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Political hermetism against the estabilishment

Category: Uncategorized

Scienza Hermetica

Posted on February 19, 2026 - February 19, 2026 by hermestrismegistus

Il sapere scientifico si serve di vari strumenti logico-filosofici per produrre un sapere che sia il più possibile preciso, aperto, condiviso, stratificato, aggiornabile, coerente, e tante altre cose. È, come molte istituzioni, un gioco di equilibrio tra conservare e mutare, sia nella forma del sapere, intesa come tutto ciò che atto a produrre sapere scientifico (regole, istituzioni, strumenti…), che nella sostanza, intesa come tutto ciò che risulta dall’atto scientifico (leggi, modelli, statistiche…). La scienza sarebbe quindi, nel suo design, un sistema auto-propellente e auto-compensante, in cui il prodotto della scienza viene poi impiegato per ridefinire i presupposti dela ricerca scientifica.

Intesa in questo senso, la scienza mainstream risponderebbe perfettamente ai dei canoni condivisibili, quali la democrazia del sapere, la sua autorevolezza, la sua falsificabilità, la sua tensione al progresso, e via discorrendo. A me paiono tuttavia evidenti numerosi aspetti problematici della ricerca scientifica, intesa come fenomeno storico. Questi problemi, secondo me, sono da ricercarsi in quegli aspetti che impediscono o invalidano quei processi di libertà e cambiamento che si pensano propri dell’attività di ricerca, e credo che fintanto non si avranno delle conseguenze a queste considerazioni, le mie essendo tra l’altro gocce in un oceano di sapere già prodotto in merito alla storia e alla sociologia della scienza.

Ogni tanto vorrei quindi raccontare come, secondo me, la ricerca scientifica non è, né nella sua forma, né tantomeno nella sua sostanza, in accordo con la sua natura (desiderata o meno) di processo in divenire, ed è proprio dalla sua implicita vocazione di “opposizione al cambiamento” che, dal particolare al generale, e viceversa, impedisce a sé stessa di funzionare correttamente. E in fare questo vorrei parlarne in termini teorici e pratici, perché penso che non ci sia problema senza esercizio.

Il primo risvolto pratico che mi piacerebbe indurre sarebbe quindi questo: che, se non hai già delle opinioni a riguardo, ti informassi da te sulla questione prima di andare avanti con la lettura, così da non porti, almeno in questa, come lettrice passiva, ma partecipe di una discussione in corso, perché questo contributo è, per quel che mi riguarda, tanto divulgazione quanto opinione.

La scienza non è aperta, molto più seriamente di quel che si dice

Come introduzione a questa sezione vorrei consigliare di dare anche solo una rapida occhiata alla incredibile vita di Aaron Swartz.

Il costo del sapere

Innanzitutto sappiamo che accedere al sapere costa, e anche caro. Chi si occupa di ricerca conosce benissimo questo problema perché, se si limitasse a ciò che può accedere attraverso gli abbonamenti della propria istituzione, si troverebbe così limitata da non poter lavorare. Non solo: vederebbe solo quella selezionata e pagata dalla sua istituzione.

La pezza a questo problema, in teoria, sarebbe la “pubblicazione in open access” per come intesa dalle istituzioni scientifiche: qui puoi vedere come sta andando. A parte che i dati si commentano da soli, se letti bene; l’articolo è, comicamente, messo addirittura in termini di “mercato dell’open-access”, e lo misura in termini di profitti; e questo è un simbolo, e i simboli non possono essere rifiutati.

Il motivo, in generale, dietro alla chiusura del sapere, è il copyright. Il copyright sappiamo tutti cos’è, e io penso sia fascista, illogico, anti-economico e ingiustificabile. Anche a non essere contro l’idea di proprietà in generale, o di quella intellettuale in particolare, la scienza stessa si è incaricata di dimostrarne l’incoerenza e la natura predatoria: lascio quindi qui il testo completo della pubblicazione che ispira le mie considerazioni e, come esperimento e dimostrazione di quello che dico, qui trovi invece una review scientifica, in open-access. Questo è lo stato del dibattito: che dagli anni novanta trovi pubblicazioni scientifiche gratuitamente online sulla questione, e pochissima letteratura nella scienza. A me sembrano pessimi presupposti, comunque si voglia insistere a trovare il modo in cui funzionerebbe senza cambiare niente, perché questo è il modo in cui funziona senza cambiare niente, ed è di fronte ai nostri occhi.

Aggiungo quindi una considerazione scontata, ma che mi serve esplicitata, e cioè che il copyright è una tecnologia essenziale alla proprietà privata intesa nelle cornici istituzionali e di senso del “capitalismo”, ed è una tecnologia di mercato implementata nel sapere scientifico. Infatti, “the history of copyright starts with early privileges and monopolies granted to printers of books (wikipedia)”. Non è una posizione radicale dire che il copyright sulle pubblicazioni scientifiche è profondamente implicato nella “forma capitalistica della società occidentale”, virgolettato perché non so se credo a nessuno dei termini usati, ma è per capirsi.

Il risultato è che, nella pratica, il sistema si regge sui più grandi sistemi di pirateria della storia.

Da quello che si sa ad esempio di Sci-Hub, sia in mole di utilizzo che come esperienze comuni a tutti (mai conosciuto una ricercatrice che non lo usasse), è facile scoprire che proprio questo, e progetti affini, sono davvero, senza esagerazioni, la colonna portante delle nostre isitutizioni scientifiche, le quali, altrimenti, sarebbero semplicemente impossibili da far funzionare. Ad esempio c’è questo paper, intitolato, e vedrai, “Who’s downloading pirated papers? Everyone“. Se non si è convinti, consiglio di sperimentare il rituale di scaricare gratuitamente un paper senza piratarlo.

Questa la situazione, quindi: progetti e strumenti come VPN, sci-hub, thepiratebay, TOR e LibGen sono fondamentali alla scienza, eppure sono sistematicamente repressi, oscurati, e i loro promotori perseguitati, arrestati o portati al suicidio. Per un altro commento sulle conseguenze del mercato nella scienza, puoi leggere ad esempio qui, e se trovi altro di interessante fai sapere, perché non è davvero così discusso.

Il costo della ricerca

Su questo tema vorrei spendere poche parole, perché la questione è quella, sostanzialmente, della forma aziendalistica delle istituzioni del sapere, con tutte le loro implicazioni. Cioè: le aziende sono direzionate politicamente, sono economicamente limitate e hanno un design di tipo aziendalistico che le riordina in base al pareggio di bilancio e la massimizzazione dei profitti, e via discorrendo.

L’aspetto più interessante, per me, è in realtà la cooptazione nella ricerca. La comunità scientifica, con tutte le sue implicazioni in termini di poteri e rapporti, e budget e stipendi e quant’altro, definisce perentoriamente chi ha titolo a studiare, poi chi a fare parte della ricerca, e di queste persone poi sceglie di preferisce. E questo viene nel mentre che il resto delle istituzioni operano decisioni di ordine anche maggiore sugli stessi individui, sicché non è solo l’università a decretare se vi studierai, ma anche la tua condizione economica, sociale, legale e quant’altro.

Ora, di queste persone che vengono preferite dalle stesse istituzioni per farvi parte, solo una piccolissima parte ospiterà pensieri di rottura nei confronti delle istituzioni che lo stipendiano, in parte perché son state scelte in base anche a questo, e in parte perché chi è in rottura con il sistema scientifico difficilmente si proporrà per farne parte, o comunque non ne farà parte in maniera che a loro può soddisfare. Io, ad esempio, non mi sento gratificata dal mio lavoro di ricerca, né moralmente né scientificamente, anche e soprattutto perché risponde a delle logiche a cui non vorrei prendere parte.

Il costo dei costi

La ricerca di base è quell’attività di ricerca orientata al sapere in sé, senza essere incentivata dai possibili risvolti pratici o economici. La scienza assolve alle logiche del profitto con tutta quella ricerca che di base non è.

Oltre i limiti imposti dall’alto sulle università (leggi, dinamiche economiche, morale ecc.), la ricerca di base trova limite in quanto riescono ad ottenere i più alti sacerdoti dell’istituzione per sé, siano professoresse o ricercatori, in termini di libertà e fondi dalle proprie istituzioni di riferimento. Alternativamente, possono finanziarsi da sole.

La ricerca non di base è invece direzionata dall’alto: una pubblica amministrazione, un governo o un’impresa privata possono semplicemente proporre un proprio disegno di ricerca, e pagare l’università. Non so se esistono studi che dicano quanto è cosa, ma non mi aspetterei bei numeri.

Chiaramente questo si porta dietro che la ricerca scientifica è espressamente indirizzata da poteri politici, industriali e finanziari, con ovvie, pessime ricadute su quanto detto finora. Tutte queste considerazioni potranno anche sembrare ovvie, ma io penso che dovrebbero essere molto più tenute a mente, e che sia necessario fare qualcosa a riguardo.

La ricerca scientifica paga il fatto di avere dei costi con la propria libertà. Il mio rituale trasformativo, allora, è quello di fare una ricerca totalmente slegata a questo. Prima di arrivarci, però, vorrei fare alcuni ulteriori svarioni.

Il caso della statistica

Ti sei mai chiesta perché si chiama statistica? Si chiama statistica per lo stato, l’istituzione, proprio lui. Perché le statistiche erano i conti che servivano agli stati per misurare, controllare e deformare i fatti sociali, e la statistica era la scienza per farlo. Dimmi che la realtà non ha la forma della sua politica, dimmi che non c’è uno zeitgeist. Va bè.

Quando si parla della statistica come tendente alla normalizzazione, nel senso che tende a corrispondere le categorie di “normale” e “anormale” ai ritrovamenti di “comune” e “atipico”, di solito si risponde mostrando in che modo la statistica, nelle sue varie declinazioni, serve tanto quanto allo studio del comune quanto dell’atipico e, in ultima analisi, alle due cose nel loro insieme. Storicamente è falso, perché allo stato serviva esattamente una scienza che definisse normale e anormale, ma facciamo che è vero oggi.

Io dico: più o meno. Non voglio dilungarmi sull’epistemiologia, basti tenere a mente che la questione è piuttosto discussa e pregna di problemi. Voglio parlare di democrazia, perché le nostre istituzioni funzionano in base alle statistiche, si descrivono in base alle statistiche, modificano il mondo in base alle statistiche, e insomma sono le loro statistiche. E questo è vero anche per la scienza: usa statistiche, definisce statistiche su se stessa, e via discorrendo.

Una cosa interessante che discende dallo studio delle curve di distribuzione è che gli outlier spesso si sovrappongono, perché sono outlier in qualcosa che generalizza le specifiche situazioni di outlying. Mi spiego meglio: una persona come me, che è radicale e basta, è un outlier diciamo nell’approccio alla società (diciamo che da 1 a 10, dove 1 è la guerra allo stato, 5 è fare a patti col mondo come le persone normali, e 10 è Sergio Mattarella, io sto a 2), e quindi è outlier in tutta una serie di faccende che ne discendono.

Io sarei evidentemente un outlier nella ricerca scientifica: la gente come me ha così poca fiducia nella scienza, che non ci entra; quindi di default la gente come me, nella ricerca, non c’è. La scienza non è davvero un sistema dove si riproduce una distribuzione normale della società, ma qualcosa di perlomeno più stretto, sicuramente in termini di accordo/disaccordo con l’istituzione scientifica, e può darsi anche in altro.

E allora se metti insieme autoselezione e principio in qualche modo democratico capisci bene che hai già qualcosa che è di parte, e questo è normale per noi. Io già avrei dei dubbi, ma questo è il punto più serio: che la scienza è, comunque, normale che studia normale, o normale che studia anormale, ma non c’è molto di anormale che studia anormale.

E quello che voglio dire, quindi, è che gli anormali dovrebbero farsi una scienza propria e aggiungerla a quella normale, perché così come non voglio buttare l’istituzione scientifica per com’è, vorrei stressare che ha un buco pneumatico di sapere che non è recuperato da nessun’altra parte, e delle logiche che sono terribilmente di parte, e degli interessi e delle direzioni che sono piuttosto di parte, e questo in ultima analisi per scrollare un po’ di sacralità ideologica che la scienza si è riuscita a costruire. La scienza è una parte, di una parte, di una parte, in una maniera particolare, e con le sue influenze e i suoi giochi di poteri, ed i suoi problemi ed i suoi limiti, e il fatto che sia il meglio che può essere non è una risposta, perché in risposta a questo vuoto non dico di buttarla, dico di fare ANCHE altro, e di tenere a mente i problemi della scienza senza nasconderli sotto il tappeto di “facciamo il meglio possibile”.

Questa situazione, non prendiamoci in giro, non è la migliore possibile manco per la scienza in sé, figuriamoci per l’umanità in generale.

Le riviste

Qua andrebbero inserite le mie considerazioni su cosa sono le riviste, come funzionano, e cosa comportano. Siccome sono stanca e scriverlo sarebbe un po’ ridondante, e siccome questo è un paper ermetista, l’esercizio è che questo capitolo te lo puoi immaginare tu, se ti interessa, o puoi comunque informarti a riguardo e farti un’idea tua. :p

Scienza anormale

Metto le mani avanti: fin qui non sto dicendo né facendo niente di nuovo, esistono già alternative alla scienza normale, anche molto meglio argomentate, con un seguito. Sto solo aggiungendo i miei centesimi. I miei centesimi sono un po’ ermetisti, ma cerco di iniziarla e chiuderla in un paragrafo, e poi proseguo, giuro.

Gli ermetisti, come tanti altri, sono un gruppo di scienziati outlier al di là del tempo e dello spazio, e non devo argomentarlo, è vero e basta. Il loro progetto è davvero uno di scienza totale: vogliamo sapere tutto del cosmo, e qualsiasi fonte ha il suo valore, che può essere grande o poco a seconda di chi lo considera, ma mai zero. La scienza istituzionale fa parte delle cose da studiare, ma non è sopra né sotto le altre, e vale quello che vale a seconda di quali domande hai e come le vuoi approcciare.

Un muratore, per esempio, ha un sapere nel suo campo che, per quanto poco scientifico, oltrepassa di gran lunga quello di un chimico per quanto riguarda le sue faccende: come stendere la calce, come parlare con i colleghi, come gestire fame e lavoro; in ogni aspetto del suo lavoro la scienza può descrivere, pezzo pezzo, l’opportunità motoria di certi gesti, o l’opportunità comunicativa di certe frasi, e via discorrendo, ma non c’è una scienza olistica del muratore in tutti i suoi aspetti, se non dentro il muratore stesso.

Questo dell’unione dei saperi è un problema così grande nella scienza, che nel tempo sono cominciate ad emergere scienze binomiali: la bio-fisica, l’informatica umanistica, la sociologia economica, e così via. E questa produce saperi binomiali: i neural network per le AI, ad esempio, sono una formalizzazione computazionale, davvero e senza scherzi, di neuroni.

E questo segue sempre che una scienza è limitata in un problema complesso, e quindi si aggiungono scienze fino a risolvere quella complessità. E con i neural network si è raggiunto un livello per cui inizia a diventare più importante intendere l’AI come mente e non solo cervello. Che si fa? Si passa da binomiali ad ennarie a piacere, così che esiste oggi, ad esempio, scienze della mente, che a contare da quante scienze è composta non se ne esce più, perché raggiunge quella complessità necessaria per portarla avanti.

Bellissimo, stiamo facendo un bottom-up, e funziona. Vuoi vedere che il fine è, effettivamente, trovare risposte più trasversali possibile, per problemi che a descriverli sempre meglio, sono i più complessi possibile?

Io dico che se questo modo di fare è convincente, al posto di combatterlo si potrebbe anche estendere, ad esempio, al sapere in generale: come gli ermetisti e tanti altri, affrontare i problemi dell’umano con tutti i saperi di cui l’umano dispone, senza sputare sopra gli uni o gli altri perché hanno una matrice non scientifica istituzionale.

Questa non è scienza normale, e non ha posto nella scienza istituzionale, che giustamente vuole rimanere nei suoi confini. A ognuno il suo dico io: e allora io mi rivolgerò alle istituzioni del sapere anormale per fare ricerca anormale.

Sacrifici e guadagni

Penso che, per motivi di comunicazione efficace, dovrei adesso tirare le somme della mia alternativa rispetto alla scienza, e lo farò nel modo più biased possibile, come non piace alla scienza, perché ritengo che il mio punto di vista sia importante da integrare in quello che dico.

Cosa si sacrifica

Penso che nell’atto di rifiutare l’istituzione scientifica ci siano le seguenti, dolorosissime, perdite:

  • I piaceri economici, psicologici e umani di cercare i bandi appropriati, iscriversi, essere valutati ecc.
  • I piaceri morali di far parte di un’istituzione che si basa su logiche di profitto, influenze politiche, industriali e finanziarie, baronato
  • I piaceri di schiacciare la propria identità, le proprie idee, i propri disegni di ricerca in funzione della loro accettazione
  • I piaceri di competere nel mercato dei paper, della competizione alla citazione, della competizione nella scoperta commerciabile
  • I piaceri della lotta contro il tempo prima che qualcuno pubblichi esattamente quello che stai scrivendo tu
  • I piaceri di vedersi rubata la propria ricerca, screditato il proprio apporto
  • I piaceri di avere paghe e diritti spesso risibili, prospettive di carriera ipotetiche
  • I piaceri di un ambiente sociale spesso ostile, violento, stressante, traumatico, escludente

Cosa si guadagna

  • Libertà di opinione: puoi ricercare quello che vuoi e come vuoi, senza chiedere il permesso. A te sta di fare un lavoro apprezzabile (quanto vuoi coerente, statistico, falsificabile, ben argomentato…), e agli altri la scelta di darti corda o meno.
  • Libertà economica: la tua ricerca non dipende da nessun finanziamento
  • Libertà di forma: puoi scrivere come ti pare, e includere quello che ti pare, e saranno gli altri a decidere se è opportuno o meno. Magari qualcuno vuole sinceramente sapere cosa ne pensi a riguardo della tua stessa ricerca, ed è interessata a ragionamenti che vanno oltre l’esercizio specifico di ricerca, e non vale metterli in separata sede, vanno integrati nel documento se no buonanotte non abbiamo risolto niente
  • Libertà di riconoscimento: se vuoi, puoi essere totalmente anonima; se vuoi, puoi cercare la fama. Sono fatti tuoi e di nessun altro!
  • Libertà di contesto: scegli tu a chi associarti e a chi no, con chi parlare, da chi farti dare consiglio, da chi accettare le critiche e da chi no.

Mi rendo conto che sia più facile per un umanista che, per dire, un fisico delle particelle. Per alcune cose serve semplicemente un acceleratore di 20km, e ancora non ci sono acceleratori occupati autogestiti. Non fa niente, non ho un problema serio con l’esistenza della scienza in sé o con i suoi promotori, voglio soltanto dire che c’è un mondo di sapere lì fuori, e che dall’alto della torre d’avorio avete un po’ rotto il cazzo, perché stronze noi stronzi voi, noi almeno stiamo fuori da un sistema che dei difettucci ce li ha, e si fa come se non ci fossero, e sarebbe importante riconoscersi a vicenda limiti e ragioni. Se no è ideologia, e se no è zeitgeist.

Concludo esplicitando un piccolo sgarro, e cioè che non mi sono riletta proprio niente, stavolta, di quello che ho scritto. Non perché non trovo opportuno rileggere e correggere, ma perché non trovo obbligatorio farlo, e quindi chiamami sebastian contraire. Buoni rituali a tuttu 🙂

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