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Political hermetism against the estabilishment

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Tag: Anarchia

Cucina Hermetica 3 – Tortéé alle mele responsabili e cannella del confronto collettivo

Posted on 27 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus
torta tempestata di meraviglia

Introduzione

Hermes: […] È dunque questa la natura del sapere: che ogni voce, interrompendo l’altra, crea movimento nel discorso; e lasciar parlare una persona è offesa alla sua limitatezza. Un ragionamento segue sempre sé stesso dall’inizio alla fine, e finisce dove ha iniziato: nulla è successo, e le onde del sasso presto ne disperdono l’impeto; un dialogo segue tutti i ragionamenti, e le onde del mare ne riproducono sempre l’impeto.

In questa deliziosa ricetta metteremo in discussione alcuni precetti tipici della conversazione in gruppo, cercando di contemperare libera espressione e dinamiche disfunzionali. Il tempo previsto è almeno un’ora. La torta si può consumare calda o fredda, ma è sempre raccomandato cucinare e mangiare in compagnia.

Tavola alchemica

Farina: un intero

Acqua/latte: metà della farina

Mele: non ci provo neanche, a me finisce sempre che ne avrei dovuto aggiungere una in più

Olio: un decimo della farina

Zucchero: un terzo della farina

Lievito: vedi tu cosa dice la bustina di lievito

Sale: a piacere

Cannella, scorza di limone, aromi vari: un cofano di auto doblò

Rituale

In una ciotola: farina, zucchero, aromi, lievito, acqua/latte, olio, sale, mele tagliate a piacere. Coprire con mele, spolverare di zucchero e cannella. Olio sulla teglia se no attacca. Un’ora in forno statico a 180°.

E la metafora?

Nessuna metafora. Per questa ricetta l’esercizio è farsi il proprio rituale. A me serve parlare delle cose mie ora. :P

P.S.: mi rendo conto che segue uno smatto, ma ho come la sensazione che se lo levo casca il castello, per nessun motivo. Mi spiace averlo scritto e poi cancellarlo. Dai lasciatemi fare come voglio. Oh no sto ricominciando.

Va bè

Io sono una persona che parla tanto. Tantissimo. Soprattutto, parla prima di pensare, e quindi ragiona a voce alta. Il resto del tempo mi parlo in testa, è anche quello è parlare prima di pensare, perché sto parlando per pensare.

Mi capita principalmente di dire cose palesemente errate solo per completezza di fronte ad una cosa giusta. A volte me ne accorgo, altre no. Sic transit, nel senso di: “lo fa”.

Quando ho un tema di cui parlare ne parlo spesso, con più persone possibili. Ad un certo punto, come la torta, è cotto: allora posso impiattarlo come preferisco, e servirlo all’occasione. Se l’occasione lo permette, finisce in un tatuaggio.

In gruppo

Vale oggi nelle assemblee che si parli a turno e per alzata di mano. A me sembra un modo molto aprioristico di declinare l’orizzontalità, e in generale un modo molto costruito di indirizzare un fenomeno sociale (direi piuttosto fondamentale) altrimenti molto più libero.

Parto dicendo come intendo io un dialogo di gruppo utile e orizzontale: un dialogo in cui più voci e punti di vista possibile sono stati integrati. Il processo dovrebbe essere la costruzione collettiva di un discorso, non una sequenza di alcuni punti di vista personali tra i quali mediare.

Elenco di disfunzioni che trovo:

  1. Divisione attivi/passivi
  2. Attività = autorità
  3. Libertà di parlare quanto si vuole = meno tempo per tutti gli altri
  4. Meno tempo per tutti gli altri = minore pluralità nel discorso
  5. Compressione di interventi interrogativi o specificativi = aumento delle incomprensioni
  6. Standardizzazione dell’esperienza di dialogo a discapito delle proclività soggettive

1. Il primo è che le persone che intervengono di più finisce sono sempre le stesse, per il mero motivo di essere quelle che sono più a loro agio nel parlare in assemblea, di fronte a tutti, mentre gli altri ascoltano in silenzio, concordi con le regole dell’assemblea. Non vuol dire siano le più competenti, né si può ignorare che finisce per minimizzare l’apporto delle persone “meno attive”.

2. Se su quindici persone, cinque sono quelle che intervengono di solito, queste diventano più “autorevoli” anche solo per l’abitudine di starle ad ascoltare, ad allocargli tutto lo spazio necessario per le loro considerazioni, a trovarsi a convenire con loro invece che dire la propria, che magari è la stessa ma di cui si delega l’espressione a chi di solito se ne prende la briga, o magari è diversa ma si opprime internamente di fronte ad un’autorità o al contesto. Questo finisce anche per rendere i soggetti attivi meno passibili di messa in discussione, insomma li rende investiti di una certa autorità e quindi potere sulle dinamiche di confronto. Questo fa perdere di orizzontalità e pluralismo nel senso che fa emergere una gerarchia di persone e quindi di idee, e questo non è caro al Cosmo.

3/4. In assemblea portare a termine un ODG è un incubo. Banalmente, se nessuno si può interrompere anche quando magari sta parlando troppo, nel senso che si è capito cosa vuole dire, o che magari potrebbe essere interrotto molto prima perché il punto è un altro, cose così. Insomma se siamo un gruppo, un’intelligenza collettiva, sta a tutti e non solo al singolo valutare l’appropriatezza di un intervento, specie in termini di tempo. So che è brutto da dire, ma l’alternativa sono necessariamente anche già le conseguenze di cui sopra, e quindi in un modo o nell’altro bisogna capire come limitare gli interventi almeno in durata.

5. A me capita di non capire qualcosa all’inizio di un discorso e non capirne il resto. Mi farebbe comodo poter interrompere e chiedere di specificare meglio un concetto, o di darne delle motivazioni altrimenti non ovvie. A volte ho semplicemente bisogno vengano aggiunte delle informazioni che non ci sono. Se non sono l’unica con questi problemi, e vorrei vedere, allora in generale sarà che i discorsi che non vengono interrotti hanno dei limiti strutturali nella loro comunicatività, vale a dire, sono più facilmente compresi da chi condivide le conoscenze del parlante, e più difficilmente dagli altri. Questo a maggior ragione che una persona magari non interviene per fare interventi così semplici, che magari passano anche per il far parlare di nuovo la stessa persona, dopo che quella magari ha appena finito un discorso di dieci minuti e sarebbe il caso di sentire qualcun’altra.

6. Non tutte le persone sono a proprio agio in questa struttura. A me mette a disagio parlare senza essere interrotta, e mi mette a disagio anche iniziare a parlare dicendo “se volete, a me potete interrompere”, perché non si possono cambiare le regole del gioco così, de botto. Finisce quindi che cerco di essere molto sintetica nei miei interventi, che però non è neanche quello che vorrei. Vorrei parlare il tanto che vengo ascoltata e capita, e vorrei essere interrotta al primo momento in cui c’è qualcosa di rilevante da dire a riguardo di quello che dico io. Magari gli dò seguito subito, o magari posso anche dire “aspetta, su questo ritorno dopo”, però intanto è utile, mi aiuta a riorganizzarmi un po’ il discorso anche alla luce di quel feedback. E comunque è un feedback, sto parlando con qualcuno invece di fare la predica o “dire la mia”. E così via e così via, magari potrebbe semplicemente stare ai singoli di gestirsi il proprio intervento e le proprie preferenze.

Considerazioni utili?

Pensieri, preghiere, parole.

Penso possa essere interessante esplorare altri modi di fare assemblee, beyond le alzate di mano. A me affascinerebbe un accordo del tipo: ognuno si prende la libertà e responsabilità di parlare e interrompere come meglio crede, nel rispetto delle buone maniere e del senso di confrontarsi in assemblea.
Tutto qui, dico solo meno regole perché sono un po’ coercitive, un po’ danneggiano le assemblee in generale, e un po’ sono anche infantilizzanti.

A me era venuta questa idea un po’ pazza della rotazione del compito di introduzione della conversazione. Mi spiego: a turno, magari in senso orario, spetta il ruolo di introdurre il punto dell’ODG (o tema o che ne so). Così dai un ordine casuale e orizzontale agli interventi, in parte stimoli chi parla poco e in parte comprimi chi lo fa troppo. E mi piacerebbe che questa cosa si esplicitasse insieme al dire, a voce alta, che si sta facendo un dialogo tuttu insiemu per creare il discorso più plurale e piacevole possibile, senza regole se non quelle di responsabilità personale.

Esempio: la persona introduce il tema con quello che sa e dicendo una constatazione di partenza sul tema, o direttamente fa una domanda aperta. Obbligatoriamente è la prima persona a parlare, e la prima a cui viene risposto. Dopodiché se non ci sono domande sul secondo intervento, interviene la prossima persona che vuole intervenire. Se vogliono intervenire in due o tre, si mettano d’accordo su chi inizia, senza che gli venga data la parola. Se c’è un ordine si vede, o se son tutti insieme che si mettano d’accordo come tra adulti. “Prego prego” “no vai tu” “ok grazie”.

Si potrebbe decidere sia più ammissibile che qualcuna venga interrotta per domande o considerazioni (magari comunque brevi) che ognuna, in cuor suo, pensa siano davvero valide da fare in quel momento, perché sarebbe meglio per il dialogo collettivo. E magari, se una persona fa un’interruzione inopportuna, qualsiasi cosa essa sia, potrebbe essere responsabilità della persona che sta venendo interrotta dire se risponde subito, o dopo, o non risponde proprio alla considerazione o domanda. Potrebbe essere meno infantilizzante, oltre che meno coercitivo, invitare alla responsabilità personale nell’interrompere o nel fare caciara.

Questo facendo salve le buone maniere, e anche il senso di un’assemblea in cui comunque una persona parla e tutti ascoltano. Mi sembra che levando le regole si possano levare dei grossi mattoni dalle assemblee. Però non so, andrebbe provato, magari son tutte scemenze. Ci penso ogni tanto, tutto qui. Ci ho pensato facendo la torta.

La verità ermetista in fondo è che così come in gruppo, così in due, così da sole. Parlare in gruppo come si parlare tra due persone, e come si discute da sole nella testa, cioè davvero semplicemente rispettandosi tra pari componenti di una cosa più complessa.

Posted in Cucina HermeticaTagged Anarchia, Assemblee, Cucina, Cucina Hermetica, orizzontalità, Torta

Pizzeria “dall’Ermetista”

Posted on 16 February 2026 - 3 March 2026 by hermestrismegistus

Sono andata in uno spazio che è occupato da prima che nascessi, a 45min di bici da casa, in mezzo alle frasche, per farmi una pizza: ecco il resoconto del rituale ermetista della politica.

Per la precisione si è trattato di una cena stile bellavita, dove chiunque viene e porta qualcosa, se può, e tutto si condivide, con tanto che chi abita qui ha già fatto centinaia di panetti per le pizze, allestito e tutto il resto, sicché rimane solo da impastare e condire con quello che c’è, e quello che c’è è anche molto buono.

Per arrivare attraverso un tot di quartieri e sento la drum, perché ha il ritmo delle pedalate, e perché la bass è antisistema. Colgo l’occasione per interiorizzare la nausea che mi regalano i viali del centro, con i SUV parcheggiati negli appositi slot della grande piazza. So che per molte persone attraversare una città è una cosa normale, ma sotto casa mia danno fuoco alle macchine, e i SUV non vengono parcheggiati. Non ricordo quando ho iniziato, ma ho l’abitudine di sputare in terra di fronte alla borghesia, e i rituali sono fondamentali, e le tradizioni si rispettano.

Esco dal comune. In mezzo alle campagne senza luce si accoda un’altra bici. Le probabilità che non stia andando dove vado io sono prossime allo zero, ma aspetto un lampione prima di parlarci per non inquietarla. Ha il gps montato sulla bici e mi fa strada fino allo spazio.
“Non ho la catena”, mi dice.
“Le leghiamo insieme”, rispondo.
È una cosa ovvia, ma di fronte ad uno stabile occupato da oltre trent’anni ha tutt’altro, ingiustificato, gusto.

Entriamo e scopro che lo spazio è una piccola chiesa con due grandi tavolate sui lati dell’unica navata, e l’abside (o insomma dove sta di solito il pedofilo) è una cucina col forno a legna. Ci stanno un paio di persone con cui ho parlato solo una volta e che mi hanno invitata, un padre che gioca a scacchi con il figlio piccolo, una donna trans vecchio stampo, nonno anarchia, e pochi altri. Io ho portato quello che avevo in casa: due patate e una cipolla col germoglio lungo 30 centimetri ma inspiegabilmente non ammuffita. Born to work, world is a squat, 504’495’304 CVs SENT, non posso permettermi di più.

Faccio due chiacchere con chi c’è e nel mentre giro lo spazio: è meraviglioso, tenuto bene, rustico, ha una sala con un intero palco, dancefloor e degli strumenti, una zona notte, un’altra cucina, un giardino e non so che altre cose, e il tutto sembra una specie di agriturismo anarchico, mentre di solito capito in situazioni molto più urbane. Sulle pareti ci sono file di caschi da moto, qualcuno da sbirro, altri trofei di guerra, un’ascia per la legna col manico di oltre un metro, un miliardo di poster con le iniziative dello spazio e un mosaico immenso, rigorosamente esoterico, che capeggia sopra a dove starebbe il cristo. Le finestre sono inferrate e il portone ha una blindatura piuttosto nuova, e sotto il mosaico, appunto, si fa la pizza. Tutta la storia ed il senso dello spazio nel giro di un’occhiata.

Siamo una trentina e la pizzeria è partita. Ci metto un po’ a capire che quello che sta succedendo è un esperimento di autogestione, e non una volta ho visto qualcuno dare una direttiva od organizzare le operazioni. Non ci sono file per accedere agli impasti o al forno, se non quelle del “dopo vorrei farlo io”. Mi accorgo solo dopo aver preso un panetto che sto per fare Smatteria “dall’Ermetista” Pizzeria ed Autocoscienza nella maniera più letterale dell’espressione. Siccome a questa cosa del “rituale della cucina” ci credo davvero, faccio la mia pizza dando significato al gesto, e al contesto, e agli ingredienti, e al loro ordine. La pizza l’ho fatta bianca, perché i rossi sono i comunisti, e questi sono anarchici, e questo rende la pizza migliore, e non devo argomentarlo perché così è stato, e la pizza era migliore.

Aspetto la pizza in forno.
“…capito? Ci stavano i pazzi e dicevano: “a fuoco! a fuoco!”, e gli dicevano “siete pazzi!”, e invece i pazzi erano loro!”
Un signore sulla settantina, alto un metro e venti, col baffone e la cuffietta e una felpa nera antagonista, ciondola al centro della cucina e fa esattamente il nonno.
“Capito?”
“No, non ho capito”
“Qua fuori sta il manicomio. Gridavano a fuoco, e gli davano dei pazzi. E invece era il nostro tetto”, e indica in alto.
Il nonno era un militante, e il legno del tetto non sembra vecchio quanto il resto.

Ai tavoli è come una taverna fantasy. Le pizze sono tutte spettacolari, un po’ tutte alla napoletana, conditissime. Si chiacchera, si fuma, si beve, e niente è di nessuno, e tra il nonno e il vino sembra di essere ad una cena coi parenti, e mi sono chiesta quante come me non hanno proprio nessuna cena coi parenti, sicché trova un senso di famiglia in posti del genere. Parlo con una persona: mi fa il discorso del “la società civile è tutta una menzogna” e mille altre cose che condivido. Viene un’altra persona: dice lo stesso, ma parla strettamente in termini di filosofia post-modernista. Provo in giro ma non trovo con chi parlare ermetista, e passo quindi ai meri dialoghi maieutici. Una signora è affascinata dal mio nome al femminile e mi parla del glutine, e un signore fa una battuta sui “maschietti” senza venire ferocemente rieducato, ma semplicemente ignorato. A rigor di metafora, questi sono gli zii strambi.

La serata va avanti, vengono tirate fuori altre scacchiere, e dal forno iniziano ad arrivare le pizze con la nocciolata. Non sento parlare neanche una volta di cocaina, eppure condivido la tavolata con un gruppo di gente che dipinge sui muri, e li chiamo così perché non sono né un collettivo né una crew, perché litigano tra loro, e sono eredi di una cultura che non mi vogliono spiegare, e portatori di nessun messaggio se non l’atto in sé di graffittare, e questo vuol dire poco, e questo vuol dire tanto. È davvero un momento di socialità per una cinquantina di persone che, al di là di tutto, hanno problemi ad integrarsi con la società, e che hanno davvero solo questo in comune, perché in tutto il resto siamo persone normali. “Io sono anarchica come persona, e solo dopo ho scoperto il pensiero”, mi sento dire. Uno mi racconta della presa di coscienza a 11 anni. “Amico mio, non sai come ti capisco”, dico a entrambe.

Tra noi c’è quel pugno di persone che abita qui, ma non risalta. Il vino fa il suo effetto, si scherza forte, qualcuno si emoziona nel raccontare una storia e si alza in piedi. Non sento molto, ma è una storia di guerra, una canna di fronte ad un dj fascista ed un poliziotto prima di uno scontro, o qualcosa del genere; come le taverne fantasy, e le cene di famiglia, e il cazzeggio con gli amici.

Perfino gli “occupanti” sono diversi tra loro. Sta una ragazza che mi somiglia un po’. Una che parla a stento, e a stento parla italiano. Uno con una botta perenne, che gioca a scacchi in silenzio per tre ore di fila, e fa una pizza di cristo, molto più della facile battuta. Penso mi starebbe simpatico, ma il massimo dell’interazione è stato che una volta mi ha sgranato gli occhi come a dire “che botta c’ho”, e mi accontento. Questa gente, non si sa come, è finita a squattare, in uno spazio che resiste esattamente da mani pulite ed è sopravvissuto a tutto berlusconi, sgomberato due o tre volte, e questa gente forse sa cosa vuol dire mangiare poco, o mangiare soli, o mangiare male, o mangiare sempre a casa, e apre lo spazio come sala mensa, e fa centinaia di panetti di pizza per tutti e tutte, e niente di strano succede se non una comunità anche abbastanza vaga, anarchica a prescindere dall’elaborazione filosofia specifica dei presenti, dove ognuno fa un po’ come vuole e ci si trova come vuole, ed è l’unico posto dove persone come noi si trovano bene, perché lo shopping, e i bar, e i ristoranti, e i fast food, e i cinema, e i teatri, e i concerti, e le spiagge, e le montagne, e i treni, e i voli, e gli hotel, e la bellavita delle persone normali, non sono pensati per noi, non convincono noi, non includono noi, chiedono troppi soldi da noi, chiedono troppa sottomissione da noi, chiedono troppa credulità da noi, chiedono troppa quiete da noi, chiedono troppa complicità da noi, e noi siamo persone che mangiano la pizza tutte insieme, e sulle pareti c’è scritto di non portare denaro.

Art. 634 bis Codice Penale (11 aprile 2025)

Chiunque […] occupa o detiene senza titolo un immobile […] è punito con la reclusione da due a sette anni.

Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile, ovvero riceve o corrisponde denaro o altra utilità per l’occupazione medesima, soggiace alla pena prevista dal primo comma.

Il Barocchio Occupato

Qui alcune informazioni sullo spazio:

Lo spazio su Gancio e gli eventi

La storia del tetto

La storia della porta (si, l’ho trovata da sola notando la porta, volevo tirarmela un po’)

Posted in SmatteriaTagged Anarchia, Anarchy, Barocchio, Occupation, Occupato, Turin

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