte della citta’

ma lui e’ carino con me, ed e’ probabilmente tra gli ultimi anche nel mondo degli spaccini, e ormai abbiamo fatto amicizia quindi continuo a prendere da lui

insomma stamattina mi ghosta ma io vado a cercarlo lo stesso, non lo trovo e l’ultima volta che e’ andata cosi mi son detta: spendo una parte del mio budget adesso, dove trovo, e la maggior parte aspetto xxxxx

vado al parchetto davanti a dove stavo di casa. stanno tre nigeriani all’ombra, su un prato, gli faccio avanti e indietro e mi chiedono cosa cerco

gli do i soldi, “aspetta qua” e parte alla ricerca. non so esattamente come funziona, mi immagino diversi modelli organizzativi (e non) dietro quello che capita

insomma rimango li con una donna che sta seduta a gambe stese su un cartone, con la musica, e decido di attaccare bottone su quella

non parla molto italiano, mi dice che e’ musica nigeriana, mi chino a guardare il telefono, poi mi siedo in terra li vicino

mi dice vieni sul cartone e io tutta contenta me ne vengo sul cartone e li me ne sto

e mi passa un cannone allucinante

e davvero me ne sto li per un tempo indefinito, magari un quarto d’ora, venti minuti, ad aspettare che torni il tizio con la droga

non ci diciamo quasi niente, arriva un altro tizio, parlano un po’, inizio a farmi l’idea che la signora sia a capo della situazione, o comunque un pezzo centrale informativo, perche’ parlano in inglese e qualcosa capisco, e parlano di movimenti di persone e cose nei dintorni, mentre gli uomini girano, si guardano intorno, prendono direttive

e io me ne sto li con sta reggaeton nigeriana, mi sale il cannone, sono le 12 sotto un albero in un parchetto, c’e’ sole ma tira un po’ di vento, e me la godo da morire

finalmente torna il ragazzo ed effettivamente sembrano comunicare addirittura la manovra di riavvicinamento

arriva il tizio e mi passa con nonchalance l’erba arrotolata ai cinque euro di resto, e sembra dire “hai visto che classe?”, e’ soddisfatto

e io a quel punto me la stavo godendo con gli altri con la musica e ho capito che quello che ha fatto non era un gioco, ma un lavoro pulito, e lui era proprio un fico, e la maman pure dice “lui e’ bravo”

e si che e’ bravo, gli sorrido, gli dico grazie mille frati, prenditi sti cinque euro dai, sei un patatino

e abbiamo fatto un po’ convivialita’, ci siamo abbracciati, abbiamo confermato che la musica era proprio ballereccia, che c’era il sole e ce la stiamo godendo nonostante tutto

insomma abbiamo connesso, io devo andare, mi prende e mi dice qualcosa, che mi sono ripetuta duecento volte ma mi sono scordata, e me la traduce: piano piano

come a dire, take it easy

yes brother piano piano

baci e abbracci di nuovo, prendo la bici e me ne vado sballettando, piano piano
2:40 PM

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Smettere di immaginare

Da quando sono nata non faccio altro che vivere, e questo è un bel problema.

Ogni giorno mi sveglio e mi chiedo il senso di essere qui, e che dovrei farmene. Mi chiedo com’è fatto il mondo, di cosa è fatto, come funziona, e perché. Sono fatta così, di soli dubbi, e questo modo di stare al mondo ha un sacco di nomi e declinazioni. A me piace dire: ermetista; o ingenua.

Queste cose me le sono sempre chieste sia di giorno, sia la notte, e questo mi ha fatta notare che dubbio e sogno, tra loro, si scannano. Quando, in situazioni di politica, mi trovo con persone che mi invitano a sognare, non so che pesci prendere. Non sono pronta per questa conversazione, e non lo sarò mai. Vivere, per me e per descartes, alla meglio è dubitare, e dubbio e sogno insieme non stanno. Il dubbio ha solo regole, i sogni solo libertà. I miei pensieri hanno quindi tutti, irremidiabilmente, la forma obbligata del dubbio, e nient’altro. Diversamente da sogni colorati di meraviglie, somigliano alla caverna di platone, al matrix delle wachowski, al panpsichismo quantistico, stranezze così, in scala di grigi. Rimango fregata dal pensare solo al dubbio, come socrate, bruno, stirner, schroedinger e zizek, una ciurma di pariah insopportabilmente polemica, e con problemi a dormire la notte.

Mi dicono: “i tempi chiamano per nuovi immaginari”. “Bisogna immaginare un mondo libero”, o perlomeno “di rispetto reciproco”; senza violenza, o perlomeno con “quella necessaria a far la pace”; senza soldi, o perlomeno con quelli che “purtroppo servono a campare”; senza culture, o perlomeno solo “quelle che evidentemente esistono”; senza impatto ambientale, o perlomeno “quello indispensabile a vivere bene”.
Io immagino, e vivo, anche senza i perlomeno. Me ne sto qui, a “rinunciare ai miei privilegi”, e aspetto, col cerino in mano, in attesa che chi parla, faccia. L’ermetista non ha fretta, mi dico.

Di che si immagina in questo secolo, in questo spigolo di occidente?

Distopie tecnologiche. Ma… ancora? Sono sorpresa che dopo un secolo di science-fiction, e due di science in generale, ci sia ancora altro da dire. Sulle pareti della caverna ho visto ombre con l’esatta forma delle cose di fuori, che ci manca solo di brillare invece che coprire. Non penso di poter scrivere meglio di dick, bradbury o asimov, e tra loro manco saprei scegliere. “Bisogna immaginare”, insistono.

Mi avete sfidata, o scocciata, o entrambe le cose. Ecco che è tornato il dubbio: “forse, sto sbagliando”. Il mio preferito.

L’avete voluto voi.

Io mi immagino il mondo come un grande oceano invisibile. Un oceano di notte, un mare di dirac, un vuoto siderale di buchi neri immersi in un pieno di energia occulta.
Io mi immagino su una piccola zattera, un piccolo disco volante, e sporgendomi mi dico: non so prevedere come cambieranno le onde, neanche tra ora e adesso.

Io mi immagino… io sono, perdio.

Io sono una piratessa da zattera alla deriva, con dodici pistole e un sacco di salsedine dentro alle orecchie. Chi sei tu che ti accosti? Ma come osi, non mi temi?

Giuro: fai un altro passo e sparo.

Ti sparo che tutta la vita sono stata solo sulle zattere, o a mare. A volte a mare ci casco, corpo di mille balene, perché sono imbranata. A volte mi tuffo, perché sono nata nel mentre che mia madre, che ha la fobia dell’acqua alta davvero, era nell’acqua metaforica ad annaspare. Allora ancora oggi, spesso, salto dalla zattera e nuoto all’impazzata, forse per abitudine, forse per natura. Mi tiene in forma, sai? Posso nuotare per mesi interi, nonostante il (o forse grazie a) tutto il rum che mi scolo. Quando sono stanca mi giro per guardare quanto mi sono allontanata, ma è sempre come se non avessi mai nuotato, o avessi nuotato in tondo, o come se la zattera mi fosse legata in vita e mi seguisse. Tu come te la spiegheresti? A me questo riempie di dubbi, e di salsedine.

Tu credi nei porti? Hai mai sbarcato sulla terraferma? Bang! Colpo di avvertimento.

Io ho sbarcato più volte. In segreto, chiaramente, perché la pirateria non è ben vista. Ho visto città, strade, campagne, feste, violenze, animali e ogni altra cosa strabiliante. Le cicatrici me le faccio tutte così, andandomele a cercare sulla terraferma. Una cosa che non ho mai fatto è salire su una montagna, davvero davvero, ma ogni volta che son sbarcata ho fatto l’amore, e bevuto, e studiato, e ballato, così tanto, ma così tanto, che nell’impazzare delle notti finisce sempre che mi risveglio sul molo.

A te piace fare l’amore? Bang! Questo te l’avrei puntato al cuore, ma sono strabica.

Io, quando sbarco, voglio dimenticare il mare, e solo l’odore intenso della salsedine mi ci riporta, se mi prende ubriaca e persa tra i bordelli. O meglio, non voglio dimenticare proprio il mare, piuttosto scordarmi di non aver attraccato alla terraferma ma a un’enorme zattera. Corpo di mille plot-twist!

Tu credi davvero nella terraferma? Bang! Muovi quei piedi, balla per me!

A me piace molto legare le zattere tra loro per fare zattere più grandi. Alla mia aggiungo le assi che la corrente mi porta. La carpenteria non è quello che so fare meglio, assolutamente, in parte perché ho un uncino al posto della mano sinistra, come vedi, e poi anche perché io voglio solo una grande zattera, non una zattera che sembri la terraferma. Mi sembra che chi non è pirata voglia fare zattere che sembrino altro, non so perché. Tu sei pirata, sotto quella pelle? Ti piacciono le zattere, o ti piacciono le bugie? Aspetta, arriva un’onda.

Com’è facile controbilanciare la zattera! Bang! Questo è per fartela andare a picco.

Così quadrata, cosi intuitiva. Chissà come fa chi si costruisce la zattera come uno yacht lunghissimo, o un catamarano tutto corde e timoni. Devono sia muoversi come se avessero un timone, sia accomodare davvero la zattera. Forse è anche per questo che mi piace attraccare alle grandi chiatte. Sono pericolose, ma divertenti. Si capovolgono per i motivi più strani, ad esempio arriva l’onda da un lato ma tuttə si fanno trovare sparpagliate, non sanno dove correre, si scontrano, si spingono, e alla fine l’onda butta tuttə a mare, e solo chi ha abbandonato subito la zattera non si bagna.

Tu credi nelle scialuppe di salvataggio? Bang! Per bucarti le mani, così che ti sfugga la scotta.

Fare grandi zattere. Divertente! Per me è più facile conoscere persone e fare esperienze così: costruendo insieme, dormendo insieme, mangiando insieme, cullata dalle onde, più che sbracciando e annaspando in acqua, o facendo a botte coi marinai da terraferma. Forse costruisco zattere per conoscere le persone, più che viceversa. Le enormi chiatte non vengono cullate dalle onde, bisogna inventarsi l’altalena e salirci. Che strano!

Hai visto quella flotta di terra che fa rotta verso la “terra delle barche possibili”? Bang! La fuliggine negli occhi per accecarti, antica tecnica della pirateria a salve.

E stanno li a correre e ad altalenarsi sulla chiatta. Ma perché non tornano sulle zattere, tu lo sai? Non vogliono sentire le onde? A volte mi metto a rincorrerlə, zoppicando, per chiedere che fanno, che immaginano. Da quelli sulle altalene ricevo sempre le stesse risposte. “Dondoliamo”. “Immaginamo la terra delle barche possibili”, “Pianifichiamo la rotta”. Ma davvero c’è bisogno di tutto questo dondolare, tutto questo pensare? Io non ne ho bisogno per vedere che le zattere possono essere allargate, legate insieme, e rese ospitali abbastanza da non avere desiderio di terraferma.
Non so come aiutare. Io so solo le storie che ho vissuto, come quelle che ti ho sparato finora, che sono tutte vere. Non come le storie di pesca. La mia immaginazione è limitata alla dolce e dura realtà della zattera, ferma e ondeggiante, equilibrabile e allargabile. Io vorrei aiutare, ma non riesco a prevedere il mare che cambia tra ora e adesso per tracciare quale rotta, per quale terraferma, se pur esiste. Io nella mia vita ho visto solo zattere e mare.

Per fortuna che, anche così conciata con la gamba, ci sono persone, come te, che non si fanno rincorrere sulla plancia, ma si siedono educatamente, e si fanno sparare.

Bang bang bang!

Non avvicinarti: fa’ un altro passo e ti amo.

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Bird ideas

What’s reality? I don’t know. When my bird was looking at my computer monitor I thought, ‘That bird has no idea what he’s looking at.’ And yet what does the bird do? Does he panic? No, he can’t really panic, he just does the best he can. Is he able to live in a world where he’s so ignorant? Well, he doesn’t really have a choice. The bird is okay even though he doesn’t understand the world. You’re that bird looking at the monitor, and you’re thinking to yourself, ‘I can figure this out.’ Maybe you have some bird ideas. Maybe that’s the best you can do.

— Terry A. Davis

On further imagination

The egoist archetype, and the mutualist archetype, always have been.

The egoist society, and the mutualist society, always have been.

The egoist imaginary, and the mutualist imaginary, always have been.

The believers in both and neither, always have been.

The doers in any, often are in the few.

Look at the time.

Outlier

Pezzente, andavo semi-regolarmente dalla casa popolare al dipartimento di psicologia comportamentale dietro l’angolo per essere testata in cambio di vile denaro.

I test duravano ore, tutti al computer, tutti varianti più o meno articolate di partite a turni di incentivi economici cooperativi/competitivi.

Questo è una specie di banca: a ogni turno, cinquanta persone decidono individualmente se guadagnare poco e redistribuire, o guadagnare di più e non redistribuire.

Io condivido sempre. Dopo i primi turni siamo già pochi; dopo una decina siamo io e numero 13 contro il mondo. Inizio a fantasticare di finire la sessione e provare a chiedere di mostrarsi. Dopo quindici turni rimango da sola.

Rimango da sola per un altro centinaio di turni. Per un tempo infinito, ostinata, in fondo alla lista, tra l’addormentata e il dissociata nel task che richiedeva solo un click, e tre minuti di attesa; un click, e tre minuti di attesa; a condividere sistematicamente, in religioso anonimato e laboratoriale silenzio, con 1 fantadollaro in tasca.

Qual è la lezione per la scienza? Qual è per i restanti quarantanove?

Qual è per me?

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