Questa ricetta è un furto ermetico alla cultura dei baka, che prevede una divinità-demiurgo ermafrodita chiamata Komba.
Hermes:[…] Come, tornando dalla caccia, sapendo del miracolo della vita, ogni volta gli umani festeggiano e a volte gli umani conoscono Komba, principio della creazione, del fuoco, dell’acqua, e del sapere: e queste sono uno, nel suo spirito si chiamano Jengi, che si guarda dal mostrarsi dopo la caccia quando c’è discordia, e avarizia, e fame; ed è costretto a mostrarsi quando c’è armonia, e condivisione, e salute; poiché queste diventano danze e canti, che sono sapere, e acqua, e fuoco, e principio di creazione, e sono molto cari a Komba.
Doni della natura e del lavoro
Pomodori: Quelli che si hanno
Sul fuoco di Komba, Principio della Creazione
Mettere i pomodori in un pentolino e avvicinarlo al fuoco sacro.
Ballare durante la cottura.
Quando è pronto, servire.
Note
Rodrigue viene da una delle forse trecento tribù dell’attuale camerun. Ha un nome legale che non ha senso abbia, perché la sua tribù è stata evangelizzata, dagli evangelisti proprio, e in Germania non c’è mai stato, e non è il nome non è nella sua lingua, ma in francese coloniale.
Il nome vero, se ce l’ha, non me l’ha detto. Mi chiedo se anche nella sua lingua avrebbe avuto un nome così forte sulla sua dizione francese, su quella “r” meravigliosa. Wodrwigue.
Rodrigue è un ragazzo stupendo, dico sempre, e agli altri racconto sempre delle sue storie con le banane fritte e la carta d’identità, e anche quella che sto per dire. A lui invece ho sempre detto: sembri stromae. Stromae manco è francese, mi ha detto una volta dall’alto del suo metro e novanta. Non è quello il punto, gli dissi, ma quando mi ha messo la mano dietro la schiena per passare in cucina, con le dita tutte distanziate ma gentilissime, mi ha coperto entrambe le scapole, scapole di una nanetta che, comunque, le spalle larghe le ha avute dando al sacco, eppure mi ha presa tutta, come un cestista prende una palla taglia 7 che a me sfugge sempre e finisce sul muso, ma il mio appunto è il sacco e non il basket, e il punto su stromae è che è un gigante francese nero gay meraviglioso, comunque la vuoi mettere Rodri, proprio come te. Non gliel’ho detta così, e comunque ha arrossito e sorriso. Mascalzone evangelista represso, il secondo in due anni tra l’altro.
La storia è semplice: era in italia per studiare ingegneria dell’industria alimentare perché in camerun hanno i pomodori, ma non sanno trasformare le bucce, e in italia invece facciamo il concentrato. Era, molto letteralmente, in missione per la sua tribù: doveva salvare i pomodori del villaggio dalla competizione e dallo spreco industriale. Gli hanno scollettato le superiori nella capitale e il viaggio per l’europa, a lui e a un altro, nel disperato tentativo di sopravvivere. Un villaggio intero appeso a due ragazzi stupendi e alla loro impresa nel mondo del sapere tecnico-scientifico, in un paese di razzisti di merda.
Se te lo stai chiedendo, no: Rodri non è baka. Rodri è un gigante, e i baka sono piccoli. C’è una parola molto facile per dirlo: morditi la lingua tre volte.
Morditela anche prima di spellare una mela, una patata o un pomodoro: con le prime ci fai pancake, torte, biscotti e tisane; con le seconde, le patatine fritte; le terze le puoi lasciare nel sugo, farci il concentrato o la paprika.
Le prime ricette le ho imparate dagli inglesi, le seconde dai russi, e le terze dai camerunensi, e queste sono una montagna di ricette (e di cazzi miei) in due frasi sole, e indovina un po’, con tutte queste persone abbiamo cucinato e mangiato insieme, e non sprecando le bucce abbiamo avuto un piatto in più ogni volta, ed eravamo in armonia: e Jengi si è mostrato a noi, spirito della foresta, Principio della Creazione, e questo è caro al Cosmo, e questo è caro a Komba.
Hermes: […] È dunque questa la natura del sapere: che ogni voce, interrompendo l’altra, crea movimento nel discorso; e lasciar parlare una persona è offesa alla sua limitatezza. Un ragionamento segue sempre sé stesso dall’inizio alla fine, e finisce dove ha iniziato: nulla è successo, e le onde del sasso presto ne disperdono l’impeto; un dialogo segue tutti i ragionamenti, e le onde del mare ne riproducono sempre l’impeto.
In questa deliziosa ricetta metteremo in discussione alcuni precetti tipici della conversazione in gruppo, cercando di contemperare libera espressione e dinamiche disfunzionali. Il tempo previsto è almeno un’ora. La torta si può consumare calda o fredda, ma è sempre raccomandato cucinare e mangiare in compagnia.
Tavola alchemica
Farina: un intero
Acqua/latte: metà della farina
Mele: non ci provo neanche, a me finisce sempre che ne avrei dovuto aggiungere una in più
Olio: un decimo della farina
Zucchero: un terzo della farina
Lievito: vedi tu cosa dice la bustina di lievito
Sale: a piacere
Cannella, scorza di limone, aromi vari: un cofano di auto doblò
Rituale
In una ciotola: farina, zucchero, aromi, lievito, acqua/latte, olio, sale, mele tagliate a piacere. Coprire con mele, spolverare di zucchero e cannella. Olio sulla teglia se no attacca. Un’ora in forno statico a 180°.
E la metafora?
Nessuna metafora. Per questa ricetta l’esercizio è farsi il proprio rituale. A me serve parlare delle cose mie ora. :P
P.S.: mi rendo conto che segue uno smatto, ma ho come la sensazione che se lo levo casca il castello, per nessun motivo. Mi spiace averlo scritto e poi cancellarlo. Dai lasciatemi fare come voglio. Oh no sto ricominciando.
Va bè
Io sono una persona che parla tanto. Tantissimo. Soprattutto, parla prima di pensare, e quindi ragiona a voce alta. Il resto del tempo mi parlo in testa, è anche quello è parlare prima di pensare, perché sto parlando per pensare.
Mi capita principalmente di dire cose palesemente errate solo per completezza di fronte ad una cosa giusta. A volte me ne accorgo, altre no. Sic transit, nel senso di: “lo fa”.
Quando ho un tema di cui parlare ne parlo spesso, con più persone possibili. Ad un certo punto, come la torta, è cotto: allora posso impiattarlo come preferisco, e servirlo all’occasione. Se l’occasione lo permette, finisce in un tatuaggio.
In gruppo
Vale oggi nelle assemblee che si parli a turno e per alzata di mano. A me sembra un modo molto aprioristico di declinare l’orizzontalità, e in generale un modo molto costruito di indirizzare un fenomeno sociale (direi piuttosto fondamentale) altrimenti molto più libero.
Parto dicendo come intendo io un dialogo di gruppo utile e orizzontale: un dialogo in cui più voci e punti di vista possibile sono stati integrati. Il processo dovrebbe essere la costruzione collettiva di un discorso, non una sequenza di alcuni punti di vista personali tra i quali mediare.
Elenco di disfunzioni che trovo:
Divisione attivi/passivi
Attività = autorità
Libertà di parlare quanto si vuole = meno tempo per tutti gli altri
Meno tempo per tutti gli altri = minore pluralità nel discorso
Compressione di interventi interrogativi o specificativi = aumento delle incomprensioni
Standardizzazione dell’esperienza di dialogo a discapito delle proclività soggettive
1. Il primo è che le persone che intervengono di più finisce sono sempre le stesse, per il mero motivo di essere quelle che sono più a loro agio nel parlare in assemblea, di fronte a tutti, mentre gli altri ascoltano in silenzio, concordi con le regole dell’assemblea. Non vuol dire siano le più competenti, né si può ignorare che finisce per minimizzare l’apporto delle persone “meno attive”.
2. Se su quindici persone, cinque sono quelle che intervengono di solito, queste diventano più “autorevoli” anche solo per l’abitudine di starle ad ascoltare, ad allocargli tutto lo spazio necessario per le loro considerazioni, a trovarsi a convenire con loro invece che dire la propria, che magari è la stessa ma di cui si delega l’espressione a chi di solito se ne prende la briga, o magari è diversa ma si opprime internamente di fronte ad un’autorità o al contesto. Questo finisce anche per rendere i soggetti attivi meno passibili di messa in discussione, insomma li rende investiti di una certa autorità e quindi potere sulle dinamiche di confronto. Questo fa perdere di orizzontalità e pluralismo nel senso che fa emergere una gerarchia di persone e quindi di idee, e questo non è caro al Cosmo.
3/4. In assemblea portare a termine un ODG è un incubo. Banalmente, se nessuno si può interrompere anche quando magari sta parlando troppo, nel senso che si è capito cosa vuole dire, o che magari potrebbe essere interrotto molto prima perché il punto è un altro, cose così. Insomma se siamo un gruppo, un’intelligenza collettiva, sta a tutti e non solo al singolo valutare l’appropriatezza di un intervento, specie in termini di tempo. So che è brutto da dire, ma l’alternativa sono necessariamente anche già le conseguenze di cui sopra, e quindi in un modo o nell’altro bisogna capire come limitare gli interventi almeno in durata.
5. A me capita di non capire qualcosa all’inizio di un discorso e non capirne il resto. Mi farebbe comodo poter interrompere e chiedere di specificare meglio un concetto, o di darne delle motivazioni altrimenti non ovvie. A volte ho semplicemente bisogno vengano aggiunte delle informazioni che non ci sono. Se non sono l’unica con questi problemi, e vorrei vedere, allora in generale sarà che i discorsi che non vengono interrotti hanno dei limiti strutturali nella loro comunicatività, vale a dire, sono più facilmente compresi da chi condivide le conoscenze del parlante, e più difficilmente dagli altri. Questo a maggior ragione che una persona magari non interviene per fare interventi così semplici, che magari passano anche per il far parlare di nuovo la stessa persona, dopo che quella magari ha appena finito un discorso di dieci minuti e sarebbe il caso di sentire qualcun’altra.
6. Non tutte le persone sono a proprio agio in questa struttura. A me mette a disagio parlare senza essere interrotta, e mi mette a disagio anche iniziare a parlare dicendo “se volete, a me potete interrompere”, perché non si possono cambiare le regole del gioco così, de botto. Finisce quindi che cerco di essere molto sintetica nei miei interventi, che però non è neanche quello che vorrei. Vorrei parlare il tanto che vengo ascoltata e capita, e vorrei essere interrotta al primo momento in cui c’è qualcosa di rilevante da dire a riguardo di quello che dico io. Magari gli dò seguito subito, o magari posso anche dire “aspetta, su questo ritorno dopo”, però intanto è utile, mi aiuta a riorganizzarmi un po’ il discorso anche alla luce di quel feedback. E comunque è un feedback, sto parlando con qualcuno invece di fare la predica o “dire la mia”. E così via e così via, magari potrebbe semplicemente stare ai singoli di gestirsi il proprio intervento e le proprie preferenze.
Considerazioni utili?
Pensieri, preghiere, parole.
Penso possa essere interessante esplorare altri modi di fare assemblee, beyond le alzate di mano. A me affascinerebbe un accordo del tipo: ognuno si prende la libertà e responsabilità di parlare e interrompere come meglio crede, nel rispetto delle buone maniere e del senso di confrontarsi in assemblea. Tutto qui, dico solo meno regole perché sono un po’ coercitive, un po’ danneggiano le assemblee in generale, e un po’ sono anche infantilizzanti.
A me era venuta questa idea un po’ pazza della rotazione del compito di introduzione della conversazione. Mi spiego: a turno, magari in senso orario, spetta il ruolo di introdurre il punto dell’ODG (o tema o che ne so). Così dai un ordine casuale e orizzontale agli interventi, in parte stimoli chi parla poco e in parte comprimi chi lo fa troppo. E mi piacerebbe che questa cosa si esplicitasse insieme al dire, a voce alta, che si sta facendo un dialogo tuttu insiemu per creare il discorso più plurale e piacevole possibile, senza regole se non quelle di responsabilità personale.
Esempio: la persona introduce il tema con quello che sa e dicendo una constatazione di partenza sul tema, o direttamente fa una domanda aperta. Obbligatoriamente è la prima persona a parlare, e la prima a cui viene risposto. Dopodiché se non ci sono domande sul secondo intervento, interviene la prossima persona che vuole intervenire. Se vogliono intervenire in due o tre, si mettano d’accordo su chi inizia, senza che gli venga data la parola. Se c’è un ordine si vede, o se son tutti insieme che si mettano d’accordo come tra adulti. “Prego prego” “no vai tu” “ok grazie”.
Si potrebbe decidere sia più ammissibile che qualcuna venga interrotta per domande o considerazioni (magari comunque brevi) che ognuna, in cuor suo, pensa siano davvero valide da fare in quel momento, perché sarebbe meglio per il dialogo collettivo. E magari, se una persona fa un’interruzione inopportuna, qualsiasi cosa essa sia, potrebbe essere responsabilità della persona che sta venendo interrotta dire se risponde subito, o dopo, o non risponde proprio alla considerazione o domanda. Potrebbe essere meno infantilizzante, oltre che meno coercitivo, invitare alla responsabilità personale nell’interrompere o nel fare caciara.
Questo facendo salve le buone maniere, e anche il senso di un’assemblea in cui comunque una persona parla e tutti ascoltano. Mi sembra che levando le regole si possano levare dei grossi mattoni dalle assemblee. Però non so, andrebbe provato, magari son tutte scemenze. Ci penso ogni tanto, tutto qui. Ci ho pensato facendo la torta.
La verità ermetista in fondo è che così come in gruppo, così in due, così da sole. Parlare in gruppo come si parlare tra due persone, e come si discute da sole nella testa, cioè davvero semplicemente rispettandosi tra pari componenti di una cosa più complessa.