Dal 3 luglio al 23 luglio del 1967, a torino, venti giornate hanno scosso la cittadina in un silenzio di tomba.
Del resto del ’68, del ’77 e perfino delle Olimpiadi ne parlano ancora tutti, del ’67 nessuno.
In quei giorni, una manciata di persone veniva ritrovata spappolata per la strada senza apparente ragione. Le indagini non portarono mai a niente, e il ’68 fece come un reset sull’attività delle forze dell’ordine, se qualcosa da resettare ci fosse mai stato.
Eppure, la pista politica anche sul ’67 si poteva considerare ed è stata invocata: quella anarchica, ed è durata ben poco. Altri colori non vennero mai dipinti sulla tela dell’eccidio.
In questi ultimi mesi il tema sembra essere tornato in voga, proprio per la similitudine tra questo periodo e quello, nel paese, nell’aria, ma soprattutto a torino, con le sue contraddizioni sociali, produttive e ambientali di nuovo al culmine, di nuovo polveriera, tombata col cemento. Analogia che però, a quanto se ne parla, non dovrebbe ricorrere così facilmente alla mente, né così collettivamente. Silenzi collettivi, quelli della coscienza sporca, a cui si potrebbe cercare di dare un perché.
Insomma, non rimane che raccogliere i cocci di ieri, e combinarli con quelli di oggi, consapevoli delle fratture insanabili con le forze dell’ordine e i servizi segreti, con l’attuale governo come con i precedenti, e coscienze storiche impolverate e borghesi, insomma: fasciste.
Con sospetto, e collettivamente.