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Political hermetism against the estabilishment

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Pancake bruciati, LLM per sistemisti e tazze a tolleranza zero

Posted on 23 March 2026 - 23 March 2026 by hermestrismegistus

Ultimamente ho preso a fare il caffè bollito, perché non ho una caffettiera, ma ho un pentolino e un colino e, in pieno spirito ermetista, ho sperimentato liberamente con varie procedure per preparmelo, partendo dall’idea che comunque che comunque, acqua calda e caffè qualcosa insieme dovranno pur fare.

Questo mi ha dato a pensare sull’idea di errore. Ad esempio, in cucina, al netto del ritualismo, faccio sempre dei gran casini, sporco ovunque, mi casca di tutto e mi brucio spesso.
Alcune disavventure hanno a che fare con la qualità della cucina, e va bè. Altre sono dovute a fattori aleatori, e altre ancora dal non avere “procedure standardizzate e ripetibili” per fare tutto: alcune cose non le ho mai fatte, altre non le ho mai imparate.

Ho anche letto la definizione di una di quelle leggi, tipo quella di Poe, che dice qualcosa sul fatto che automando troppo, si perde la capacità di gestire i momenti di fallimento critici, dove l’automazione non è prevista a prescindere. [L’esempio viene dalla gestione delle emergenze nei servizi online, anzi si cercava ironicamente di misurare quanto le persone siano capaci di svolgere il mestiere senza chiedere a GPT. Il fatto che i primi ad essere cucinati nella rivoluzione AI sia proprio chi lavora nell’ambito sta solo nascondendo la gravità del fenomeno a tutti gli ambiti, a tutte le scale e a tutti i livelli.]

A me capita spesso di versare qualcosa in una tazza (caffè, latte, acqua) e rendermi conto di averne messa troppa. A quel punto mi tocca rovesciare dalla tazza al pentolino, ma la tazza non ha beccuccio e quindi sbrodola tutto. Il problema è che ci sono mille motivi per voler svuotare la tazza, anche a fare le cose piano e con cura.

Il design della tazza non supporta gli errori. L’unica azione corretta dopo aver riempito una tazza con il caffè, per la tazza, è essere usata per bere il caffè. Ma il caffè ha come prerogativa di essere bevuto a prescindere dalla tazza, e la tazza ha come prerogativa quella di contenere ed essere maneggevole. La decisione di limitare la tazza al solo bere, e non ad esempio al riversare, ha senso solo in una prospettiva a tolleranza zero: sarà anche intuitivo e minimalista fare la tazza in quella maniera, ma in un contesto in cui l’errore esiste a prescindere dal design, è un modo un po’ del cazzo di fare le cose in partenza.

Mi chiedo quanto delle nostre vite è determinato dalla tolleranza zero degli oggetti, dei contesti, delle persone, delle idee. Quanto il ragionamento binario di giusto/sbagliato determini la gravità degli eventi imprevisti, rendendoli catastrofici.

Mi sono risposta facendo un pancake bruciacchiato. Quando la temperatura è bassa, il composto non gonfia, cucina piano, rimane biancastro, si secca troppo. Cotto è cotto, ma non è cotto come piace a me. Se si alza la fiamma invece si inscurisce, dentro rimane soffice, ma va girato in tempo. A fare tardi, però, niente è perduto: a differenza di una cottura lenta, quando sotto brucia, sopra è ancora liquido, e a girarlo si può ancora avere un ottimo pancake. Ottimo a patto di grattare la crosta nera del lato bruciacchiato.

Questa operazione ho scoperto non avere nessuna conseguenza negativa reale. A prescindere dal pancake che si fa, è comunque troppo caldo per essere mangiato subito. Il bruciacchiato, per conto suo, è tale solo se è quell’incrostazione dura e quindi facilmente rimovibile, altrimenti è ancora il marroncino buono. Allora, a grattare il bruciato, si consuma il tempo necessario comunque a raffreddarlo, e nel mentre ci si dedica ad un atto di cura volto a riparare al proprio errore, e a rendere il pancake la sua versione migliore.

Le dottrine di escalation militare come quelle di israele in aggressione, e iran in difesa, sono esempi di sistemi a tolleranza zero. Razzismo, odio politico e religioso sono conseguenze di sistemi a tolleranza zero. Psichiatrizzazione, buon costume e ristoranti coi camerieri in gilet sono sistemi a tolleranza zero.

Non importa dove, ma vorrei guardassi da qualche parte.

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hrms — 21:49

Posted on 14 March 2026 - 14 March 2026 by hermestrismegistus
  • hrms — 21:49
  • when i got there at the rally, before it started going trough the city
  • a girl was screaming at the mic all things proper to the situation
  • which are spoken from heart and stomach and not from books and politeness
  • and all she said was true and all she said was infuriating
  • and i was there much like everyone else, to get my mood ruined by listening to such truths and angers
  • i was there to feel angry and suffer with someone else, because being angry or suffer by oneself is improper
  • and after the talk was done the music was put on and of course it was the pace of a stroll at 120bpm
  • a kick with no punch, just a short bass each 4 steps, and then it was arabic dance music and arabic bass music and arabic chants and instruments all the way through
  • and it’s all very well thought for the masses’ heart to be gently brought into an attentive and nervous state
  • we passed the station, where turin’s tallest skyscraper is, a bank of course
  • the police was lined there, protecting such an obvious symbol, and we passed it without even aknowledging it
  • and it was a crescendo under the rain that culminated in the square of the king’s castle
  • hrms — 21:56
  • in the square of the king we were, burning the symbol of yet another regime oppressing the people, the drums beating, and it was the middle ages and it was the roman empire and it was the french revolution, always in the square of the king burning the flag of the nobles that wage the wars that kill our siblings and that kill our children and that kill our parents
  • and so ma i think that as much as there is complexity to a vile act as that of a genocide, there is complexity to a burning of a flag too…
  • we also have our history spanning millennia as an oppressed people, its just a bigger community, that of the oppressed as a whole
Posted in SmatteriaTagged Anarchy, iran, lebanon, middle-east, protest

Cucina Hermetica 4 – Sugo sincero della tribù di Komba

Posted on 3 March 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus

Introduzione

Questa ricetta è un furto ermetico alla cultura dei baka, che prevede una divinità-demiurgo ermafrodita chiamata Komba.

Hermes: […] Come, tornando dalla caccia, sapendo del miracolo della vita, ogni volta gli umani festeggiano e a volte gli umani conoscono Komba, principio della creazione, del fuoco, dell’acqua, e del sapere: e queste sono uno, nel suo spirito si chiamano Jengi, che si guarda dal mostrarsi dopo la caccia quando c’è discordia, e avarizia, e fame; ed è costretto a mostrarsi quando c’è armonia, e condivisione, e salute; poiché queste diventano danze e canti, che sono sapere, e acqua, e fuoco, e principio di creazione, e sono molto cari a Komba.

Doni della natura e del lavoro

Pomodori: Quelli che si hanno

Sul fuoco di Komba, Principio della Creazione

Mettere i pomodori in un pentolino e avvicinarlo al fuoco sacro.

Ballare durante la cottura.

Quando è pronto, servire.

Note

Rodrigue viene da una delle forse trecento tribù dell’attuale camerun. Ha un nome legale che non ha senso abbia, perché la sua tribù è stata evangelizzata, dagli evangelisti proprio, e in Germania non c’è mai stato, e non è il nome non è nella sua lingua, ma in francese coloniale.

Il nome vero, se ce l’ha, non me l’ha detto. Mi chiedo se anche nella sua lingua avrebbe avuto un nome così forte sulla sua dizione francese, su quella “r” meravigliosa. Wodrwigue.

Rodrigue è un ragazzo stupendo, dico sempre, e agli altri racconto sempre delle sue storie con le banane fritte e la carta d’identità, e anche quella che sto per dire. A lui invece ho sempre detto: sembri stromae. Stromae manco è francese, mi ha detto una volta dall’alto del suo metro e novanta. Non è quello il punto, gli dissi, ma quando mi ha messo la mano dietro la schiena per passare in cucina, con le dita tutte distanziate ma gentilissime, mi ha coperto entrambe le scapole, scapole di una nanetta che, comunque, le spalle larghe le ha avute dando al sacco, eppure mi ha presa tutta, come un cestista prende una palla taglia 7 che a me sfugge sempre e finisce sul muso, ma il mio appunto è il sacco e non il basket, e il punto su stromae è che è un gigante francese nero gay meraviglioso, comunque la vuoi mettere Rodri, proprio come te. Non gliel’ho detta così, e comunque ha arrossito e sorriso. Mascalzone evangelista represso, il secondo in due anni tra l’altro.

La storia è semplice: era in italia per studiare ingegneria dell’industria alimentare perché in camerun hanno i pomodori, ma non sanno trasformare le bucce, e in italia invece facciamo il concentrato. Era, molto letteralmente, in missione per la sua tribù: doveva salvare i pomodori del villaggio dalla competizione e dallo spreco industriale. Gli hanno scollettato le superiori nella capitale e il viaggio per l’europa, a lui e a un altro, nel disperato tentativo di sopravvivere. Un villaggio intero appeso a due ragazzi stupendi e alla loro impresa nel mondo del sapere tecnico-scientifico, in un paese di razzisti di merda.

Se te lo stai chiedendo, no: Rodri non è baka. Rodri è un gigante, e i baka sono piccoli. C’è una parola molto facile per dirlo: morditi la lingua tre volte.

Morditela anche prima di spellare una mela, una patata o un pomodoro: con le prime ci fai pancake, torte, biscotti e tisane; con le seconde, le patatine fritte; le terze le puoi lasciare nel sugo, farci il concentrato o la paprika.

Le prime ricette le ho imparate dagli inglesi, le seconde dai russi, e le terze dai camerunensi, e queste sono una montagna di ricette (e di cazzi miei) in due frasi sole, e indovina un po’, con tutte queste persone abbiamo cucinato e mangiato insieme, e non sprecando le bucce abbiamo avuto un piatto in più ogni volta, ed eravamo in armonia: e Jengi si è mostrato a noi, spirito della foresta, Principio della Creazione, e questo è caro al Cosmo, e questo è caro a Komba.

Posted in Cucina HermeticaTagged Cucina, Cucina Hermetica

Cucina Hermetica 3 – Tortéé alle mele responsabili e cannella del confronto collettivo

Posted on 27 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus
torta tempestata di meraviglia

Introduzione

Hermes: […] È dunque questa la natura del sapere: che ogni voce, interrompendo l’altra, crea movimento nel discorso; e lasciar parlare una persona è offesa alla sua limitatezza. Un ragionamento segue sempre sé stesso dall’inizio alla fine, e finisce dove ha iniziato: nulla è successo, e le onde del sasso presto ne disperdono l’impeto; un dialogo segue tutti i ragionamenti, e le onde del mare ne riproducono sempre l’impeto.

In questa deliziosa ricetta metteremo in discussione alcuni precetti tipici della conversazione in gruppo, cercando di contemperare libera espressione e dinamiche disfunzionali. Il tempo previsto è almeno un’ora. La torta si può consumare calda o fredda, ma è sempre raccomandato cucinare e mangiare in compagnia.

Tavola alchemica

Farina: un intero

Acqua/latte: metà della farina

Mele: non ci provo neanche, a me finisce sempre che ne avrei dovuto aggiungere una in più

Olio: un decimo della farina

Zucchero: un terzo della farina

Lievito: vedi tu cosa dice la bustina di lievito

Sale: a piacere

Cannella, scorza di limone, aromi vari: un cofano di auto doblò

Rituale

In una ciotola: farina, zucchero, aromi, lievito, acqua/latte, olio, sale, mele tagliate a piacere. Coprire con mele, spolverare di zucchero e cannella. Olio sulla teglia se no attacca. Un’ora in forno statico a 180°.

E la metafora?

Nessuna metafora. Per questa ricetta l’esercizio è farsi il proprio rituale. A me serve parlare delle cose mie ora. :P

P.S.: mi rendo conto che segue uno smatto, ma ho come la sensazione che se lo levo casca il castello, per nessun motivo. Mi spiace averlo scritto e poi cancellarlo. Dai lasciatemi fare come voglio. Oh no sto ricominciando.

Va bè

Io sono una persona che parla tanto. Tantissimo. Soprattutto, parla prima di pensare, e quindi ragiona a voce alta. Il resto del tempo mi parlo in testa, è anche quello è parlare prima di pensare, perché sto parlando per pensare.

Mi capita principalmente di dire cose palesemente errate solo per completezza di fronte ad una cosa giusta. A volte me ne accorgo, altre no. Sic transit, nel senso di: “lo fa”.

Quando ho un tema di cui parlare ne parlo spesso, con più persone possibili. Ad un certo punto, come la torta, è cotto: allora posso impiattarlo come preferisco, e servirlo all’occasione. Se l’occasione lo permette, finisce in un tatuaggio.

In gruppo

Vale oggi nelle assemblee che si parli a turno e per alzata di mano. A me sembra un modo molto aprioristico di declinare l’orizzontalità, e in generale un modo molto costruito di indirizzare un fenomeno sociale (direi piuttosto fondamentale) altrimenti molto più libero.

Parto dicendo come intendo io un dialogo di gruppo utile e orizzontale: un dialogo in cui più voci e punti di vista possibile sono stati integrati. Il processo dovrebbe essere la costruzione collettiva di un discorso, non una sequenza di alcuni punti di vista personali tra i quali mediare.

Elenco di disfunzioni che trovo:

  1. Divisione attivi/passivi
  2. Attività = autorità
  3. Libertà di parlare quanto si vuole = meno tempo per tutti gli altri
  4. Meno tempo per tutti gli altri = minore pluralità nel discorso
  5. Compressione di interventi interrogativi o specificativi = aumento delle incomprensioni
  6. Standardizzazione dell’esperienza di dialogo a discapito delle proclività soggettive

1. Il primo è che le persone che intervengono di più finisce sono sempre le stesse, per il mero motivo di essere quelle che sono più a loro agio nel parlare in assemblea, di fronte a tutti, mentre gli altri ascoltano in silenzio, concordi con le regole dell’assemblea. Non vuol dire siano le più competenti, né si può ignorare che finisce per minimizzare l’apporto delle persone “meno attive”.

2. Se su quindici persone, cinque sono quelle che intervengono di solito, queste diventano più “autorevoli” anche solo per l’abitudine di starle ad ascoltare, ad allocargli tutto lo spazio necessario per le loro considerazioni, a trovarsi a convenire con loro invece che dire la propria, che magari è la stessa ma di cui si delega l’espressione a chi di solito se ne prende la briga, o magari è diversa ma si opprime internamente di fronte ad un’autorità o al contesto. Questo finisce anche per rendere i soggetti attivi meno passibili di messa in discussione, insomma li rende investiti di una certa autorità e quindi potere sulle dinamiche di confronto. Questo fa perdere di orizzontalità e pluralismo nel senso che fa emergere una gerarchia di persone e quindi di idee, e questo non è caro al Cosmo.

3/4. In assemblea portare a termine un ODG è un incubo. Banalmente, se nessuno si può interrompere anche quando magari sta parlando troppo, nel senso che si è capito cosa vuole dire, o che magari potrebbe essere interrotto molto prima perché il punto è un altro, cose così. Insomma se siamo un gruppo, un’intelligenza collettiva, sta a tutti e non solo al singolo valutare l’appropriatezza di un intervento, specie in termini di tempo. So che è brutto da dire, ma l’alternativa sono necessariamente anche già le conseguenze di cui sopra, e quindi in un modo o nell’altro bisogna capire come limitare gli interventi almeno in durata.

5. A me capita di non capire qualcosa all’inizio di un discorso e non capirne il resto. Mi farebbe comodo poter interrompere e chiedere di specificare meglio un concetto, o di darne delle motivazioni altrimenti non ovvie. A volte ho semplicemente bisogno vengano aggiunte delle informazioni che non ci sono. Se non sono l’unica con questi problemi, e vorrei vedere, allora in generale sarà che i discorsi che non vengono interrotti hanno dei limiti strutturali nella loro comunicatività, vale a dire, sono più facilmente compresi da chi condivide le conoscenze del parlante, e più difficilmente dagli altri. Questo a maggior ragione che una persona magari non interviene per fare interventi così semplici, che magari passano anche per il far parlare di nuovo la stessa persona, dopo che quella magari ha appena finito un discorso di dieci minuti e sarebbe il caso di sentire qualcun’altra.

6. Non tutte le persone sono a proprio agio in questa struttura. A me mette a disagio parlare senza essere interrotta, e mi mette a disagio anche iniziare a parlare dicendo “se volete, a me potete interrompere”, perché non si possono cambiare le regole del gioco così, de botto. Finisce quindi che cerco di essere molto sintetica nei miei interventi, che però non è neanche quello che vorrei. Vorrei parlare il tanto che vengo ascoltata e capita, e vorrei essere interrotta al primo momento in cui c’è qualcosa di rilevante da dire a riguardo di quello che dico io. Magari gli dò seguito subito, o magari posso anche dire “aspetta, su questo ritorno dopo”, però intanto è utile, mi aiuta a riorganizzarmi un po’ il discorso anche alla luce di quel feedback. E comunque è un feedback, sto parlando con qualcuno invece di fare la predica o “dire la mia”. E così via e così via, magari potrebbe semplicemente stare ai singoli di gestirsi il proprio intervento e le proprie preferenze.

Considerazioni utili?

Pensieri, preghiere, parole.

Penso possa essere interessante esplorare altri modi di fare assemblee, beyond le alzate di mano. A me affascinerebbe un accordo del tipo: ognuno si prende la libertà e responsabilità di parlare e interrompere come meglio crede, nel rispetto delle buone maniere e del senso di confrontarsi in assemblea.
Tutto qui, dico solo meno regole perché sono un po’ coercitive, un po’ danneggiano le assemblee in generale, e un po’ sono anche infantilizzanti.

A me era venuta questa idea un po’ pazza della rotazione del compito di introduzione della conversazione. Mi spiego: a turno, magari in senso orario, spetta il ruolo di introdurre il punto dell’ODG (o tema o che ne so). Così dai un ordine casuale e orizzontale agli interventi, in parte stimoli chi parla poco e in parte comprimi chi lo fa troppo. E mi piacerebbe che questa cosa si esplicitasse insieme al dire, a voce alta, che si sta facendo un dialogo tuttu insiemu per creare il discorso più plurale e piacevole possibile, senza regole se non quelle di responsabilità personale.

Esempio: la persona introduce il tema con quello che sa e dicendo una constatazione di partenza sul tema, o direttamente fa una domanda aperta. Obbligatoriamente è la prima persona a parlare, e la prima a cui viene risposto. Dopodiché se non ci sono domande sul secondo intervento, interviene la prossima persona che vuole intervenire. Se vogliono intervenire in due o tre, si mettano d’accordo su chi inizia, senza che gli venga data la parola. Se c’è un ordine si vede, o se son tutti insieme che si mettano d’accordo come tra adulti. “Prego prego” “no vai tu” “ok grazie”.

Si potrebbe decidere sia più ammissibile che qualcuna venga interrotta per domande o considerazioni (magari comunque brevi) che ognuna, in cuor suo, pensa siano davvero valide da fare in quel momento, perché sarebbe meglio per il dialogo collettivo. E magari, se una persona fa un’interruzione inopportuna, qualsiasi cosa essa sia, potrebbe essere responsabilità della persona che sta venendo interrotta dire se risponde subito, o dopo, o non risponde proprio alla considerazione o domanda. Potrebbe essere meno infantilizzante, oltre che meno coercitivo, invitare alla responsabilità personale nell’interrompere o nel fare caciara.

Questo facendo salve le buone maniere, e anche il senso di un’assemblea in cui comunque una persona parla e tutti ascoltano. Mi sembra che levando le regole si possano levare dei grossi mattoni dalle assemblee. Però non so, andrebbe provato, magari son tutte scemenze. Ci penso ogni tanto, tutto qui. Ci ho pensato facendo la torta.

La verità ermetista in fondo è che così come in gruppo, così in due, così da sole. Parlare in gruppo come si parlare tra due persone, e come si discute da sole nella testa, cioè davvero semplicemente rispettandosi tra pari componenti di una cosa più complessa.

Posted in Cucina HermeticaTagged Anarchia, Assemblee, Cucina, Cucina Hermetica, orizzontalità, Torta

Note: ricerca sul fascismo durante il fascismo

Posted on 22 February 2026 - 22 February 2026 by hermestrismegistus

Ci si chiede spesso come facevano tedeschi e italiani a non rendersi conto, e come avrebbero potuto. Voglio fare la stessa domanda oggi, sapendo che le risposte sono sempre state le stesse, o le più disparate, perché a me serve una risposta convincente che poi mi indirizzi sul come comportarmi.

Su questo foglio annoterò di tanto in tanto idee, pensieri e proposte sul tema.

Domande

  1. Esistono condizioni materiali necessarie a rendersi conto? (esperienze, lavoro, studio, casa, comunità, tecnologie)
  2. Esistono condizioni mentali necessarie a rendersi conto? (esperienze, idee, informazioni, patologie)
  3. Esiste un turning-point? Quale?
  4. È episodico? Può essere reversibile? Succede? Come?
  5. Esistono percorsi da fare? Possono essere agevolati?

Ipotesi

Al momento credo che esista qualcosa tra 1 e 2, non sufficiente ma necessario, e che sia un mix forse anche molto personale. Credo che ci sia un si anche al 3, mi sembra ovvio ci sia, non so quale sia. Sul 4 ho sospetti di si, e che abbia a che fare con la repressione scolastica, culturale, poliziesca e psichiatrica, insomma con la repressione in generale. Zero idee sul 5, tante idee ma nessun piano.

Rituali

regole generali: dire sempre che si tratta di esperimento, perché è etico e le persone possono aiutare a farlo anche meglio. La mia ricerca non ha bisogno di nascondersi né di fottere gli altri into dire o fare qualcosa.

Questionario ermetico: anagrafica facoltativa, opzione aperta a ogni domanda, bias evidenti e autovalutazione. Quando si compila un questionario si scopre di più su sé stesse, che quanto la scienza scopre su un’intera popolazione.

chiacchere: per esperienza mi sembra ci sia da fare più domande che considerazioni. Deve essere evidente la logica di fondo del sistema sociale, e le persone devono rilevarla da sole. Ho notato che le persone che sanno esattamente come la penso, anticipano le mie considerazioni prima di comunicarmi qualsiasi informazione o pensiero. Questo è bene nella misura in cui penso di aver comunicato qualcosa, male nel senso che è piuttosto antipatico che le persone si sentano a disagio con me. Penso che il peso del giudizio negativo debba essere anche quello implicito e auto-derivato, mentre si può supportare più esplicitamente il lato positivo di ogni rottura.

osservazione online: ha poco senso. Non ci sono esperimenti naturali adatti a quello che mi chiedo, perché le affordances dei media digitali e le loro conseguenze sulle persone mi sono già totalmente evidenti. Posso interessarmi al sapere articolato sul tema, non a conversazioni in rete.

osservazione dal vivo: a volte le persone parlano tra loro di fronte a me. Posso prendere nota ed eventualmente fare osservazione partecipante.

Corpus

Posso anonimizzare ed ermetizzare le conversazioni che ho. Potrei applicare le generalizzazioni che faccio io al discorso degli altri per operativizzarli, la scienza normale in questo non è da meno.

Potrei fare una pagina che si chiama semplicemente “dialoghi” dove effettivamente sviluppo meglio i dialoghi che ho, e intanto li raccolgo tutti insieme. Devo ricordarmi di descrivere il contesto della conversazione. forse devo procurarmi un taccuino dio santo che cringe.

Posted in Scienza Hermetica

Scienza Hermetica

Posted on 19 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus

Il sapere scientifico si serve di vari strumenti logico-filosofici per produrre un sapere che sia il più possibile preciso, aperto, condiviso, stratificato, aggiornabile, coerente, e tante altre cose. È, come molte istituzioni, un gioco di equilibrio tra conservare e mutare, sia nella forma del sapere, intesa come tutto ciò che atto a produrre sapere scientifico (regole, istituzioni, strumenti…), che nella sostanza, intesa come tutto ciò che risulta dall’atto scientifico (leggi, modelli, statistiche…). La scienza sarebbe quindi, nel suo design, un sistema auto-propellente e auto-compensante, in cui il prodotto della scienza viene poi impiegato per ridefinire i presupposti dela ricerca scientifica.

Intesa in questo senso, la scienza mainstream risponderebbe perfettamente ai dei canoni condivisibili, quali la democrazia del sapere, la sua autorevolezza, la sua falsificabilità, la sua tensione al progresso, e via discorrendo. A me paiono tuttavia evidenti numerosi aspetti problematici della ricerca scientifica, intesa come fenomeno storico. Questi problemi, secondo me, sono da ricercarsi in quegli aspetti che impediscono o invalidano quei processi di libertà e cambiamento che si pensano propri dell’attività di ricerca, e credo che fintanto non si avranno delle conseguenze a queste considerazioni, le mie essendo tra l’altro gocce in un oceano di sapere già prodotto in merito alla storia e alla sociologia della scienza.

Ogni tanto vorrei quindi raccontare come, secondo me, la ricerca scientifica non è, né nella sua forma, né tantomeno nella sua sostanza, in accordo con la sua natura (desiderata o meno) di processo in divenire, ed è proprio dalla sua implicita vocazione di “opposizione al cambiamento” che, dal particolare al generale, e viceversa, impedisce a sé stessa di funzionare correttamente. E in fare questo vorrei parlarne in termini teorici e pratici, perché penso che non ci sia problema senza esercizio.

Il primo risvolto pratico che mi piacerebbe indurre sarebbe quindi questo: che, se non hai già delle opinioni a riguardo, ti informassi da te sulla questione prima di andare avanti con la lettura, così da non porti, almeno in questa, come lettrice passiva, ma partecipe di una discussione in corso, perché questo contributo è, per quel che mi riguarda, tanto divulgazione quanto opinione.

La scienza non è aperta, molto più seriamente di quel che si dice

Come introduzione a questa sezione vorrei consigliare di dare anche solo una rapida occhiata alla incredibile vita di Aaron Swartz.

Il costo del sapere

Innanzitutto sappiamo che accedere al sapere costa, e anche caro. Chi si occupa di ricerca conosce benissimo questo problema perché, se si limitasse a ciò che può accedere attraverso gli abbonamenti della propria istituzione, si troverebbe così limitata da non poter lavorare. Non solo: vederebbe solo quella selezionata e pagata dalla sua istituzione.

La pezza a questo problema, in teoria, sarebbe la “pubblicazione in open access” per come intesa dalle istituzioni scientifiche: qui puoi vedere come sta andando. A parte che i dati si commentano da soli, se letti bene; l’articolo è, comicamente, messo addirittura in termini di “mercato dell’open-access”, e lo misura in termini di profitti; e questo è un simbolo, e i simboli non possono essere rifiutati.

Il motivo, in generale, dietro alla chiusura del sapere, è il copyright. Il copyright sappiamo tutti cos’è, e io penso sia fascista, illogico, anti-economico e ingiustificabile. Anche a non essere contro l’idea di proprietà in generale, o di quella intellettuale in particolare, la scienza stessa si è incaricata di dimostrarne l’incoerenza e la natura predatoria: lascio quindi qui il testo completo della pubblicazione che ispira le mie considerazioni e, come esperimento e dimostrazione di quello che dico, qui trovi invece una review scientifica, in open-access. Questo è lo stato del dibattito: che dagli anni novanta trovi pubblicazioni scientifiche gratuitamente online sulla questione, e pochissima letteratura nella scienza. A me sembrano pessimi presupposti, comunque si voglia insistere a trovare il modo in cui funzionerebbe senza cambiare niente, perché questo è il modo in cui funziona senza cambiare niente, ed è di fronte ai nostri occhi.

Aggiungo quindi una considerazione scontata, ma che mi serve esplicitata, e cioè che il copyright è una tecnologia essenziale alla proprietà privata intesa nelle cornici istituzionali e di senso del “capitalismo”, ed è una tecnologia di mercato implementata nel sapere scientifico. Infatti, “the history of copyright starts with early privileges and monopolies granted to printers of books (wikipedia)”. Non è una posizione radicale dire che il copyright sulle pubblicazioni scientifiche è profondamente implicato nella “forma capitalistica della società occidentale”, virgolettato perché non so se credo a nessuno dei termini usati, ma è per capirsi.

Il risultato è che, nella pratica, il sistema si regge sui più grandi sistemi di pirateria della storia.

Da quello che si sa ad esempio di Sci-Hub, sia in mole di utilizzo che come esperienze comuni a tutti (mai conosciuto una ricercatrice che non lo usasse), è facile scoprire che proprio questo, e progetti affini, sono davvero, senza esagerazioni, la colonna portante delle nostre isitutizioni scientifiche, le quali, altrimenti, sarebbero semplicemente impossibili da far funzionare. Ad esempio c’è questo paper, intitolato, e vedrai, “Who’s downloading pirated papers? Everyone“. Se non si è convinti, consiglio di sperimentare il rituale di scaricare gratuitamente un paper senza piratarlo.

Questa la situazione, quindi: progetti e strumenti come VPN, sci-hub, thepiratebay, TOR e LibGen sono fondamentali alla scienza, eppure sono sistematicamente repressi, oscurati, e i loro promotori perseguitati, arrestati o portati al suicidio. Per un altro commento sulle conseguenze del mercato nella scienza, puoi leggere ad esempio qui, e se trovi altro di interessante fai sapere, perché non è davvero così discusso.

Il costo della ricerca

Su questo tema vorrei spendere poche parole, perché la questione è quella, sostanzialmente, della forma aziendalistica delle istituzioni del sapere, con tutte le loro implicazioni. Cioè: le aziende sono direzionate politicamente, sono economicamente limitate e hanno un design di tipo aziendalistico che le riordina in base al pareggio di bilancio e la massimizzazione dei profitti, e via discorrendo.

L’aspetto più interessante, per me, è in realtà la cooptazione nella ricerca. La comunità scientifica, con tutte le sue implicazioni in termini di poteri e rapporti, e budget e stipendi e quant’altro, definisce perentoriamente chi ha titolo a studiare, poi chi a fare parte della ricerca, e di queste persone poi sceglie di preferisce. E questo viene nel mentre che il resto delle istituzioni operano decisioni di ordine anche maggiore sugli stessi individui, sicché non è solo l’università a decretare se vi studierai, ma anche la tua condizione economica, sociale, legale e quant’altro.

Ora, di queste persone che vengono preferite dalle stesse istituzioni per farvi parte, solo una piccolissima parte ospiterà pensieri di rottura nei confronti delle istituzioni che lo stipendiano, in parte perché son state scelte in base anche a questo, e in parte perché chi è in rottura con il sistema scientifico difficilmente si proporrà per farne parte, o comunque non ne farà parte in maniera che a loro può soddisfare. Io, ad esempio, non mi sento gratificata dal mio lavoro di ricerca, né moralmente né scientificamente, anche e soprattutto perché risponde a delle logiche a cui non vorrei prendere parte.

Il costo dei costi

La ricerca di base è quell’attività di ricerca orientata al sapere in sé, senza essere incentivata dai possibili risvolti pratici o economici. La scienza assolve alle logiche del profitto con tutta quella ricerca che di base non è.

Oltre i limiti imposti dall’alto sulle università (leggi, dinamiche economiche, morale ecc.), la ricerca di base trova limite in quanto riescono ad ottenere i più alti sacerdoti dell’istituzione per sé, siano professoresse o ricercatori, in termini di libertà e fondi dalle proprie istituzioni di riferimento. Alternativamente, possono finanziarsi da sole.

La ricerca non di base è invece direzionata dall’alto: una pubblica amministrazione, un governo o un’impresa privata possono semplicemente proporre un proprio disegno di ricerca, e pagare l’università. Non so se esistono studi che dicano quanto è cosa, ma non mi aspetterei bei numeri.

Chiaramente questo si porta dietro che la ricerca scientifica è espressamente indirizzata da poteri politici, industriali e finanziari, con ovvie, pessime ricadute su quanto detto finora. Tutte queste considerazioni potranno anche sembrare ovvie, ma io penso che dovrebbero essere molto più tenute a mente, e che sia necessario fare qualcosa a riguardo.

La ricerca scientifica paga il fatto di avere dei costi con la propria libertà. Il mio rituale trasformativo, allora, è quello di fare una ricerca totalmente slegata a questo. Prima di arrivarci, però, vorrei fare alcuni ulteriori svarioni.

Il caso della statistica

Ti sei mai chiesta perché si chiama statistica? Si chiama statistica per lo stato, l’istituzione, proprio lui. Perché le statistiche erano i conti che servivano agli stati per misurare, controllare e deformare i fatti sociali, e la statistica era la scienza per farlo. Dimmi che la realtà non ha la forma della sua politica, dimmi che non c’è uno zeitgeist. Va bè.

Quando si parla della statistica come tendente alla normalizzazione, nel senso che tende a corrispondere le categorie di “normale” e “anormale” ai ritrovamenti di “comune” e “atipico”, di solito si risponde mostrando in che modo la statistica, nelle sue varie declinazioni, serve tanto quanto allo studio del comune quanto dell’atipico e, in ultima analisi, alle due cose nel loro insieme. Storicamente è falso, perché allo stato serviva esattamente una scienza che definisse normale e anormale, ma facciamo che è vero oggi.

Io dico: più o meno. Non voglio dilungarmi sull’epistemiologia, basti tenere a mente che la questione è piuttosto discussa e pregna di problemi. Voglio parlare di democrazia, perché le nostre istituzioni funzionano in base alle statistiche, si descrivono in base alle statistiche, modificano il mondo in base alle statistiche, e insomma sono le loro statistiche. E questo è vero anche per la scienza: usa statistiche, definisce statistiche su se stessa, e via discorrendo.

Una cosa interessante che discende dallo studio delle curve di distribuzione è che gli outlier spesso si sovrappongono, perché sono outlier in qualcosa che generalizza le specifiche situazioni di outlying. Mi spiego meglio: una persona come me, che è radicale e basta, è un outlier diciamo nell’approccio alla società (diciamo che da 1 a 10, dove 1 è la guerra allo stato, 5 è fare a patti col mondo come le persone normali, e 10 è Sergio Mattarella, io sto a 2), e quindi è outlier in tutta una serie di faccende che ne discendono.

Io sarei evidentemente un outlier nella ricerca scientifica: la gente come me ha così poca fiducia nella scienza, che non ci entra; quindi di default la gente come me, nella ricerca, non c’è. La scienza non è davvero un sistema dove si riproduce una distribuzione normale della società, ma qualcosa di perlomeno più stretto, sicuramente in termini di accordo/disaccordo con l’istituzione scientifica, e può darsi anche in altro.

E allora se metti insieme autoselezione e principio in qualche modo democratico capisci bene che hai già qualcosa che è di parte, e questo è normale per noi. Io già avrei dei dubbi, ma questo è il punto più serio: che la scienza è, comunque, normale che studia normale, o normale che studia anormale, ma non c’è molto di anormale che studia anormale.

E quello che voglio dire, quindi, è che gli anormali dovrebbero farsi una scienza propria e aggiungerla a quella normale, perché così come non voglio buttare l’istituzione scientifica per com’è, vorrei stressare che ha un buco pneumatico di sapere che non è recuperato da nessun’altra parte, e delle logiche che sono terribilmente di parte, e degli interessi e delle direzioni che sono piuttosto di parte, e questo in ultima analisi per scrollare un po’ di sacralità ideologica che la scienza si è riuscita a costruire. La scienza è una parte, di una parte, di una parte, in una maniera particolare, e con le sue influenze e i suoi giochi di poteri, ed i suoi problemi ed i suoi limiti, e il fatto che sia il meglio che può essere non è una risposta, perché in risposta a questo vuoto non dico di buttarla, dico di fare ANCHE altro, e di tenere a mente i problemi della scienza senza nasconderli sotto il tappeto di “facciamo il meglio possibile”.

Questa situazione, non prendiamoci in giro, non è la migliore possibile manco per la scienza in sé, figuriamoci per l’umanità in generale.

Le riviste

Qua andrebbero inserite le mie considerazioni su cosa sono le riviste, come funzionano, e cosa comportano. Siccome sono stanca e scriverlo sarebbe un po’ ridondante, e siccome questo è un paper ermetista, l’esercizio è che questo capitolo te lo puoi immaginare tu, se ti interessa, o puoi comunque informarti a riguardo e farti un’idea tua. :p

Scienza anormale

Metto le mani avanti: fin qui non sto dicendo né facendo niente di nuovo, esistono già alternative alla scienza normale, anche molto meglio argomentate, con un seguito. Sto solo aggiungendo i miei centesimi. I miei centesimi sono un po’ ermetisti, ma cerco di iniziarla e chiuderla in un paragrafo, e poi proseguo, giuro.

Gli ermetisti, come tanti altri, sono un gruppo di scienziati outlier al di là del tempo e dello spazio, e non devo argomentarlo, è vero e basta. Il loro progetto è davvero uno di scienza totale: vogliamo sapere tutto del cosmo, e qualsiasi fonte ha il suo valore, che può essere grande o poco a seconda di chi lo considera, ma mai zero. La scienza istituzionale fa parte delle cose da studiare, ma non è sopra né sotto le altre, e vale quello che vale a seconda di quali domande hai e come le vuoi approcciare.

Un muratore, per esempio, ha un sapere nel suo campo che, per quanto poco scientifico, oltrepassa di gran lunga quello di un chimico per quanto riguarda le sue faccende: come stendere la calce, come parlare con i colleghi, come gestire fame e lavoro; in ogni aspetto del suo lavoro la scienza può descrivere, pezzo pezzo, l’opportunità motoria di certi gesti, o l’opportunità comunicativa di certe frasi, e via discorrendo, ma non c’è una scienza olistica del muratore in tutti i suoi aspetti, se non dentro il muratore stesso.

Questo dell’unione dei saperi è un problema così grande nella scienza, che nel tempo sono cominciate ad emergere scienze binomiali: la bio-fisica, l’informatica umanistica, la sociologia economica, e così via. E questa produce saperi binomiali: i neural network per le AI, ad esempio, sono una formalizzazione computazionale, davvero e senza scherzi, di neuroni.

E questo segue sempre che una scienza è limitata in un problema complesso, e quindi si aggiungono scienze fino a risolvere quella complessità. E con i neural network si è raggiunto un livello per cui inizia a diventare più importante intendere l’AI come mente e non solo cervello. Che si fa? Si passa da binomiali ad ennarie a piacere, così che esiste oggi, ad esempio, scienze della mente, che a contare da quante scienze è composta non se ne esce più, perché raggiunge quella complessità necessaria per portarla avanti.

Bellissimo, stiamo facendo un bottom-up, e funziona. Vuoi vedere che il fine è, effettivamente, trovare risposte più trasversali possibile, per problemi che a descriverli sempre meglio, sono i più complessi possibile?

Io dico che se questo modo di fare è convincente, al posto di combatterlo si potrebbe anche estendere, ad esempio, al sapere in generale: come gli ermetisti e tanti altri, affrontare i problemi dell’umano con tutti i saperi di cui l’umano dispone, senza sputare sopra gli uni o gli altri perché hanno una matrice non scientifica istituzionale.

Questa non è scienza normale, e non ha posto nella scienza istituzionale, che giustamente vuole rimanere nei suoi confini. A ognuno il suo dico io: e allora io mi rivolgerò alle istituzioni del sapere anormale per fare ricerca anormale.

Sacrifici e guadagni

Penso che, per motivi di comunicazione efficace, dovrei adesso tirare le somme della mia alternativa rispetto alla scienza, e lo farò nel modo più biased possibile, come non piace alla scienza, perché ritengo che il mio punto di vista sia importante da integrare in quello che dico.

Cosa si sacrifica

Penso che nell’atto di rifiutare l’istituzione scientifica ci siano le seguenti, dolorosissime, perdite:

  • I piaceri economici, psicologici e umani di cercare i bandi appropriati, iscriversi, essere valutati ecc.
  • I piaceri morali di far parte di un’istituzione che si basa su logiche di profitto, influenze politiche, industriali e finanziarie, baronato
  • I piaceri di schiacciare la propria identità, le proprie idee, i propri disegni di ricerca in funzione della loro accettazione
  • I piaceri di competere nel mercato dei paper, della competizione alla citazione, della competizione nella scoperta commerciabile
  • I piaceri della lotta contro il tempo prima che qualcuno pubblichi esattamente quello che stai scrivendo tu
  • I piaceri di vedersi rubata la propria ricerca, screditato il proprio apporto
  • I piaceri di avere paghe e diritti spesso risibili, prospettive di carriera ipotetiche
  • I piaceri di un ambiente sociale spesso ostile, violento, stressante, traumatico, escludente

Cosa si guadagna

  • Libertà di opinione: puoi ricercare quello che vuoi e come vuoi, senza chiedere il permesso. A te sta di fare un lavoro apprezzabile (quanto vuoi coerente, statistico, falsificabile, ben argomentato…), e agli altri la scelta di darti corda o meno.
  • Libertà economica: la tua ricerca non dipende da nessun finanziamento
  • Libertà di forma: puoi scrivere come ti pare, e includere quello che ti pare, e saranno gli altri a decidere se è opportuno o meno. Magari qualcuno vuole sinceramente sapere cosa ne pensi a riguardo della tua stessa ricerca, ed è interessata a ragionamenti che vanno oltre l’esercizio specifico di ricerca, e non vale metterli in separata sede, vanno integrati nel documento se no buonanotte non abbiamo risolto niente
  • Libertà di riconoscimento: se vuoi, puoi essere totalmente anonima; se vuoi, puoi cercare la fama. Sono fatti tuoi e di nessun altro!
  • Libertà di contesto: scegli tu a chi associarti e a chi no, con chi parlare, da chi farti dare consiglio, da chi accettare le critiche e da chi no.

Mi rendo conto che sia più facile per un umanista che, per dire, un fisico delle particelle. Per alcune cose serve semplicemente un acceleratore di 20km, e ancora non ci sono acceleratori occupati autogestiti. Non fa niente, non ho un problema serio con l’esistenza della scienza in sé o con i suoi promotori, voglio soltanto dire che c’è un mondo di sapere lì fuori, e che dall’alto della torre d’avorio avete un po’ rotto il cazzo, perché stronze noi stronzi voi, noi almeno stiamo fuori da un sistema che dei difettucci ce li ha, e si fa come se non ci fossero, e sarebbe importante riconoscersi a vicenda limiti e ragioni. Se no è ideologia, e se no è zeitgeist.

Concludo esplicitando un piccolo sgarro, e cioè che non mi sono riletta proprio niente, stavolta, di quello che ho scritto. Non perché non trovo opportuno rileggere e correggere, ma perché non trovo obbligatorio farlo, e quindi chiamami sebastian contraire. Buoni rituali a tuttu :)

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Cucina Hermetica 1 – Come eseguire il rituale della piadina ermetista della rivoluzione totale (panem)

Posted on 17 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus

Introduzionem

Hermes: Credo davvero, O chef, che tutti i corpi e tutte le menti, agendo inseguendosi, si trasformino in sé e si trasformino a vicenda; e che trasformino fuori, e che da fuori siano trasformati; e che questa sia una grande banalità, ad ogni livello ed ogni scala; e questo è vero, poiché sto anche un po’ scherzando.

Ma vedrai dunque che la mia verità è quella della cucina come della politica, poiché la mia verità è trasversale a tutte le cose, ed è una mia opinione, e delle opinioni non si convince; e ti invito dunque a provare, da te stess-chef, un rituale della mia scienza, che è quella sia di cucina che di politica, ed è di questo mondo, e della vita, e del movimento; ed è cambiamento, e tutto è uno.

E sappi che l’unica vera ricetta da seguire in cucina è quella di cambiare la ricetta; e questa è la ricetta di tutte le ricette, perché cucinare in accordo con la ricetta, che è ferma, non è di questo mondo; e cucinare cambiando la ricetta, che è cambiamento, è di questo mondo. Perché l’impasto, cambiando, cambia la ricetta; e la ricetta, cambiando, cambia l’impasto; e non sono mai uno, ma sempre-inseguendo, mai-ripetendo, ed è più o meno la cazzata dello yin-yang, ma la mia è un po’ diversa, e in generale queste filosofie mistiche, indovina un po’, ognuna c’ha la sua, ed è in cambiamento, perché quanto è vero il signore il cambiamento è verità a questo mondo, e il signore non so se è vero.

E ad ogni frase saprai che parlo di cucina e che parlo di politica; e che è sempre tempo di cucinare quando ci sono persone da sfamare, e che è sempre tempo di agire quando ci sono persone da sfamare, perché una persona che ha fame, ha fame in mensa e ha fame in politica; e le cose non sono mai separate.

Tabulae Ingredientiei

Materiam – Unum totalis (“…poiché il primo ingrediente è un tutto a sé; e poiché possiate tararvi su quello con gli altri ingredienti…”)

Acquam – Medium totalis (“…poiché l’acquam è due volte densa la farinam, ed è metà volte grande la farinam, e troppa acquam appiccica tuttos, e poca acquam non fa niente, ma poi la devi aggiungerem, e fa i grumis, e questo non è caro al cosmos…”)

Salis – Unum pizzicum (“…poiché siamo fratellim e sorellem di tutti i popolis e tutte le popoles, salem della terram, ma comunquem non siamo in toscana; e comunquem i toscanis e le toscanes sono un po’ meno fratellim, e un po’ meno sorelle, non poiché lo dicum io, ma poiché non sono molto cari al cosmos, ci mancherebbe…”)

Oleum – quantum bastam (“poiché non siamo in franciam, dove invecem si usa il burrum, che è gays; e noi usiamo l’oleum, che è vegano; e ciò che è vegano è bi: e questo è vero in tutte le cose, a tutte le scale e a tutti i livelli, e non chiedetemi di argomentarem…”)

Iniziazionem

Primum consilium: è prima da scegliere la scodella, in quanto onori l’impasto.

Scegliere la scodellam (e in consilium ogni instrumentum cucinatorium), nella sua forma e i suoi bordi, di modo che ospitino il cambiamento di due volte la sostanza, anche se non lievitarem, poiché una massa in movimento copre due volte il suo spazio, e se lo spazio è poco la massa è persa ai bordi; e se lo spazio è troppo la massa è persa alla forma.

Secondum consilium: è prima da preparare ciò che non c’è, in quanto cucina più piano.

È necessario poi avviare il condimentum, da cucinare durante l’impastum; poiché ottimizzare i tempi è caro al cosmos, e la fretta viene dal non aver seguito questa regola; e sappi che la piadina si brucia più in fretta del ripieno, e si raffredda più in fretta del ripieno; ed è sempre meglio avere il condimento prima della piadina, poiché avere la piadina vuol dire dover servirem.

Terzum consilium: l’unione è dell’acquam alla farinam, poiché se no fa i grumis.

Il cosmo favorisce chi vuole spingere la materia, che è la farinam, e che resiste il cambiamento; ed è la sostanza portante della piadina con il suo ripienum. E il cosmo favorisce l’idea che vuole spingere la materia, che è l’acquam, e che accelera il cambiamentum. E sarà quindi l’acquam ad essere versata alla farinam, mescolandum nel mentre, perchéil cambiamentum va spinto pocum, ma massimamente costante, e massimamente forte, poiché sfoci in tutta la farinam, e non in piccoli grumis. E osserva che l’acquam pronta prima della farinam cambierà la farinam troppo in fretta nel mescolandum, che sia massimamente o minimamente forte, dividendum la farinam in molti grumis, che sono tanti piccoli impastum, e non in un impastum unicum, che è l’unico proprio della piadina.

Quartum consilium: salem e oleum a piacerem sunt.

Osserva la preferenza del salem e dell’oleum: non sono nell’impastum fuori di te, ma sono nell’impastum che costituisce te. E sappi che il salem è rottura nell’impastum, e sappi che l’oleum è dissoluzione nell’impastum, e sappi che sono a tua preferenza, e che il salem totalem e l’oleum totalem dipendono dalle preferenze di ogni persona a cucinarem, e di ogni persona a mangiarem, calibrandosi tra loro nell’aggiungere ingredienti, senza mai limitarsi, ma limitandosi nei confronti, ognuno, dell’impastum, e di quel che può ospitarem.

Quintum consilium: l’impastum si stende se è ben amalgamatum, e amalgamarem è facile.

Ricorda sempre che amalgamarem imparare amalgamandum, e nessuna tecnica è superiorem alle altre se imprimono la massimam forzam, con il massimum sforzum; con la minimam fretta della mentem, e con il minimo slogandus del corpus. Osserva quindi che amalgamarem è massimamente efficace se fatto con il movimentum coordinatum del corpus, e della mentem, che non sono mai unum, ma sempre-inseguendosi, mai cessando. E sappi che imparare ad amalgamarem un impastum non è mai generale, ma è specificum di quell’impastum, così che imparare ad amalgamarem e finire di amalgamarem sono unum, tutte le volte.

Sestum consilium: l’impastum si stende in tutte le direzioni, in inseguendum, e mai-cerchiandum.

Così è l’algoritmo stendorum: avanti e indietro, e inseguendum poi orarium o antiorarium, ma una volta orarium mai antiorarium, e viceversa; e sappi che la formam è nel direzionarem, e avanti e indietro è nello spingerem. E non spingerais quanto non è stato direzionatum, e non direzionerais quanto non è stato spintum; e osserva che non importam se è prima spintum o direzionatum; e osservam che in ogni direzione gli spintum non saranno mai pari, ma quelli necessari a seguire i bordi del restum dell’impastum. E lo spessorem sarà quanto graditum.

Settimum consilium:il cerchium è perfettum, e quindi non di questo mondo.

Ricordam che il cerchium perfettum non è possibilem, e cercare il cerchium perfettum vuol dire infine stendere all’infinitum, e mai cucinarem. La piadinam sarà tanto grande quanto necessaria al condimento, e il condimento sarà tanto quanto necessario a sfamare tutti gli chef e tutti gli ospiti, e mai deve essere meno. Aborra quindi ogni discorsum sui cerchiorum, che sono “mentalii pippem”.

Ottavum consilium: il panem cuocem sulla padellam preriscaldata, e la temperatura preriscaldata non è data sapersi

(Inizialmente spargendum oleum sulla padella, minimum e totalmente, e questo non è metaforicum)

Rifuggi da ogni scienza del fuoco, poiché osserva solo manopola e fiamma. In consilium ti dico: la temperatura della padellam dipenderà anche dal ventum, e l’ariam non è scienza esattam come la fiammam, eppure interagendum.

Ogni chef, osservandum da subitum, capendum insieme se la temperaturam è sufficientem o esageratam, valutando sia l’ariam che la temperaturam, sia il colorito dell’impastum e il suo suonum, ognunum con sue scienze. Sempre d’accordo, da ora, gli chef interagendum! Poiché insieme decidendum quando girare la piadina.

E sappi che nient’altro si può dire della cottura del panem, poiché è da vedere sul momentum.

Cucinora Cucinorum insieme

Sappi che due o più chef cucineranno bene insiemem se sono d’accordo nel cambiamento di ognunum, come chef e come ospite, e sono d’accordo nel cambiamento dell’impasto da ingredienti a piadina, nel senso che sono consapevoli che cambieranno anche non volendolo e anche se non si sa in che modo, perché l’importante è la fare la piadina.

Sappi che ognunum proteggerà l’impastum con la responsabilità di avere un cappellum, ben indossatum, e mai togliendulum in cucina.

Sappi che ogni chef indossa cappellum e grembiulem quando cucina, e ogni chef toglie il cappellum e il grembiulem quando mangia, ad ogni livello e ad ogni scala, e mai il contrario.

Sappi che cappellum e grembiulem sono diversi per ognunum, ma devono essere tali per poter cucinare.

Sappi che il cappellum protegge l’impastum dalla chef, e il grembiulem protegge lo chef dall’impastum.

Sappi allora che ogni chef decide da sé se cucinare, sapendo che il cappello non può essere tolto in cucina.

Sappi allora che ogni chef decide da sé se spogliarsi, sapendo che il grembiule non può essere rimesso in cucina.

Sappi che ognunum si proteggerà dall’impastum tanto quanto necessario al proprio corpum, senza esagerarem, perché proteggendosi le manis non si può cucinarem, e scoprendosi il corpus si rischia di sporcarsi.

Sappi allora che ogni chef decide da sé quanto rischiare nello sporcarsi, e quanto sporcarsi, ma uno chef che si sporca poi non può cucinarem, e comunque dovrà mangiare; e uno chef che si sporca troppo poi non può mangiare, perché verrà portato dalle guardie a cambiarsi, e questo non è per niente detto sia caro al cosmo.

Osserva che ad ognunum in interesse a mangiare sia lecito di cucinare, e che a ognunum in interesse a cucinare sia lecito di mangiare. E osserva che se ognunum cucina, e ognunum mangia, salem e oleum saranno calibrati da ognunum, e in accordo ad ognunum. E diffida da chi mangia non cucinando, e da chi cucina non mangiando: poiché mangiano senza cucinare, e quindi sono ladri; e cucinano senza mangiare, e quindi sono velenosi; e sono sempre i poveri di fame, e i poveri di contatto, e insieme sono nobili, e non chef. Imparino dunque prima a farsi servire, se vogliono mangiare, e imparino dunque a indossare cappellum e grembiulem, se vogliono cucinarem.

E sappi che non c’è piadinam se gli chef morendum asfissiatum; e non c’è piadinam se gli chef morendum freddum o caldum; e che quindi si decide insieme sulla finestra apertam, e si decide insieme sulla finestra chiusam, rispettando chi ha più freddum e chi ha meno fiatum.

E sappi che ogni consiglium è tale, e in quanto consiglium vale quello che valem.

Buon appetito. :)

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Editorial notes on the publishing

Posted on 16 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus

What is hermetism, and who is hermes trismegistus?

In the last decade, scholars around the world have developed a new interest for the obscure and hidden tradition of hermetism, which has been resulting in a slow but steady recovering and translation of its ancient texts.

Hermetism is a tradition that seeks what i would say is “knowledge that can be considered true regardless of its context”. Its earliest literature that we know of dates around the year 200 c.E., and it was published in alexandria of egypt. It is presented as a syncretism of various philosophies, religions, arts and sciences, and has no definite shape if not that of a general movement around a perennial philosophy. As far as oral traditions go, it is often assumed to be much older, probably having its core in an older secret deviation of priests of the cult of thot during ancient egypt. About hermes trismegistus, they are the mythical herald of the movement, akin to the concept of both teacher and pen name for the movement’s thinkers. Historically, hermes is mainly depicted as a man, so we will go with that at least in this post of divulgation.

Hermetism is based on the idea of “See it for yourself”, and it works on the basis of self-convertion, because all adherents believe to be referencing to the same final truth all others are referencing, others being any kind of seeker of knowledge in their own. In short, it works if you believe in it, and you believe in it if it works. The very concept of equivalence of sciences in their fundamentality is also expected “To be seen for thyself” either/both in personal experience and/or in the generalization of one’s total knowledge. Thus, the doctrine is generally open to all others, in the measure that they don’t suppress the pursuit of knowledge. In the history of hermetism there are then no such things as stable institutions, or authorities, or school of thoughts in fight, if not for those secret societies that hermetists happen to form for their own safety and, of course, friendship.

Generally speaking, hermetism values personal freedom and human rights, and it’s actually quite radical in many aspects. Both in its core, and through the peculiarities of each author, in fact, hermetism has constantly included a variety of ideas that today still cover the entirety of gender theory (as far as saying that gender is a social construct to be abolished, in and out oneself), anti-authoritarianism, consociativism, the importance of all arts and sciences, an idea of mental health and its importance, and much more. To hermetists, this usually meant to be subject to harsh repression, pretty much for the same reasons they aren’t exactly welcomed in most of the world even today. This could also help explain why, in hermetic texts, it is generally hard to find an explicit political elaboration in the most general sense.

What is the politica hermetica?

The politica hermetica is what i call three, otherwise untitled, newly-found texts in latin attributed to hermes trismegistus, and that differ from most of the others in the aspect that they are somewhat explicit in their political connotation. The latin text was composed sometime around the early 800 c.E. In tuscany, near the city of poggibonsi, as a single unpublished manuscript now held in Rome, and is in turn an adaptation from the greek version, thought to be the original and, at least for now, lost.

All “Books” are just a few pages long, and we don’t know if any of them would be missing from the original. In brief, the script is an attempt to translate hermetism as a political discourse. It is in the form of a dialogue between a “Scientist” called nolanus and hermes themselves, representing a debate between what could be called “sciences” and “political hermetism”. Its structure is simple:

  1. The first book is about hermes’ formal system, and is an attempt to fit the fundamental hermetic discourse into a nondualism between what substantially amounts to the platonic categories of ideas and matter. It includes themes typical of fundamental spiritualism and philosophy, and what now is related to mathematical sciences like physics and chemistry. Here is where hermes’ general point, shortly that of “Change is good”, is set, to which nolanus opposes the idea of certainty over uncertainty.
  2. The second book is about humans taken both as individuals and as social animals, and hermes translates his system in themes that are typical of morals, ethics and social sciences. This is where “change” is mainly described at the human level, but at the end it is also included a final debate between sciences and hermetism in general.
  3. The third book is akin to a “practical” hermetica, in which hermes describes the magic rituals that are to be enacted in accordance to the philosophy to achieve the ultimate goals of inner and social peace.

As it is an hermetic publication after all, the position of nolanus is not well elaborated, and the debate is evidently meant to favor hermes’ standpoint. Authors contemporary to its latin translation have mostly ignored the existence of these texts, except for two friends of the translator that mention them in some letters to eachother, immediately casting doubts on their opportunity and, quite frankly, their quality in general, not as translations but as hermetic works. As such, the politica hermetica was not commented further nor republished, and it was then obviously not integrated by the movement, so that its only translation was soon lost to times.

The latin physical copy, seen that it is not original and consists pretty much of three groups of ill-stiched pages of scribbles, joined together in a random old notebook (and given its irrelevancy to history i might add), is evidently of no particular value, not even as decoration, and is currently owned by a collectionist in rome. My cousin and I, being both hermetics enthusiasts, recently embarked in the quest of going to see it ourselves and, while we were not allowed to copy it nor take pictures of it, we were allowed to quickly sketch our translations. Hence, beside the aforementioned letters, there are currently at least two other texts about it that i know of: this one here, in english, and another one, that will be in georgian, being edited by my cousin herself and currently unpublished (come on girl!).

Why are you publishing it if its garbage?

While i agree on the “Poor quality” of the text, and its substantial historical aliency to hermetism and knowledge in general, i think that it is still an intriguing exercise for a couple of reasons. One is that, being some kind of political interpretation of hermetism, it offers a field of discussion that rarely has been explored in its specificy: in fact, many historical figures have been inspired by hermetism, and can be argued that a few of those did some kind of hermetic politics (giordano bruno being the most notable example in his clash with the catholic church, which at the time was indeed both a religious and a political authority), but there are virtually no commentaries in history that translate hermetism into political terms, except for one, lately, in the form of j. peterson’s sorry ramblings. Just to spite, i think i will provide a full commentary of the politica hermetica myself in the near future.

Anyway, while i understand that to the early medieval eye it may have looked quite superficial, other than badly written, i understood the text as more compatible with the shapes of the political discourse that has taken form in the political discourse since then. For this reason, and i am somewhat sorry for this, i took the liberty of stressing these analogies in the work of translation, so that this interpretation can be more obvious: if nothing else, since i like the text, i hope that this way of adapting it provides it a chance not to slip in the oblivion again. This is, of course, also part of the reason why i am using noblogs for its publishing, for which i thank the friends that make this possible.

Finally i would like to thank anyone for their interest in this kind of work. i think that, since i have a blog now, i will also use it to post other commentaries from time to time, so i would also like to invite anyone interested in the subjects of either politics, or what could be called “Political hermetism”, to reach out for a chat. :)

Posted in Politica Hermetica

Pizzeria “dall’Ermetista”

Posted on 16 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus

Sono andata in uno spazio che è occupato da prima che nascessi, a 45min di bici da casa, in mezzo alle frasche, per farmi una pizza: ecco il resoconto del rituale ermetista della politica.

Per la precisione si è trattato di una cena stile bellavita, dove chiunque viene e porta qualcosa, se può, e tutto si condivide, con tanto che chi abita qui ha già fatto centinaia di panetti per le pizze, allestito e tutto il resto, sicché rimane solo da impastare e condire con quello che c’è, e quello che c’è è anche molto buono.

Per arrivare attraverso un tot di quartieri e sento la drum, perché ha il ritmo delle pedalate, e perché la bass è antisistema. Colgo l’occasione per interiorizzare la nausea che mi regalano i viali del centro, con i SUV parcheggiati negli appositi slot della grande piazza. So che per molte persone attraversare una città è una cosa normale, ma sotto casa mia danno fuoco alle macchine, e i SUV non vengono parcheggiati. Non ricordo quando ho iniziato, ma ho l’abitudine di sputare in terra di fronte alla borghesia, e i rituali sono fondamentali, e le tradizioni si rispettano.

Esco dal comune. In mezzo alle campagne senza luce si accoda un’altra bici. Le probabilità che non stia andando dove vado io sono prossime allo zero, ma aspetto un lampione prima di parlarci per non inquietarla. Ha il gps montato sulla bici e mi fa strada fino allo spazio.
“Non ho la catena”, mi dice.
“Le leghiamo insieme”, rispondo.
È una cosa ovvia, ma di fronte ad uno stabile occupato da oltre trent’anni ha tutt’altro, ingiustificato, gusto.

Entriamo e scopro che lo spazio è una piccola chiesa con due grandi tavolate sui lati dell’unica navata, e l’abside (o insomma dove sta di solito il pedofilo) è una cucina col forno a legna. Ci stanno un paio di persone con cui ho parlato solo una volta e che mi hanno invitata, un padre che gioca a scacchi con il figlio piccolo, una donna trans vecchio stampo, nonno anarchia, e pochi altri. Io ho portato quello che avevo in casa: due patate e una cipolla col germoglio lungo 30 centimetri ma inspiegabilmente non ammuffita. Born to work, world is a squat, 504’495’304 CVs SENT, non posso permettermi di più.

Faccio due chiacchere con chi c’è e nel mentre giro lo spazio: è meraviglioso, tenuto bene, rustico, ha una sala con un intero palco, dancefloor e degli strumenti, una zona notte, un’altra cucina, un giardino e non so che altre cose, e il tutto sembra una specie di agriturismo anarchico, mentre di solito capito in situazioni molto più urbane. Sulle pareti ci sono file di caschi da moto, qualcuno da sbirro, altri trofei di guerra, un’ascia per la legna col manico di oltre un metro, un miliardo di poster con le iniziative dello spazio e un mosaico immenso, rigorosamente esoterico, che capeggia sopra a dove starebbe il cristo. Le finestre sono inferrate e il portone ha una blindatura piuttosto nuova, e sotto il mosaico, appunto, si fa la pizza. Tutta la storia ed il senso dello spazio nel giro di un’occhiata.

Siamo una trentina e la pizzeria è partita. Ci metto un po’ a capire che quello che sta succedendo è un esperimento di autogestione, e non una volta ho visto qualcuno dare una direttiva od organizzare le operazioni. Non ci sono file per accedere agli impasti o al forno, se non quelle del “dopo vorrei farlo io”. Mi accorgo solo dopo aver preso un panetto che sto per fare Smatteria “dall’Ermetista” Pizzeria ed Autocoscienza nella maniera più letterale dell’espressione. Siccome a questa cosa del “rituale della cucina” ci credo davvero, faccio la mia pizza dando significato al gesto, e al contesto, e agli ingredienti, e al loro ordine. La pizza l’ho fatta bianca, perché i rossi sono i comunisti, e questi sono anarchici, e questo rende la pizza migliore, e non devo argomentarlo perché così è stato, e la pizza era migliore.

Aspetto la pizza in forno.
“…capito? Ci stavano i pazzi e dicevano: “a fuoco! a fuoco!”, e gli dicevano “siete pazzi!”, e invece i pazzi erano loro!”
Un signore sulla settantina, alto un metro e venti, col baffone e la cuffietta e una felpa nera antagonista, ciondola al centro della cucina e fa esattamente il nonno.
“Capito?”
“No, non ho capito”
“Qua fuori sta il manicomio. Gridavano a fuoco, e gli davano dei pazzi. E invece era il nostro tetto”, e indica in alto.
Il nonno era un militante, e il legno del tetto non sembra vecchio quanto il resto.

Ai tavoli è come una taverna fantasy. Le pizze sono tutte spettacolari, un po’ tutte alla napoletana, conditissime. Si chiacchera, si fuma, si beve, e niente è di nessuno, e tra il nonno e il vino sembra di essere ad una cena coi parenti, e mi sono chiesta quante come me non hanno proprio nessuna cena coi parenti, sicché trova un senso di famiglia in posti del genere. Parlo con una persona: mi fa il discorso del “la società civile è tutta una menzogna” e mille altre cose che condivido. Viene un’altra persona: dice lo stesso, ma parla strettamente in termini di filosofia post-modernista. Provo in giro ma non trovo con chi parlare ermetista, e passo quindi ai meri dialoghi maieutici. Una signora è affascinata dal mio nome al femminile e mi parla del glutine, e un signore fa una battuta sui “maschietti” senza venire ferocemente rieducato, ma semplicemente ignorato. A rigor di metafora, questi sono gli zii strambi.

La serata va avanti, vengono tirate fuori altre scacchiere, e dal forno iniziano ad arrivare le pizze con la nocciolata. Non sento parlare neanche una volta di cocaina, eppure condivido la tavolata con un gruppo di gente che dipinge sui muri, e li chiamo così perché non sono né un collettivo né una crew, perché litigano tra loro, e sono eredi di una cultura che non mi vogliono spiegare, e portatori di nessun messaggio se non l’atto in sé di graffittare, e questo vuol dire poco, e questo vuol dire tanto. È davvero un momento di socialità per una cinquantina di persone che, al di là di tutto, hanno problemi ad integrarsi con la società, e che hanno davvero solo questo in comune, perché in tutto il resto siamo persone normali. “Io sono anarchica come persona, e solo dopo ho scoperto il pensiero”, mi sento dire. Uno mi racconta della presa di coscienza a 11 anni. “Amico mio, non sai come ti capisco”, dico a entrambe.

Tra noi c’è quel pugno di persone che abita qui, ma non risalta. Il vino fa il suo effetto, si scherza forte, qualcuno si emoziona nel raccontare una storia e si alza in piedi. Non sento molto, ma è una storia di guerra, una canna di fronte ad un dj fascista ed un poliziotto prima di uno scontro, o qualcosa del genere; come le taverne fantasy, e le cene di famiglia, e il cazzeggio con gli amici.

Perfino gli “occupanti” sono diversi tra loro. Sta una ragazza che mi somiglia un po’. Una che parla a stento, e a stento parla italiano. Uno con una botta perenne, che gioca a scacchi in silenzio per tre ore di fila, e fa una pizza di cristo, molto più della facile battuta. Penso mi starebbe simpatico, ma il massimo dell’interazione è stato che una volta mi ha sgranato gli occhi come a dire “che botta c’ho”, e mi accontento. Questa gente, non si sa come, è finita a squattare, in uno spazio che resiste esattamente da mani pulite ed è sopravvissuto a tutto berlusconi, sgomberato due o tre volte, e questa gente forse sa cosa vuol dire mangiare poco, o mangiare soli, o mangiare male, o mangiare sempre a casa, e apre lo spazio come sala mensa, e fa centinaia di panetti di pizza per tutti e tutte, e niente di strano succede se non una comunità anche abbastanza vaga, anarchica a prescindere dall’elaborazione filosofia specifica dei presenti, dove ognuno fa un po’ come vuole e ci si trova come vuole, ed è l’unico posto dove persone come noi si trovano bene, perché lo shopping, e i bar, e i ristoranti, e i fast food, e i cinema, e i teatri, e i concerti, e le spiagge, e le montagne, e i treni, e i voli, e gli hotel, e la bellavita delle persone normali, non sono pensati per noi, non convincono noi, non includono noi, chiedono troppi soldi da noi, chiedono troppa sottomissione da noi, chiedono troppa credulità da noi, chiedono troppa quiete da noi, chiedono troppa complicità da noi, e noi siamo persone che mangiano la pizza tutte insieme, e sulle pareti c’è scritto di non portare denaro.

Art. 634 bis Codice Penale (11 aprile 2025)

Chiunque […] occupa o detiene senza titolo un immobile […] è punito con la reclusione da due a sette anni.

Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile, ovvero riceve o corrisponde denaro o altra utilità per l’occupazione medesima, soggiace alla pena prevista dal primo comma.

Il Barocchio Occupato

Qui alcune informazioni sullo spazio:

Lo spazio su Gancio e gli eventi

La storia del tetto

La storia della porta (si, l’ho trovata da sola notando la porta, volevo tirarmela un po’)

Posted in SmatteriaTagged Anarchia, Anarchy, Barocchio, Occupation, Occupato, Turin

Politica Hermetica 3

Posted on 15 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus

Nolanus: O lord, I admire your final reasoning and I will treasure as final, and I see that you mean that I shall find the answer myself if I am truly to be convinced, and I consider this a proper response. But our time is ending and so I shall ask you one more thing if you will, and that is of the way to your faith, so that I might consider it, but I would beg you to mean it in practicality, for at least my world is that of where practicality is truth of the world, and so only practicality can guide our paths.

Hermes: My student, as you ask for a guide, you yourself are my teacher, for I’m not of the world of practicality, that must be very far from this, and so I thank thee as my lord and teacher. I will then try to seduce your people in the matters that I know are of practicality, and in the reasons that are of practicality, but to be true it will be ordered to change, because it is truth to this world.

For your human of commonalities, that you know are not of this world, then I suggest the following rituals, that you will learn are always to change, and that may be devoted to change and so a path to knowing the change.

Consider that all humanity is engaged in a personal change, and all engagements can be rituals, another word for peace, or accordance to change, so devoted to change, so that all matters of daily can be devoted to change, even in oneself. And so to eat, and to sleep, and to move, and to enact all activities can be rituals devoted to change. Consider that all activities enact change in mind and body, so that all is bound to move and be moved in mind and in body, and communion of mind and body is not the stillness and coherence and perfectness of the two, and hence their union, but accordance to their own and reciprocal change, as they both are true only to change, and false to perfection. And so to be open to change is the ritual, in mind and body, knowing that what is being thought and acted is always bound to change oneself inner and outer, so that considering the importance of change is what makes the ritual true to the rule of change. And this is what has always been called magic, and it is true to this world, and it is peace.

Consider that all humanity is engaged in relationships, and all friendships and all contracts are subjects in change, in all their constituents and all their modalities. Friendships and contracts sacred to change are bound to last as long as change is allowed, and that is love and agreement, and when change is impeded they are war, and they conclude, or they just conclude, so that finally change is enacted on the love or the agreement. See then that friendships and contracts that are founded in the resistance of change are always bound to conclude in war, for change will enact against their wills, in all parties and all love and agreement, at all levels and all scales, in all their aspects. Devote, if you wish, all friendships and contracts to the rule and truth of change, so that is peace: for all are bound to change themselves and the others, and joining in peace is to join in the rituals of change. See then that all the rituals of change can be rituals of friendships and agreements, and rituals know no limits in their power and beauty, for they are and reveal change, and change is life and motion and it is the world.

See that a ritual is as powerful as the truth it uncovers, so that one person can enact the most powerful ritual, and a group of people can fail to enact the smallest change. See that the most changing meal will enact the most change in oneself, but the most changing meals will enact the most change in the whole feast. The most powerful ritual is then the most changing ritual, so enacted trough the most change possible, in all its constituents and at all levels and scales, and they are the same, for the ritual resolves in itself and it is itself. See that a ritual knows no contrary, for it is peace, and for there is no such thing as enacting stillness, just war, for the opposite of a meal is hunger, and the opposite of a feast is famine, and these are not rituals, nor peace, but opposition, so war.

Consider that all societies are engaged in change alike, and see that, for a society, a joining of people in change is best, and change knows no limits as you know, so that the joining of the diverse is truth of this world, as it is bound to happen. And see that in your societies, ultimately, there are posed institutes that are rules against their change, or their final change, so that those rules are not of this world, and are the root of all war in humans, for that war is not of humans nor in nature nor in groups, only of societies that oppose change in themselves or in others. And see that all your poor humans are striving for a change of their lives, and all your rich humans are striving for a stillness in their lives, so that war of the few against the many is measured in all the change the above opposes on the below. And because humanity is always asking for a change in the distribution of life and motion, and asks for change for all lives so that they are properly satisfied, you can also see that change in your distributions is always opposed, for you can see you have nations that are still in their borders and shapes, and richness that is still in its borders and shape, and power that is still in its borders and shape, this is because you devote your societies, and relations, and matters, to stillness instead of change.

And see that this is the fundamental lie: that because change is bound to happen, stillness is to be induced, because stillness is certainty and is safe for humankind. And see that this is truly the opposite of reasoning, as all entities do all know the final certainty of the whole world, which is change, so that they could very easily abide to that certainty of change for it is true in all aspects, and your humans can see that there is no war where change is not opposed, nor in their atoms, nor in their humans, nor in their stars, and peace is accordance in change in their atoms, and their humans, and their stars.

And know that war always results in peace and is always unjust, and peace is truth of this world and is always just, and so that peace, to this world, is to answer the truth of change wherever the rule of change is asked, so that change may never be opposed. See that your ideologies and states, your ideals and material conditions, the more they take the shapes and borders of stillness, and the more they are dictatorships, and the more they bring war, in themselves and out of themselves.

Consider that peace is an act of embracing change, and the more peace is allowed, the more movement is allowed, so that people can change, and people in change are medics in change, so that hospitals are peace, and prisons are peace, and schools are peace, and factories are peace, and arts are peace, and markets are peace, and assemblies are peace.

See that war is an act of inducing stillness, and the more war is waged, the more stillness is induced, so that people are impeded in change, and people in stillness are soldiers in change, so that hospitals are war, and prisons are war, and schools are war, and factories are war, and arts are war, and markets are war, and assemblies are war, for how long and much as change is opposed; and in the measure of how much change is impeded in all aspects it is to count the damage of war, for the sick is impeded in its health, and the prisoner in its growth, and the student in its study, and the worker in its job, and the artist in its art, and the poor in its wealth, and the citizen in its power, and this is evident and it is countable only in terms of cosmos.

See then that change, as it is about and behind the truth of this world, is true for all your truths and sciences and religions, and all your peoples in all your times have spoken this truth, in all languages and all contexts, and the cycle of humanity is not of change, for change is not a cycle as it is always chasing, never-repeating; for the cycle of humanity is the cycle of oppositions to change, because change is impeded and not impeded, and so are life and motion, and ideals and material conditions, and mind and body, at all levels and all scales, in borders and shapes and in all its aspects, and accordance to change is peace, and opposition to change is war.

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