Monismo immanentista ricorsivo-convolutivo: un approccio struttural-funzionalista di ricerca sociale compatibile con l’ermetismo
il gergo scientifico è evidentemente limitato se, per dire quello che sto facendo, devo dire questa cosa.
Quella che segue è la mia re-definizione della ricerca sociale in generale, a prescindere dal metodo scientifico. Non è fatta di idee del tutto innovative di per sé, e sicuramente può rientrare come specificazione di un qualche anarchismo del sapere, e io spero sicuramente dell’ermetismo. Ad ogni modo, può essere che la sistematizzazione proposta sia in qualche modo inedita, che non vuol dire intelligente, ma vuol dire semplicemente inedita, che può essere un motivo per accollarsi la lettura.
Questa operazione viene dal fatto che vado avanti anni dicendo che la scienza in generale è morta, e quindi la ricerca sociale in particolare è molto morta, e dico che è morta senza proporre alternative valide, né io né lei.
Sia noto quindi che, prima di morire io, a differenza sua, ho lasciato una metodologia scritta, cioè ho dato seguito al mio straparlare, che non è una giustificazione a farlo, ma a volte è meglio di fare solo quello.
Lo sto facendo anche perché è fondato, e non ha senso nasconderlo, sia nell’esperienza meditativa, spirituale e ritualistica, che nell’uso di sostanze, tanto quanto nella mia ossessione di vita per la metodologia della ricerca, della filosofia, e molto in generale in un amore viscerale per l’atto pratico di rompere le scatole. Lo faccio anche come esercizio ermetico sistematico di messa a sistema di concetti, generalizzazioni ed entità, e come uso perlomeno metaforico combinato di discipline diverse.
Il prezzo da pagare per una presunzione del genere, storicamente, è venire considerati e considerate per megalomani rincretinite, si accetta quando si sottoscrive l’ermetismo; magari controvoglia, ma si accetta per forza, in quanto ermetista sembrerebbe essere esattamente chi ha la convinzione profonda di esserlo, ed esserlo vuol dire credere in un sistema di sapere alternativo ed immanente, più generico di qualsiasi altro.
Capisco che costruirsi una filosofia della scienza non è un gioco a cui ci si può dire di essere davvero titolati, o almeno non è scontato per chi ermetista non è, non immediatamente. Tuttavia, senza paragonarmi a cartesio in nessuna altra qualità che a me certamente mancherebbe, condivido con il grande matto, perché matto era, il fatto di svarionare, e se lui ha smattato e scritto le meditazioni perché stressato dallo zeitgeist scientifico del suo tempo, e dalle proprie questioni spirituali e mentali, perché chiedersi cosa esiste e cosa no molto forte in testa, oggi, si direbbe non sia roba che le persone sane fanno, e tuttavia ce lo rivendichiamo, ad ogni modo, appunto non capisco perché non avrei diritto a scrivere le smeditazioni anche io, che ho smatterie e stress spirituali almeno pari a quelle di gente come cartesio, e ho bisogno di scriverle almeno per me stessa.
Ci tengo a precisare che il punto è la non distinzione tra metodologia, programma di ricerca, prassi, oggetti di studio o altri aspetti del processo di conoscenza. Il sistema, per come costruito, è il metodo, ed è la sua ontologia, ed è il suo programma, ed è i suoi confini, ed è fatto di e come i suoi oggetti, ed è tale a sua volta. E, ovviamente, è una specificazione dei confini propri della ricerca ermetica, per come la comprendo e declino, di cui forse può costituire da ulteriore metafora della mia comprensione del sistema di sapere ermetico.
Volendo esagerare, penso che sia anche una trattazione di come io penso funzioni e abbia sempre funzionato il sapere in generale, volendo pretendere che il sistema scientifico sia in qualche modo parte di un processo di sapere più grande, che tanto in astratto quanto nel pratico funzionerebbe per come lo sto cercando di descrivere. Penso, e sarò breve a riguardo, che il tipo di operazioni che sto descrivendo siano, in effetti, oltre che delle banalità allucinanti, forse anche delle euristiche fondamentali nel modo di pensare umano, vicine al concetto di intuizione, e siano usate implicitamente da chiunque tutti i giorni, per poi essere eventualmente giustificate nei loro salti da omissioni, credenze, convincimenti e quant’altro; e al contrario sia come funziona il sapere in generale, inteso come sapere umano, oltre le singole esperienze storiche dei sistemi di sapere e oltre le persone di sapere che sono vissute; e tra ognuna di queste cose.
Se questo non fosse, infine, è comunque una trattazione di come mi immagino abbia sempre funzionato la mia testa, che è una testimonianza che vorrei lasciarmi dietro nel caso in cui mi trovi a perdere la mia personalissima lotta con un mondo che non sono più capace di comprendere se non a questi termini, e di conseguenza, immagino, rincoglionirmi definitivamente.
Cosa rientra in questa scienza
La sistematizzazione è di natura post-scientifica. L’intento è di mantenere l’accesso, condizionato, al sapere scientifico tradizionale tanto quanto a ogni sistema di sapere alternativo. Più precisamente si potrebbe dire che è una filosofia del sapere che oggettifica e astrae sé stessa, ma si pone dentro e tra tutti gli altri livelli del sapere, e quindi ne è anche aspetto comune. Un ponte, se vogliamo, per mettere in relazione sistemi di sapere diversi. O se non ci si pone, ce la sto ponendo io a forza. A riguardo dei motivi per mettere in discussione le istituzioni scientifiche ne ho già parlato qui. :P
Non è difficile dimostrare che sia già il caso. Tutte le persone conservano convinzioni falsificate, non dimostrate o non dimostrabili scientificamente, prendono decisioni irrazionali rispetto ai loro stessi scopi e quant’altro. Non mi sembra ci sia correlazione tra questo e perdurare delle società umane, ed è pieno di persone che ignorano la scienza e se la godono, scienziati che stanno, male, e ogni altra cosa. Alcune di queste sono cazzate, almeno per la scienza, mentre altre sono i sogni rivelatori di ramanujan, senza chissà quale metodo scientifico a supporto nella produzione del sapere, ma al massimo nella sua sistematizzazione e convalida. Ramanujan mi piace molto, perché mi sembra una dimostrazione inconfutabile dello sciamanesimo.
Un assunto che forse è bene esplicitare ora è che la mia posizione fondamentale è che esista una verità, una sola, di natura relazionale, a fondamento e sopra ogni cosa, e tra ognuna di esse. Non solo sono, in qualche senso, meccanicista, ma penso che particelle subatomiche, umani e stelle rispondano alle stesse regole, e abbiano gli stessi spazi di espressione, e lo stesso processo di vita portato avanti nella stessa maniera, che è quella del movimento, o del consumo, o del divenire, o come si vuole. Esiste, molto seriamente, un concetto di maschio negli umani, come negli animali, come negli atomi; a patto, ovviamente, che il concetto di maschio sia fatto in modo tale da applicarsi ad ognuno di essi. Questo è, in sintesi, il tipo di cose che vedo e sento durante le smeditazioni che faccio e la speranza, chiaramente, è di trovarvi una collocazione, almeno per me, anche se magari non utile al mondo quanto un sogno di ramanujan.
L’operazione di giudizio di appropriatezza di uno studio nei confronti di questa metodologia, di pertinenza ai suoi oggetti di studio e alle sue finalità conoscitive, è lasciata quindi totalmente tanto a chi legge quanto a chi scrive. Oserei dire, anzi, che se una verità è ben fondata come convincimento personale, come esperienza sensoriale, come intuizione irrevocabile, allora tanto meglio: di qualcosa si sta parlando, e rivelarne la provenienza non dice niente, in sé, della sua verità.
Questo non vuol dire fare un esercizio acritico. Sto spendendo non so quante ore a scrivere questo testo, per comunicare un’idea che non ho neanche intuito verbalmente, e che non so davvero come sistematizzare finché non la scrivo. È davvero, non so come spiegarlo, una sensazione che ho avuto visceralmente a riguardo, specificamente, della metodologia della scienza in quanto mia ossessione piuttosto quotidiana.
L’oggetto di studio: la struttura sociale
La struttura, o sistema, o corpo, o oggetto/soggetto/agente/attore sociale è in generale una relazione tra strutture situate, a prescindere dall’unità di studio di interesse. Ad esempio, una società e una persona sono entrambi, costitutivamente, relazioni tra strutture situate.
Questa corrisponde ad un insieme sociale comunque delineato, cioè individuato in un momento qualunque, a qualsiasi maniera, del suo processo di vita, che è la sua funzione principale. Questi sono tre aspetti della stessa cosa, l’oggetto sociale. Un esempio potrebbe essere il matrimonio: è un istituto sociale descrivibile, da un lato, in termini di norme sociali esplicite ed implicite (codice civile, codice religioso, codice etico…); da un altro, come rapporto materiale tra due persone, e tra i vari attori sociali coinvolti nel suo svolgimento (le interazioni di due persone sposate tra loro, e le loro con la chiesa, con lo stato…); da un altro ancora, può essere visto come concetto a sé, con propria vita, e quindi con propria nascita, vita e morte (il matrimonio come istituto con uno sviluppo nel tempo: come un matrimonio si riproduce, nasce e muore in una coppia, in una società, in un gruppo, cosa ne determina la nascita, cosa ne alimenta il proseguimento e cosa ne determina la morte come concetto generale, o specifico di un caso…). In generale esistono infinite sfaccettature per ogni oggetto, tre mi sembrano abbastanza per capirsi. Esistono anche infiniti livelli in cui esso ricompare, tanti quanti ad esempio le scienze che lo studiano. Il matrimonio come fenomeno psicologico, o sociale, o culturale, o economico, ad esempio, sono livelli diversi dello stesso concetto di matrimonio.
L’oggetto sociale quindi ha almeno una triplice natura: di forma o concetto, di risultante dalle interazioni, e di oggetto materiale in sé. Non deve sorprendere l’analogia di onda e particella, o di energia e materia, a cui si aggiunge la sua esistenza come descrizione formale, spesso omessa in quanto non immanente, come si vorrebbero le altre due che invece da essa dipendono, come essa dipende dalle altre due e tutto si tiene; e l’analogia estensiva non è né a caso, né forzata. Sempre in polemica con la questione dualistica della natura, che vorrei monista, aggiungerei quindi nel momento della produzione del sapere almeno questa terza della sua concettualizzazione, come momento contemporaneo e ontologicamente esistente, e non antecedente al momento descrittivo come istituto situato o come realtà materiale tra due persone, anche perché tipicamente è un livello che si tiene in qualche modo distinto nell’approccio della ricerca sociale, all’interno dei quali i concetti sono in buona sostanza degli artifici metodologici.
Un gruppo di persone, infatti, è sia le persone da cui è composta, sia la risultante delle loro energie consumate nel loro contesto di gruppo, sia il gruppo per come concettualizzabile, e le tre cose sono la stessa. La decisione realista in tutti i casi è data prima della ricerca, che può decidere come declinarla, e in quale luce considerarla, sapendo che ogni valutazione deve valere in tutti i casi, anche in sfaccettature oltre queste tre, per essere appropriata.
Facendo una qualsiasi di queste descrizioni, si compiono anche le altre due. Questo perché, nel contesto di un sapere comunicabile e codificato, e quindi fuori dai casi limite del sapere totale o di quello interiore, si aggiunge un livello enunciativo/codificativo del sapere necessariamente contestualizzato. Il concetto è a sua volta un oggetto sociale in sé al pari degli altri, ed è appunto una terza sfaccettatura dello stesso oggetto.
Per fare un esempio, immaginiamo di postulare un concetto di relazione amorosa tipica umana, ad esempio la divanogamia, la pratica di avere una relazione come quella eterosessuale normativa con un divano, e speriamo non esista già per tanti motivi.
Qui sta tutta la “falsificabilità” del sapere: se la divanogamia è un’idea appropriata, è perché è pensata in modo tale che sia possibile, per quanto poco probabile, per gli umani. Di fatto, per ora direi che nulla osta a che una cosa del genere succeda, prima o poi, che qualcuno cioè porti un divano all’altare in tutta serietà. Il concetto non è falso, e tra l’altro offre degli strumenti adeguati per una misurazione nella realtà materiale: è sufficiente trovare una persona che, sotto un certo punto di vista, intrattiene questo tipo di rapporto con qualcosa che è un divano. Se non succede mai, si è sbagliato nell’ipotizzare che gli umani, in quanto tali, avrebbero ospitato nel decorso della loro esistenza anche un fenomeno del genere; il concetto della divanogamia, insieme alla sua manifestazione materiale e la sua descrizione, sono effettivamente esistiti come oggetti sociali, scritti materialmente in queste pagine (pagine quando si parla di computer, eppur ci si capisce) e manifestati nella mente di chi legge. È un concetto reale, e la sua aderenza alla realtà è relativa ma mai zero. La divanogamia è vera nella misura in cui è esistita adesso come concetto, magari falsa nella sua pretesa di manifestazione in una coppia reale, una verità in negativo che ci fa sapere cosa non è stato mai, sapendo com’è finita nella totalità dell’umanità, una relazione effettiva ma principalmente limitata tra chi ha scritto e chi ha letto. Potrebbe anche succedere che una storia falsa venga trasformata in vera attraverso il passaparola, e che il mondo vada avanti ospitando degli effetti che, in certe persone, sono difficilmente distinguibili da quelli che sarebbero scaturiti se la storia fosse stata vera, e questo sappiamo essere un fenomeno serio ed importante.
Per costituzione, abbiamo un presupposto piuttosto radicale di nominalismo ontologico, o enunciativismo, non so. Potremmo dire: l’atto di descrizione di un oggetto qualsiasi, in qualsiasi maniera, lo reifica entro i suoi presupposti, che sono quelli della sua enunciazione, comunque fatta. Molto in astratto, questo è dato dal fatto che la ricerca sociale è a sua volta oggetto sociale, e anche oggetto di altro, come la filosofia della scienza, e quindi quello che vi si dice all’interno vale in misura in cui si accettano i presupposti enunciativi, come è giusto che sia.
Essendo le descrizioni di oggetti possibili infinite, ma tutte valide nei confronti dei loro presupposti e realismo, anche solo enunciativo, ed essendo queste descrizioni compatibili tra loro a parità di presupposti, allora discende anche che descrivere un oggetto equivale a descriverne parti inferiori e superiori, o perlomeno determinarle in potenza, così come il loro posizionamento nella scala di specificazione e nella selezione delle sue relazioni di rilevanza. Se si muove dal presupposto che ogni cosa abbia relazione con tutte le altre, seppur minima, va da sé che ogni segmentazione di un oggetto secondo certi confini e non altri, secondo la composizione di certe componenti e non altre, è contemporaneamente arbitraria e valida ai fini del sapere, ed è sempre effettuata, anche se con metodo.
Per inciso, cose bizzarre come la divanologia hanno davvero luogo nel nostro mondo, per quanto raramente. Succedono infinite cose molto rare: tante quante si sceglie di tenere di conto, perché esisteranno nella misura in cui verranno codificate e rilevate in base alla loro descrizione, per quanto vaga o specifica. E, al contrario, ovviamente succedono anche un sacco di cose comuni.
La flessibilità dell’oggetto, quanto del metodo, è quindi infinita. In informatica, per fare un’analogia, si hanno alcuni paradigmi linguistici “ad oggetti” in cui classi, funzioni e programma sono, diciamo, casi particolari del concetto di oggetto. L’istanza materiale di una classe, come dati in RAM, è un oggetto; la sequenza di processi che lo ha prodotto, le funzioni che lo hanno descritto e determinato, sono un oggetto, ed è lo stesso oggetto; e lo stesso oggetto è anche la sua idea astratta e comunicabile, con la sua vita e conseguenze, il concetto ideale per come descritto nel programma o concettualizzato in testa. E queste sono anche declinazioni del concetto di oggetto, e conservano con esso tutte le relazioni che avevano con quello dell’oggetto specifico. Allo stesso modo, il matrimonio è la relazione materiale tra due persone, è la sequenza di regole e decisioni che lo determinano, ed è l’idea del loro matrimonio; e questo matrimonio specifico riporta a quello generale di matrimonio tutte le sue relazioni della sua specificità, e dice qualcosa del concetto di matrimonio in generale a prescindere che sia, in un dato caso, tra persone dello stesso sesso, o di una specifica religione, o con un divano, e quindi a prescindere dalla codifica specifica culturale o dalla sua realizzazione specifica, e anche comprendendola.
A prescindere dal punto di vista, tuttavia, deve poter valere che le considerazioni sotto un certo punto di vista debbano necessariamente valere per gli altri, perché sono a tutti gli effetti lo stesso esercizio declinato in maniera diversa. Spingendo al contrario, quindi, rispetto alla specificazione antropologica, al posto di cercare mille risposte per mille contesti specifici, si cerca una risposta trasversale ad ognuna, partendo da ovunque e passando per qualsiasi parte. Il concetto di matrimonio esiste a prescindere dalla monogamia, certamente è rinvenibile in tutte le popolazioni umane. Quando così non dovesse essere, si è trovata una verità parziale, o si è segmentato male le culture, o non le si è ben messe ai termini generali, o si è mal posto il matrimonio come quel concetto che sarebbe dovuto essere trasversale a tutte le popolazioni umane.
L’oggetto nel suo insieme, a prescindere, è determinato dalla rilevazione che si può compiere sulle sue costituenti, siano esse materiali o immateriali, e dal modo in cui vengono composte, e sarà vera per quel che riesce a valere. Ed essi, a loro volta, sono delineati, composti, in relazione con altri oggetti sociali, così che l’oggetto di studio è fatto di oggetti di studio più piccoli, ed è parte di oggetti più grandi, ed è distinto da altri di pari livello, e con tutti questi si relaziona a prescindere dal proprio livello.
Questo vuol dire che c’è interazione, anche immediata, per tornare alla biologia, tra cellula e corpo, oltre che tra cellula e organo. In qualche modo, magari non particolarmente mistico, c’è: si ricevono certe sostanze dal fegato, ma si ricevono più specificatamente dalle singole cellule, che consideriamo insieme o separate a seconda di cosa indaghiamo.
La funzione più generale è la vita
La funzione più generale a cui assolvono i sistemi tutti, e quindi anche quelli sociali, è quella della vita, intesa come la successione dei momenti dalla propria nascita alla propria morte, in questo ordine, nella loro forma individuata come oggetto sociale. Sono anche parte, quindi, del processo di vita di ciò che costituiscono e di ciò con cui entrano in relazione, e sono la risultante dei processi di vita che contiene e con cui si relaziona.
La vita di una struttura è il contesto delimitato (in spazio, tempo, componenti, stadi, o in generale relazioni) lungo il quale essa ha consumato più di quanto è stata consumata, o espresso meno energia di quanta ne ha integrato, e questo criterio identificativo è un altro (o lo stesso) limite analitico di impossibile risoluzione quando si delineano i bordi di un oggetto. In un certo senso è l’imposizione del concetto di entropia sulla realtà sociale, e non potrebbe essere altrimenti. Una coppia, il matrimonio in chiesa, e il concetto di matrimonio, sono tutti e tre aspetti declinabili temporalmente, spazialmente, costitutivamente e contestualmente, come cose in traiettoria dalla composizione alla dissoluzione, dalla stretta di relazioni più intensa verso, inevitabilmente, la loro dissoluzione.
Possiamo immaginare il parlamento come la batteria di una macchina, di quelle che si lanciano nell’oceano, dove nella metafora i parlamentari stanno al parlamento come gli elettroni stanno alla batteria.
Quando il parlamento è aperto, o quando la batteria è azionata, i parlamentari si consumano, spendono le proprie energie per immetterle nello stato (chi più chi meno), così come l’elettricità viene liberata dalla batteria per essere consumata dall’auto.
Quando il parlamento è chiuso, o la batteria è spenta, non cessa di esistere come oggetto materiale. Statisticamente, i parlamentari saranno in una nebulosa di posizioni possibili centrate nel parlamento, così come gli elettroni saranno in posizioni possibili centrate nella batteria. La sto tagliando con l’accetta, ma se non sapessimo che il parlamento osserva certe chiusure da calendario avremmo le stesse informazioni necessarie per parlare di indeterminazione spaziale tanto di parlamentari quanto di elettroni. Alla peggio, è una metafora.
Comunque, se il parlamento dovesse invece essere sciolto, cioè svuotato delle sue relazioni con tutti i suoi specifici parlamentari, così come se la batteria dovesse essere scaricata totalmente della sua corrente, le energie di quelle singole persone, come di quei singoli elettroni, sarebbero disperse nell’ambiente, non più centrate nel parlamento, o non per quel motivo, così come non centrate nella batteria, o non per quel motivo. In questo caso rimarrebbero il palazzo parlamentare, e anche l’istituto giuridico, cosi come sono rimasti la batteria, e la sua tecnologia come contenitore di elettricità, e quindi permangono anche l’idea astratta di parlamento, e quella di batteria dell’auto. In realtà, queste due cose dovrebbero venire aggiornate alla luce del fatto dello scioglimento della camera, così come bisognerebbe tenere conto, magari, del numero di volte in cui la batteria viene scaricata del tutto.
Il parlamento come palazzo fisico rimane lo stesso del precedente, in un certo senso, o almeno vi è in stretta relazione, a prescindere dall’aver disperso i suoi parlamentari, che a loro volta conservano nella loro vita anche il fatto di aver composto il parlamento. In questo modo, idealmente, il parlamento costituito anche nei suoi parlamentari si è dissipato della sua energia, che tuttavia permane, come la batteria e i suoi ex elettroni, e questo potrebbe dirsi del suo specifico concetto: il parlamento del 2013, nel 2026 è disperso, così come la sua funzione parlamentare, in quanto oggi vi è tutt’altro parlamento a svolgerla, per quanto legato al precedente sotto innumerevoli aspetti.
Se il parlamento dovesse essere abolito, sarebbe come smontare la batteria, cioè disperderne il resto della sua realtà materiale, e se fosse rimpiazzato sarebbe come montarne una nuova, magari con tecnologia un po’ diversa, così che la sua descrizione funzionale sarà anch’essa diversa.
Perdere per sempre l’idea di assemblea parlamentare, invece, sarebbe il momento di morte del concetto astratto.
Ora, in tutti questi livelli, è da sottolineare che la morte di uno di questi livelli causa sincronicamente anche quella degli altri. Si potrebbe dire che, in ogni istante, il parlamento viene rimpiazzato a tutti i suoi livelli: ogni secondo che passa i parlamentari sono un po’ diversi, il parlamento come istituzione è un po’ diverso, e quindi l’idea che rispecchia di parlamento è un po’ diversa, in quanto in accordo col cambiamento delle altre due, e quindi o generata da una delle altre, o generante una delle altre, e quindi di entrambe. A differenza di platone, quindi, non c’è un’idea astratta a cui le manifestazioni reali convergono, ma ne esistono di infinite contemporaneamente, solo in momenti diversi del loro processo di vita materiale, funzionale e concettuale; tra queste c’è una tensione all’identità, una rincorsa incessabile, più che una tensione verso una specifica perfezione, e ogni rincorsa di questo ciclo ha direzione ed intensità. Immagino sia più simile al divenire, e anche qui non c’è da stupirsi, nella mia infinita ignoranza della filosofia in generale, che forse, a leggerne di più, ne scriverei meno a proposito.
La specificazione di un oggetto relazionale può, in generale, salire e scendere all’infinito: la relazione è specificata come associazione, che è specificata come unione tra esseri viventi, che è specificata come vita in comune tra animali, che è specificata come matrimonio umano, che è specificata in un singolo matrimonio, che si specifica nelle persone che lo compongono, e via discorrendo. In questo modo di pensare, però, la definizione di un livello, e quindi il suo posizionamento in un ipotetico imbuto di specificazione, è arbitraria, nella testa di chi la pensa. Ad esempio, parlando di unione tra esseri viventi, non è chiaro perché discendere da lì alla cellula, e poi all’umano, e non prima all’umano, e poi alla sua determinazione delle cellule, non venendo prima né l’uovo né la gallina, e lo dico con il massimo sostegno per la causa abortista.
Le cose sono relazioni, quello che fanno anche
La relazione è, oltre all’oggetto di studio se pensato come oggetto generico, anche l’unico operatore (“~“) che mette insieme due sistemi, a patto di perdere contezza dei rapporti di costitutività e contestualità di, e tra, questi oggetti, in quanto a tutti gli effetti la loro relazione è un ipo-fenomeno interno di infinite realtà più grandi, o un super-fenomeno esterno di infinite entità più piccole. Le relazioni in generale, e quindi i sistemi sociali in particolare, sono ricorsive, cioè processi della funzione di vita fatte di relazioni di, e con, altri processi di vita, dentro un processo di vita più grande. In questo senso, sono anche convolutive, se non sbaglio termine, cioè la loro espressione è data dalla risultante del processo di relazione tra i processi di vita interessati. In altre parole, gli effetti del matrimonio, e del divano, si combinano nella divanogamia, e l’effetto non è né somma né moltiplicazione o altro, ma sicuramente la risultante di una relazione.
In formalismo, diciamo che in grassetto abbiamo le manifestazioni materiali, in corsivo i concetti, e le funzioni si applicano con le parentesi. Niente è semplicemente quell’oggetto in nessuna specifica sfaccettatura. Non vedo in effetti motivo di non applicare più tipi insieme, ad esempio P(), se non che può essere ridondante. La provincia di firenze sarà, allo stesso tempo, P, P, e P(), o P, o qualsiasi altra combinazione a seconda di come la si sta declinando.
Ad esempio, la provincia materiale si relaziona con l’università di firenze nella sua materialità, U, in questa maniera:
P ~ U = PU = X
L’operazione è valida a prescindere dal tipo di oggetti. Ad esempio, dati due sistemi, provincia materiale, P, e università come concetto, U, si metterebbero in relazione a questa maniera:
P ~ U = PU = X
dove stavolta scegliamo di declinare il risultato nel suo aspetto di concetto, arbitrariamente. Beninteso che non sto proponendo davvero questo formalismo se non per capirsi. È anche vero che sto facendo delle operazioni piuttosto radicali dal punto di vista di chi ha una idea specifica del proprio metodo, cioè ad esempio una persona che intende la realtà sociale come esistente realmente solo in una di queste sfaccettature, e solo secondariamente, ad un livello meno pertinente con la realtà, in altri, o comunque a livelli diversi. Cioè, è comune credere che la realtà sociale esista solo nelle azioni che si svolgono, o solo nell’occhio di chi le guarda; come è comune non pensare alle differenze tra comunicazione non-verbale e linguaggio informatico come meritevoli di particolare analisi per poter parlare solo di uno, o solo dell’altro linguaggio come tali.
Invece, se il linguaggio è il supporto di una comunicazione, e la gioia è comunicabile, allora è necessariamente vero che la gioia sia esprimibile sia nella danza che nei linguaggi formali. L’incapacità del secondo di svolgere la funzione la squalifica come linguaggio, ma è facile immaginare un modo di esprimere gioia con della programmazione.
Il problema di collocazione dei livelli, così come quello della misurazione, rendono tanto legittime quanto arbitrarie tutte le operazioni di specificazione degli elementi, delle loro dimensionalità, dei loro rapporti di appartenenza e scissione e via discorrendo. Non si può legittimamente distinguere tra una trattazione che tratta, ad esempio, della provincia di firenze materiale P in relazione al concetto generale di università U, senza parlare anche del rapporto della città materiale con la propria università materiale, PU, o del concetto/funzione di città con quello di università di firenze materiale P(U), eccetera.
Inoltre, non si può definire aprioristicamente un sistema di funzioni più specifiche. Pensiamo ad esempio a un’operazione di appartenenza contenutistica, del tipo “P c U“, c come contiene. Sappiamo che alcuni membri materiali della provincia di firenze, ad esempio il suo sindaco, non si trovano sempre nella provincia di firenze, e la specificità concettuale dell’università di firenze ha a che fare con università che non sono in provincia di firenze, sicché non sarebbe immediatamente chiaro come funziona questa “c”.
Per dire P c U bisognerebbe, ad esempio, stabilire una P che non tiene conto degli effetti delle concettualizzazione universitaria americana V su U, mentre sappiamo che U ~ V e quindi, magari,
P c (U ~ V) senza che P c V .
Questo non è dato per come funziona la relazione: non si usare l’operatore di relazione per scegliere in quali parti
U ~ V tale che P c (U ~ V) senza che P c V
perché U ~ V = UV in maniera non quantificata.
P ~ V, e U ~ V, tale che P c U e non P c V
Tutte queste cose, se banali e condivisibili, bene. È nel mio interesse costruire qualcosa di banale, compatibile con la scienza ma anche illimitatamente aperto agli svarioni. Altrimenti, giuro avranno molto più senso nel momento in cui cercherò di dare una enunciazione seria a qualcuno dei miei svarioni reali, promesso. Son partita con sti esempi mondani per vergogna.
Più in generale, c’è chiaramente infinita identità quanto infinita differenza tra la manifestazione materiale P, il concetto P, e la funzione P(), così come c’è infinita somiglianza e differenza tra P1 e P2, sé stessa in due momenti distinti del tempo. Le diverse rappresentazioni di una stessa cosa nelle sue declinazioni saranno quindi equivalenti e, nella stessa misura, vere nei loro termini, a parità di condizioni, e diverse in ogni altra cosa, sicché, per farla breve, è legittimo ipotizzare che la materia P “contenga” il concetto U, a patto di spiegarne il senso attraverso operatori specifici, di cui i limiti sono almeno quelli dell’operatore ~.
Rilevazione/misurazione/descrizione
La generalizzazione del sapere è, e deve essere, fungibile con quella particolare. Si studiano delle situazioni specifiche per capire meglio i corpi sociali in generale, sapendo che ciò che è vero per una, è vero per tutte, e sono diversi solo i momenti e le costituzioni in cui si riescono a descrivere.
Rilevazione, misurazione e descrizione sono, molto esplicitamente, tre facce della stessa medaglia, e l’assurdità della metafora è voluta. Si può rilevare solamente quello che delle misure, applicate ad una descrizione, evidenziano; si può misurare solamente ciò per cui esiste una descrizione per la sua rilevazione; si può descrivere qualcosa solo se si hanno delle rilevazioni che possono misurarla. Ciò che si può sapere è dato da ciò che si vede, e ciò che si sa, e viceversa tra le tre cose, e queste cose passano per una codifica limitata, in precisione, coerenza, leggibilità, utilità, rispetto al contesto.
Quando si descrive un oggetto, lo si descrive nel suo stato specifico, un istante nella sua evoluzione di vita, e si descrive la sua eventuale rilevazione nel suo contesto.
Come per la fotografia, quello dello scatto è un problema di angolo visivo, di granularità, di codifica, di strumentazione, di posa, di luce, e così come non esiste la fotografia perfetta e totale di un oggetto, nella sua posizione nell’universo e nelle sue piccolissime unità costitutive, non esiste la fotografia perfetta di un oggetto sociale, e ogni fotografia è solo un punto di vista particolare. Studiare il momento di una struttura nel suo contesto produce un nuovo oggetto, che è quello del contesto informato dello stato della struttura, visto in un certo momento e in un certo luogo, a determinate condizioni ed angolatura, e questa fotografia è diversa da quella del contesto senza informazioni sull’oggetto in questione, e viceversa, e via discorrendo.
Quando si fa una descrizione (concettuale, empirica, funzionale) si decidono allora, contemporaneamente, almeno tre cose:
- Quale è l’oggetto, e quindi anche di cosa è fatto: forma e bordi, e quindi contenuto
- Cosa è il contesto dell’oggetto, quindi cosa non è l’oggetto in sé
- Quali sono le relazioni che possibile prendere in considerazione tra oggetti, componenti, contesti, e quindi quali sono le loro funzioni
Ai fini di questi esercizi è quindi ammessa ogni fonte di sapere sociale riportata a questi termini, e di cui sono ben definiti i limiti. Riportare a questi termini la narrazione di un sistema sociale permette di applicargli la stessa rilevanza, e le stesse operazioni, con altri saperi simili, e quindi poi di generalizzare tra essi, che è il fine della ricerca.
Ricorsività e convoluzionalità degli oggetti
Il processo è la sequenza di stati che una struttura attraversa lungo la sua funzione vita, ed è la stessa cosa di dire funzione di vita, come di struttura, agente, o oggetto, in rapporto ad un loro decorso.
Tra le strutture individuate non cambiano processo e funzione, che sono la vita, ma cambiano le composizioni, i momenti e i contesti delle strutture, e quindi lo svolgimento della loro vita attraverso lo spazio ed il tempo. Beninteso, questo vuol dire che è la rilevazione di una struttura a delimitarne nascita e morte, e e anche viceversa, nella solita co-determinazione tra tutti gli aspetti e livelli che si decide di individuare.
Le strutture sono a tutti gli effetti ricorsive, o iper-geometriche: a parità di costituzioni e contesti, le strutture sono tutte uguali al loro interno, e svolgono tutte le stesse funzioni all’esterno, sia in sé stesse che nel loro insieme; e a parità di condizioni lo fanno alle stesse maniere; in una frase, le funzioni di vita si relazionano sempre e solo con altre funzioni di vita.
Se si trova, cioè, il concetto di gruppo di umani maschile, appropriatamente descritto nei suoi presupposti, e questi sono rinvenuti in un altro sistema, ad esempio una specie di scimmie, allora quanto vale per la funzione di vita delle persone, nella loro mascolinità, vale automaticamente per quella scimmie, nella loro, e viceversa, se si trova il modo di esprimere questa identità appropriatamente, perché tali cose sono costituenti della funzione di vita per come si sviluppa in oggetti siffatti.
Ad esempio, il linguaggio non verbale L degli umani U maschi M, UML, dovrà rispondere alle stesse caratteristiche di quello non verbale delle scimmie maschie SML. Non nel senso in cui i fenomeni si ricalcano nella pragmatica, ma concettualmente: se si trovasse, cioè, il concetto di prevalenza di comunicazione aggressiva A in uno (UML ~ A), è lecito pretendere di rinvenirli nell’altro (SML ~ A), a prescindere (oppure no) che abbiano la medesima manifestazione corporea, perché sono aspetti propri del linguaggio maschile LM comune a entrambi, pena il collasso dei concetti in comune non per uno dei gruppi, ma per entrambi, cioè di LM, e a maggior ragione A, in toto. Cioè, o il concetto LM non è abbastanza potente tale che possa essere rinvenuto tra umani e scimmie, e cioè non è vero che
(U ~ LM ~ S) tale che U ~ LM e S ~ LM , e quindi UML ~ SML
oppure, più verosimilmente, così come ci sono alcuni bonobo che preferiscono di gran lunga divertirsi tra loro, ci saranno gruppi di uomini che preferiranno fare altrettanto, e anche qui mi sembra di cascare bene, perché queste cose le ho viste coi miei occhi.
I processi, o le funzioni, e quindi le relazioni, o oggetti, sono anche convoluzionali: specificando oltre la semplice funzione ~, la loro interazione produce effetti combinati apprezzabili anche più in particolare che la loro vaga interazione. Gli effetti non sono tutti uguali, almeno in un dato istante, ma discendono dalle interazioni tra momenti diversi della funzione vitale dei corpi coinvolti. Dal basso verso l’alto, per così dire, i corpi mandano avanti la loro funzione vitale dipendentemente dagli effetti dei corpi che li costituiscono; e dall’alto verso il basso, i corpi fanno altrettanto. Queste cose sono le cause e gli effetti, che sono entrambi momenti, configurazioni della funzione sociale in considerazione al suo contesto.
Siccome studiare un sistema S vuol dire studiare i sottosistemi s1..sN, allora per sapere di s1…sN si dovrà perlomeno sapere di s11…ss1N,…,sN1,..ssNN, come sue costitutive (parti materiali, istanti temporali, concetti, funzioni che interagiscono).
Questo significa che la funzione di vita delle scimmie maschie deve essere davvero identica a quella degli uomini maschi, a parità di condizioni, per chiamare entrambe le cose maschie. A parità di condizioni, fatta eccezione solo, ad esempio, del dato biologico, se non tutti gli attributi costitutivi della mascolinità hanno analogo, è perché mascolinità allora non è, ma qualcosa non solo di specifico, ma di diverso.

Un esempio per capirsi sulla funzione di vita (P.S: mica tanto)
Immaginiamo di voler sapere di più sulla guerra. Ci si potrebbe interessare alla vita di qualcosa come gli stati, o dei loro eserciti, o di una certa divisione, o di una unità soltanto, o di un soldato. Questi concetti saranno presi, più o meno arbitrariamente, nelle loro declinazioni materiali, funzionali o concettuali, e tra gli elementi si applicheranno delle relazioni, di cui la più generale è la nostra “~“.
Vorremmo ad esempio chiederci cause e conseguenze della presenza della maschilità nelle funzioni vitali degli oggetti ad ogni livello pensato (patria, gerarchia patriarcale, cameratismo, machismo) perché, per quanto arbitrari, i simboli non si prestano a confutazione, e il fatto di vedervi la mascolinità a tutti i livelli della guerra può ben essere simbolico.
A qualsiasi livello sapremmo quindi che ci staremmo interessando a dei processi di vita che coinvolgono in qualche modo una prevalenza maschile, come funzione, come concetto, come materialità. A prescindere dallo studio che si compie, insomma, si starà studiando qualcosa di come funziona la prevalenza maschile, in generale e a parità/differenze di condizioni, come per le scimmie.
L’unità X dell’esercito Z, di per sé, non starà facendo altro che mandare avanti la propria vita in quanto tale. Per farlo, dovrà consumare più di quanto consumano le unità con cui entrerà in relazione, amiche e nemiche, e più in certi specifici modi: più omicidi, con certe armi, con certe persone. E per farlo, avrà bisogno che ognuno dei suoi soldati consumi più di ciascuno dei soldati amici e nemici, e in certi modi specifici, e che quindi l’esercito in generale consumi più degli altri eserciti, in certi modi specifici. Perché consumando si cresce e si manda avanti la vita, e sicuramente senza consumare si muore. Diciamo quindi ora che consumare è la funzione ~ con versore, che è implicato dall’entropia, e per quanto il consumo sia bi-direzionale, non può essere pari in intensità a versi opposti.
Di una relazione potremo dire, ad esempio, che in un determinato momento vale: X ~> Z, cioè la funzione di vita dell’unità X sta consumando il concetto del suo esercito Z, o in generale del suo esercito, più che venendone consumata, a patto di spiegarlo. Va da sé che se X sta, che ne so, acquisendo prestigio dentro Z, e questa è una funzione di consumo favorevole per X, allora il suo impatto sarà tanto su Z quanto su Z e Z(), e non potrebbe essere altrimenti.
Potremmo vedere le modalità specifiche di questo processo di consumo in una struttura specifica, date le sue costituenti, e dato il suo contesto. Dati gli uomini della divisione, o le divisioni dell’esercito, o degli eserciti nel mondo, sempre tenendo a mente la prevalenza maschile, che è causa e conseguenza di ciò che si sarà rilevato.
Vedremmo quindi che il soldato singolo, per assolvere alla sua funzione di vita in modo maschile per come codificata dal suo contesto (scelta sua), si impegna ad esempio in certe specifiche relazioni con sé stesso e con gli altri, ad esempio nella cura del proprio corpo o lo stupro di donne innocenti, a discapito della meditazione e della danza classica con le amiche.
Nel contesto del soldato le prime attività, a differenza delle seconde, gli garantiscono la sopravvivenza in un contesto in qualche modo maschile, in una maniera quindi anche, in qualche modo, maschile. Il soldato è determinato nella mascolinità della sua vita dal suo contesto, e il contesto è determinato dalla sua mascolinità.
Un gradino più sopra, vedremo che l’unità in generale sarà impegnata a garantirsi la sopravvivenza in quanto tale alla stessa maniera. I soldati si impegneranno ad affermare la loro mascolinità tra loro, e a proiettarla all’esterno nel loro insieme: dovranno uccidere il più possibile, obbedire il più possibile, e chiaramente morire il meno possibile, tutto nella maniera più maschile possibile, perché fatta di cose maschili, ed espletata in modi maschili.
E sapremo allora le conseguenze al livello più alto ancora: che il linguaggio dell’esercito sarà fatto di parole mascoline, e temi mascolini, e discorsi mascolini, perché verso il basso garantirà la mascolinità delle divisioni, e quindi dei soldati, e all’esercito garantisce gli strumenti per mandare avanti il suo processo di vita in relazione agli altri. È in questo modo, volendo, che è possibile ricostruire una teoria della guerra come fenomeno maschile, o patriarcale, o ad esempio si traccia la linea tra cultura linguistica e agire individuale.
Non mi sembra brillante
Mai detto lo sarebbe stato. Ad ogni modo, per quanto riguarda l’esempio precedente, rimane che si tratta di uno studio sulla prevalenza maschile, anche come concetto M. La generalizzazione non sarà dire, semplicemente: “dove c’è una prevalenza di uomini, le cose così funzionano”, che per ogni x tale che xM, allora…, perché sarebbe chiaramente falso. Esistono gruppi di uomini che giocano a carte. Però, semplicemente mantenendo ferme le similitudini, e cambiando ogni altro aspetto, avremo delle risposte specifiche per la nuova configurazione che, a rigor di logica, sapendo di tutti i caveat precedenti, non saranno più o meno opportune di quelle di partenza.
La trasposizione può essere più o meno opportunamente fatta ad ogni contesto. Prendiamo la danza classica D, e ipotizziamo che ci sia uno stereotipo di maschile declinato, M*, almeno in un contesto a prevalenza maschile C della danza, cioè C(D). Stiamo cercando, in qualche modo, CD ~ M, o magari CD <- M. Facciamo che, se esiste l’ideale di maschio nella danza classica, e la gente gli sa dare un nome quando la vede, o se la riconosce, allora è possibile entrarci in relazione, anche solo come bugia, e quindi studiarla.
Manteniamo quindi fermi confine inferiore e superiore dello studio: al livello più alto manteniamo il simbolo generale di mascolinità M, che sappiamo esiste trasversalmente perché dichiarato sia dai ballerini che dai soldati con cui abbiamo parlato, e ad un livello più basso prendiamo l’aspetto comune della prevalenza maschile, C, comunque individuata.
Di quello che si riesce a dire di X, soldati, basandosi su CX ~ M, si potrà dire di Y, ballerini, basandosi su CD ~ M, con le dovute differenze causate dal fatto non che C non sia sufficiente a trasporre, per Y, quello che è specifico in CX e alieno a CY: C, se costruito a partire da CX e CY, li ammetterà in partenza, senza aggiunte di elementi che sono impossibili in uno e possibili nell’altro, e quindi può operare come commutazione tra CX e CY, sicché si avrà che CX = CY = X ~ C ~ Y. Se così non fosse, CD sarebbe una specificazione di qualcosa di diverso da C, sarebbe invece, magari, un G ~ D, in relazione a G nella maniera in cui C ~ X e C ~ Y.
La dimostrazione, se valida, è anche all’inverso. Se si pone a priori C come generalizzazione di CX e CY, questi si possono istanziare di conseguenza, e quindi reificare ed eventualmente rinvenirli nella realtà per come pensati, già compatibili tra loro e con C alla stessa maniera.
Qui è dove, io penso, che il tana libera tutti subisca un forte principio di autolimite acritico. Non importano le specifiche relazioni che si descrivono, né i livelli considerati o le definizioni degli oggetti. È fondamentale, però, che la loro costruzione segua questo criterio commutativo o traslativo generale ed estensivo, volutamente poco definito, in modo da poter operare generalizzazioni e specificazioni tra livelli e oggetti diversi, e validarli tra loro.
Se si fa tutto in maniera corretta, dovrebbe essere a questo punto possibile ripetere le stesse domande riferite all’esercito, e trovarvi risposta. In un sistema del genere, vige che non ci sono domande senza risposta possibile, solo domande parziali con risposte parziali.
La trasposizione sta in questo: se sappiamo che il concetto di divisa W militare maschile, ad esempio, risulta dalla mascolinità, cioè CM ~ WX, ci si può chiedere qual è la divisa del ballerino CM ~ WY, e se esistono sia divise da cerimonia, WXa e WYa, sia divise da prestazione, WXb, WYb. È possibile chiedersi quale cultura del corpo è considerata maschile nel suo contesto, e perché. Ci si può chiedere in cosa constiste, in entrambi contesti, uccidere un altro uomo, e cosa stuprare una donna, a prescindere da cosa siano gli uomini o le donne in quel contesto. E le risposte, provenendo dalle stesse domande, avranno in comune con le altre risposte qualcosa di fondamentale, che è la mascolinità della relazione e dei suoi attori, e quindi l’essere anche ciò con cui la mascolinità tende a interagire. Non ritrovare le stesse domande con le stesse risposte non è un fallimento né della realtà né del metodo, quanto un errore nella descrizione appropriata di oggetti, specificazioni e generalizzazioni, o misurazioni, o quant’altro. Sappiamo a priori che queste teorizzazioni sono possibili, seppur complicate a farsi, e rimangono semplicemente in attesa di codifica.
La questione metodologica in questo senso dovrebbe collassare in sé stessa, appiattirsi del tutto. Per inciso non c’è, e non può esserci, nessuna differenza tra uno studio quantitativo e uno qualitativo su questi temi, o su qualsiasi tema. Per come funzionano le strutture sociali pensate come sopra, ad ogni scala e ad ogni livello vi saranno gli stessi limiti conoscitivi, gli stessi aprioristici ritagli di oggetti, le stesse parzialità nelle fotografie. È negli altri aspetti, quelli mutabili nel percorso di vita, che saranno diversi, e possibilmente diversi in tutte le cose non considerate. Ma se si decide, secondo proprio criterio, che un’indagine statistica sugli eserciti e una intervista ad un soldato sono entrambi studi che hanno rilevato appropriatamente la mascolinità, allora nelle loro comunanze le risposte non saranno solo compatibili, ma anche interscambiabili.
Se dai soldati sappiamo già che che uccidere più uomini è come si sta al mondo per loro, allora dovrà esserlo anche per i ballerini. Dal dato del soldato, implicate le caratteristiche specifiche da CX a C, attribuiamo al ballerino la stessa tendenza attraverso CY. Allo studio potrebbero poi aggiungersi ad esempio KX(M) e KY(M), specificazioni della funzione di uccidere un uomo, K(M) e quindi di uccidere in generale, K. Questo può essere considerato in funzione ai contesti, cioè, ad esempio, CKX(M) e CKY(M). Se tra i ballerini non si rinviene il concetto di omicidio, o non alle stesse condizioni, allora i casi sono o che M ha la stessa relazione, ma non la stessa intensità o direzione di consumo con X soldati e Y ballerini, cioè il fenomeno è in crescita in uno e in declino nell’altro, o può anche essere che la generalizzazione di K sia sbagliata, o siano sbagliate le sue specificazioni KX e KY, o ancora l’interpretazione delle loro relazioni con M, CX o CY.
Allo stesso modo, livelli anche molto distanti di analisi possono essere studiati contemporaneamente, come una nazione ed una sua città, che deve essere legittimo come tra una cellula e un corpo, o tra un atomo e un palazzo di cui è parte. Le relazioni tra queste cose esistono, come tra tutte, e le uniche cose che mancano sono domande e risposte. Di certo i limiti della ricerca scientifica non sono, in questo sistema, sufficienti a comprimerne il programma conoscitivo, e la postulazione dell’esistenza di “verità” siffatte.
In questo senso, chi prima arriva meglio alloggia. Trovare una risposta in un contesto è trovarla in tutti i contesti, a tutti i livelli, ed è trovare la prima e ultima risposta alla domanda così codificata. L’impegno sta nel sostanziare il concetto generale di casi specifici per capirlo, e di applicarlo ad abbastanza casi specifici per meglio delinearlo, e in questo modo definire e studiare in un momento solo concetto, funzioni e realtà materiali.
Tutto questo, sostanzialmente, in giustificazione della stesura futura ipotetica di trattati bizzarri a cui una parte di me, in qualche modo profondamente scientista, non vuole lasciare spazio infinito. manca tutta una parte che vorrei scrivere presto, ma per ora sono contenta di aver messo giù alcune parti di questo testo. altre non mi piacciono per niente ma penso per ora rimarranno così.