96 ore di vivere

“potresti passare anche quando non ci sono eventi”, e allora decido di andare allo squat di venerdì pomeriggio.

fa caldissimo, salgo per la prima volta nell’abitativo e mi accoglie l’acrobata. non siamo così amiche e allora commentiamo gli oggetti in camera, il disordine, il caldo. facciamo su due canne, mettiamo su un set del manfree, cazzeggiamo.

è stata in africa e vicino oriente. ha fatto un servizio per una delle più importanti trasmissioni d’inchiesta dell’era berlusconiana. sa fare le capriole sul posto, salire sul bastone cinese, cantare, suonare, ballare, recitare, prendersi cura delle persone, divertirsi, dire e pensare cose serissime. ha libri sullo sciamanesimo. ci scambiamo storie di vita, facciamo amicizia come se fossimo le persone più normali del mondo. durante le chiacchere coglie tutte le occasioni per mettere in ordine un pezzettino, mi regala dei vestiti, mi meraviglia con storie e battute. sorride un casino. le persone normali brillano così tanto?

persone normali lo siamo. una signora straniera mi becca a ballare da sola in camera mentre l’acrobata piscia, e due ore dopo mi ingaggerà per insegnarlo alla sua prole. la sua prole, signora, mi ha regalato una limonata ghiacciata dal nulla, due settimane prima, insieme a mille altri gesti carini e segreti che non capisco in che modo mi sono guadagnata, non le dico questo ma la risposta è sì, lunedì balleremo con le bimbe.

passano i ragazzi, ci lasciano per andare in radio. noi andiamo a fare un salto al tabacchi, siamo sulla prima campagna della città, giriamo per le villette e siamo d’accordo che essere le zecche del quartiere non è poi così male. la rete dello stabile che è stato recintato dopo il recente incendio, mi informa l’acrobata, ce l’ha una conoscente. ora stanno i pannelli d’acciaio, “valli a rubare”. per fortuna non servono.

Dice che i cerchi nel grano li hanno fatti i piccioni. decine di piccioni. io non mi capacito: quanto può pesare un piccione? le spighe di grano sono alte, secche ma resistenti. puoi camminarci attraverso senza lasciare chissà quale traccia, e lo so perché l’ho fatto.

La sera c’è la bellavita vegana, ma sono l’unica ospite. i ragazzi sono tornati, si cazzeggia fino a tardi, mi dicono che il giorno dopo c’è una festa in un’occupazione in collina.

allora il giorno dopo, ottenuta la location, faccio un’ora di bici in sella a jamal bin jabul howlader, poi scalo collina e boschetto in gonna e camicetta, e arrivo al monastero occupato. vengo accolta da una decina di ninfe seminude che fanno il trucco per il seguente evento drag da tenersi nella cappella sconsacrata. mi trattano bene, mi fanno fare una doccia. contemporaneamente ci sono macchinette e console. mi aggrego alla metà di situazione elettronica, suoniamo un po’, io sono la più scarsa ma nessun me lo fa pesare. non conosco nessun.

il sole manco cala che ho già cominciato a ballare. da ora in poi la serata sarà pause: per rincorrere bicchieri altrui, fare finta di tenere il bar, perdere e cercare cose, innamorarmi a caso, e attività prestabilite.

una ragazza che pensavo fosse un’altra persona fa capolino dalla porta d’ingresso. è giovane, bellissima, mesta. sembra abbia perso il gatto. incrociamo lo sguardo e si apre subito. ha ansia: non ha mai performato così, si vergogna. voleva fare uno strip+pole sulle note dei massive attack, ma ora ha i ripensamenti. dei MA conosco solo una canzone ma so che sono compagni. “ti va se la ascoltiamo?” sei minuti in silenzio a sentirmi il pezzo. non so niente ma penso di riuscire a mettere in fila abbastanza frasi diabolicamente incoraggianti da tirarla su. sembra funzionare.

alle panche una coppia di lesbiche gigantesche e totalmente adulte. una bionda ha i tatuaggi in faccia, l’ho già beccata più volte, le ho rotto i coglioni cercando di farla ballare e penso mi odi da allora. ha sempre la faccia da “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”, e a me quindi non dice proprio niente, perché non ne so un cazzo.

la sua tipa invece è una chiacchera. una maman sudamericana, è gentile e attenta a come si esprime. mi dice che viene dalle favelas ma è stata adottata da una famiglia borghese in adolescenza, e che non ha problemi ad avere vite totalmente distinte contemporaneamente. risponde al telefono in ambito medicina emergenziale. mi dice che in sudamerica la questione del rispetto è diversa: tu hai diritto di dire frocio a un frocio, e quello ha il diritto di tirare fuori il ferro e spararti. passo così una mezz’ora, a farmi spiegare la vita vera, e su questa conversazione come infinite altre ci sarà sempre un’enorme censura, perché ste cose non si capiscono a farsele raccontare di prima mano, figuriamoci di seconda.

Si sblocca l’altra. “prima si poteva andare con lo scooter senza la patente. una volta nei vicoli abbiamo preso in pieno una volante, la mia amica è andata via in ambulanza e io son scappata”. e poi lo dice: “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”. faccio domande che non le piacciono, ma si vede che vuole raccontare cose anche lei. mi spiega cos’è la vita, stavolta nella genova di metà anni novanta, e sono contenta.

arrivano le performance drag rigorosamente nella cappella. c’è un bel po’ di gente, è tutto bellissimo, e purtroppo bisognava esserci. la timida si esibisce ed è fantastica.

la ribecco fuori per farle i complimenti, è con due tipe prese bene. le ho incrociate appena arrivate perché ballavo e si sono avvicinate alla dancefloor, ma non abbiamo comunicato. anche ora non comunichiamo molto, poi vado a ballare. mi richiamano: mi offrono l’m. chi sono io per rifiutare?

balliamo tutta la notte nel giardino, a me non sale niente ma so farmela salire, loro due invece perse totalmente. a fine serata facciamo che scendiamo dalla collina e torniamo alle bici tutte insieme? facciamo che domani andiamo al fiume tutte insieme? facciamo che rimani a dormire da noi? si però ho perso: telefono, tabacco, beauty case. mi aiutano con tutto, vado a dormire da loro.

non so dove siamo, in un bilocale in una palazzina storica. è totalmente tappezzato di riferimenti alla libertà personale, all’automiglioramento, alla pace nel cosmo e alla politica hardline primomondista. ci sono i libri sullo sciamanesimo. mi rendo conto che non so chi siano queste persone, neanche i nomi, e chiaramente quelle mo stanno ancora nell’iperuranio e comunque sono le sei del mattino e il giorno dopo si va al fiume “con l’amica sobria” e la non-più-timida.

e fu nanna e fu mattina e le chiacchere ancora poche e l’amica responsabile passa a prenderci e andiamo alle pozze ma sbagliamo ingresso e scendiamo il fiume correndo sulle pietre per quasi un’ora prima di trovare la prima pozza utile e ancora non ci siamo parlate e io non so né chi siano né dove mi trovo né dove mi sono trovata finora. l’amica sobria è una dottoranda ed una sciamana e facciamo un po’ di discorsoni. ha gli occhi chiarissimi ed è nello spettro, come penso anche le altre, in questo noi generale. dice che teme un po’ di chiudersi nella bolla, inizio a capire di essere stata sgamata come sciamana, che loro usano fare amicizia così, andando un po’ a colpo sicuro. non riesco a dirle che le stavo cercando ma non fa niente.

torniamo da loro, cuciniamo, ceniamo. finalmente parliamo. sulla politica direi proprio che ci siamo, di questioni di vita ci sono storie da raccontare, di metafisica non parliamo. torno a casa che non mi sono fatta un’idea di niente: del tempo trascorso, di queste persone, di me stessa. non so indicare i miei spostamenti su una cartina, non ho mai saputo che ore erano, non rispondo ai messaggi da tre giorni.

e lunedì sono di nuovo allo squat dal pomeriggio, e di nuovo l’acrobata, e le bimbe, e la musica, e la cena, e i racconti a tavola, stavolta anche assemblea, e il laboratorio, e l’orto, e mille altre cose che a scriverle ci metto un secolo, e non le so mettere in prosa, e a farlo ci metterei un secolo, è già tanto capire di che scrivere per dare almeno un’idea. ad esempio ho passato un’ora in uno spazio nascosto dove abita una delle persone che conosco un po’ meglio. è una trans vecchio stampo. sgamo l’esistenza del rifugio seguendo una bassline e mi accoglie nel suo antro. la roulotte è tutta legno, fichissima, confortevole, addobbata bene. ci sono libri sullo sciamanesimo. mi racconta la questione di genere per me, mi fa provare dei vestiti anche abbastanza hardcore, me li regala tutti in una borsa a spalla di cip e ciop ancora nuova che si appende perfettamente a jamal. la abbraccio e faccio tesoro anche della sua profondità di vita, insieme alle altre dieci che ho raccolto in queste ore, alle centinaia che raccolgo negli anni, le migliaia che raccolgo nella vita. becco la persona che ha messo in giro la storia dei piccioni nel grano e mi conferma tutto. dice: si gettano tutti insieme e poi a raspare, cosi mangiano il grano. li ha visti coi suoi occhi: mi fido.

tutto scritto così, in maniera stanca, quando l’unica cosa che vorrei dire è che sto in fotta con la vita, con queste persone, con questi spazi e con queste esperienze, e non so come comunicarlo se non elencando le infinite, infinite cose che mi ricordano di essere viva e di quanto è meraviglioso il cosmo, sparate in faccia anche novantasei ore di fila, e poco importa se la candela che brucia il doppio dura la metà, perché un weekend di questi vale dieci anni di sofferenza, e tutti i weekend sono weekend di questi, cioè della mia vita di cui non mi costa niente ammettere che mi piace un casino.

“Ma che ne sapete voi della vita” boh senti fra io non lo so. hai presente studia ma non si applica? ecco io non studio un cazzo ma diocca se mi applico

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خَلِّيك فَضَّي

stamattina avevo appuntamento con xxxx, il mio spaccino, che sta in barriera dove abitavo io, cioe’ dall’altra parte della citta’

ma lui e’ carino con me, ed e’ probabilmente tra gli ultimi anche nel mondo degli spaccini, e ormai abbiamo fatto amicizia quindi continuo a prendere da lui

insomma stamattina mi ghosta ma io vado a cercarlo lo stesso, non lo trovo e l’ultima volta che e’ andata cosi mi son detta: spendo una parte del mio budget adesso, dove trovo, e la maggior parte aspetto xxxxx

vado al parchetto davanti a dove stavo di casa. stanno tre nigeriani all’ombra, su un prato, gli faccio avanti e indietro e mi chiedono cosa cerco

gli do i soldi, “aspetta qua” e parte alla ricerca. non so esattamente come funziona, mi immagino diversi modelli organizzativi (e non) dietro quello che capita

insomma rimango li con una donna che sta seduta a gambe stese su un cartone, con la musica, e decido di attaccare bottone su quella

non parla molto italiano, mi dice che e’ musica nigeriana, mi chino a guardare il telefono, poi mi siedo in terra li vicino

mi dice vieni sul cartone e io tutta contenta me ne vengo sul cartone e li me ne sto

e mi passa un cannone allucinante

e davvero me ne sto li per un tempo indefinito, magari un quarto d’ora, venti minuti, ad aspettare che torni il tizio con la droga

non ci diciamo quasi niente, arriva un altro tizio, parlano un po’, inizio a farmi l’idea che la signora sia a capo della situazione, o comunque un pezzo centrale informativo, perche’ parlano in inglese e qualcosa capisco, e parlano di movimenti di persone e cose nei dintorni, mentre gli uomini girano, si guardano intorno, prendono direttive

e io me ne sto li con sta reggaeton nigeriana, mi sale il cannone, sono le 12 sotto un albero in un parchetto, c’e’ sole ma tira un po’ di vento, e me la godo da morire

finalmente torna il ragazzo ed effettivamente sembrano comunicare addirittura la manovra di riavvicinamento

arriva il tizio e mi passa con nonchalance l’erba arrotolata ai cinque euro di resto, e sembra dire “hai visto che classe?”, e’ soddisfatto

e io a quel punto me la stavo godendo con gli altri con la musica e ho capito che quello che ha fatto non era un gioco, ma un lavoro pulito, e lui era proprio un fico, e la maman pure dice “lui e’ bravo”

e si che e’ bravo, gli sorrido, gli dico grazie mille frati, prenditi sti cinque euro dai, sei un patatino

e abbiamo fatto un po’ convivialita’, ci siamo abbracciati, abbiamo confermato che la musica era proprio ballereccia, che c’era il sole e ce la stiamo godendo nonostante tutto

insomma abbiamo connesso, io devo andare, mi prende e mi dice qualcosa, che mi sono ripetuta duecento volte ma mi sono scordata, e me la traduce: piano piano

come a dire, take it easy

yes brother piano piano

baci e abbracci di nuovo, prendo la bici e me ne vado sballettando, piano piano
2:40 PM

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Smettere di immaginare

Da quando sono nata non faccio altro che vivere, e questo è un bel problema.

Ogni giorno mi sveglio e mi chiedo il senso di essere qui, e che dovrei farmene. Mi chiedo com’è fatto il mondo, di cosa è fatto, come funziona, e perché. Sono fatta così, di soli dubbi, e questo modo di stare al mondo ha un sacco di nomi e declinazioni. A me piace dire: ermetista; o ingenua.

Queste cose me le sono sempre chieste sia di giorno, sia la notte, e questo mi ha fatta notare che dubbio e sogno, tra loro, si scannano. Quando, in situazioni di politica, mi trovo con persone che mi invitano a sognare, non so che pesci prendere. Non sono pronta per questa conversazione, e non lo sarò mai. Vivere, per me e per descartes, alla meglio è dubitare, e dubbio e sogno insieme non stanno. Il dubbio ha solo regole, i sogni solo libertà. I miei pensieri hanno quindi tutti, irremidiabilmente, la forma obbligata del dubbio, e nient’altro. Diversamente da sogni colorati di meraviglie, somigliano alla caverna di platone, al matrix delle wachowski, al panpsichismo quantistico, stranezze così, in scala di grigi. Rimango fregata dal pensare solo al dubbio, come socrate, bruno, stirner, schroedinger e zizek, una ciurma di pariah insopportabilmente polemica, e con problemi a dormire la notte.

Mi dicono: “i tempi chiamano per nuovi immaginari”. “Bisogna immaginare un mondo libero”, o perlomeno “di rispetto reciproco”; senza violenza, o perlomeno con “quella necessaria a far la pace”; senza soldi, o perlomeno con quelli che “purtroppo servono a campare”; senza culture, o perlomeno solo “quelle che evidentemente esistono”; senza impatto ambientale, o perlomeno “quello indispensabile a vivere bene”.
Io immagino, e vivo, anche senza i perlomeno. Me ne sto qui, a “rinunciare ai miei privilegi”, e aspetto, col cerino in mano, in attesa che chi parla, faccia. L’ermetista non ha fretta, mi dico.

Di che si immagina in questo secolo, in questo spigolo di occidente?

Distopie tecnologiche. Ma… ancora? Sono sorpresa che dopo un secolo di science-fiction, e due di science in generale, ci sia ancora altro da dire. Sulle pareti della caverna ho visto ombre con l’esatta forma delle cose di fuori, che ci manca solo di brillare invece che coprire. Non penso di poter scrivere meglio di dick, bradbury o asimov, e tra loro manco saprei scegliere. “Bisogna immaginare”, insistono.

Mi avete sfidata, o scocciata, o entrambe le cose. Ecco che è tornato il dubbio: “forse, sto sbagliando”. Il mio preferito.

L’avete voluto voi.

Io mi immagino il mondo come un grande oceano invisibile. Un oceano di notte, un mare di dirac, un vuoto siderale di buchi neri immersi in un pieno di energia occulta.
Io mi immagino su una piccola zattera, un piccolo disco volante, e sporgendomi mi dico: non so prevedere come cambieranno le onde, neanche tra ora e adesso.

Io mi immagino… io sono, perdio.

Io sono una piratessa da zattera alla deriva, con dodici pistole e un sacco di salsedine dentro alle orecchie. Chi sei tu che ti accosti? Ma come osi, non mi temi?

Giuro: fai un altro passo e sparo.

Ti sparo che tutta la vita sono stata solo sulle zattere, o a mare. A volte a mare ci casco, corpo di mille balene, perché sono imbranata. A volte mi tuffo, perché sono nata nel mentre che mia madre, che ha la fobia dell’acqua alta davvero, era nell’acqua metaforica ad annaspare. Allora ancora oggi, spesso, salto dalla zattera e nuoto all’impazzata, forse per abitudine, forse per natura. Mi tiene in forma, sai? Posso nuotare per mesi interi, nonostante il (o forse grazie a) tutto il rum che mi scolo. Quando sono stanca mi giro per guardare quanto mi sono allontanata, ma è sempre come se non avessi mai nuotato, o avessi nuotato in tondo, o come se la zattera mi fosse legata in vita e mi seguisse. Tu come te la spiegheresti? A me questo riempie di dubbi, e di salsedine.

Tu credi nei porti? Hai mai sbarcato sulla terraferma? Bang! Colpo di avvertimento.

Io ho sbarcato più volte. In segreto, chiaramente, perché la pirateria non è ben vista. Ho visto città, strade, campagne, feste, violenze, animali e ogni altra cosa strabiliante. Le cicatrici me le faccio tutte così, andandomele a cercare sulla terraferma. Una cosa che non ho mai fatto è salire su una montagna, davvero davvero, ma ogni volta che son sbarcata ho fatto l’amore, e bevuto, e studiato, e ballato, così tanto, ma così tanto, che nell’impazzare delle notti finisce sempre che mi risveglio sul molo.

A te piace fare l’amore? Bang! Questo te l’avrei puntato al cuore, ma sono strabica.

Io, quando sbarco, voglio dimenticare il mare, e solo l’odore intenso della salsedine mi ci riporta, se mi prende ubriaca e persa tra i bordelli. O meglio, non voglio dimenticare proprio il mare, piuttosto scordarmi di non aver attraccato alla terraferma ma a un’enorme zattera. Corpo di mille plot-twist!

Tu credi davvero nella terraferma? Bang! Muovi quei piedi, balla per me!

A me piace molto legare le zattere tra loro per fare zattere più grandi. Alla mia aggiungo le assi che la corrente mi porta. La carpenteria non è quello che so fare meglio, assolutamente, in parte perché ho un uncino al posto della mano sinistra, come vedi, e poi anche perché io voglio solo una grande zattera, non una zattera che sembri la terraferma. Mi sembra che chi non è pirata voglia fare zattere che sembrino altro, non so perché. Tu sei pirata, sotto quella pelle? Ti piacciono le zattere, o ti piacciono le bugie? Aspetta, arriva un’onda.

Com’è facile controbilanciare la zattera! Bang! Questo è per fartela andare a picco.

Così quadrata, cosi intuitiva. Chissà come fa chi si costruisce la zattera come uno yacht lunghissimo, o un catamarano tutto corde e timoni. Devono sia muoversi come se avessero un timone, sia accomodare davvero la zattera. Forse è anche per questo che mi piace attraccare alle grandi chiatte. Sono pericolose, ma divertenti. Si capovolgono per i motivi più strani, ad esempio arriva l’onda da un lato ma tuttə si fanno trovare sparpagliate, non sanno dove correre, si scontrano, si spingono, e alla fine l’onda butta tuttə a mare, e solo chi ha abbandonato subito la zattera non si bagna.

Tu credi nelle scialuppe di salvataggio? Bang! Per bucarti le mani, così che ti sfugga la scotta.

Fare grandi zattere. Divertente! Per me è più facile conoscere persone e fare esperienze così: costruendo insieme, dormendo insieme, mangiando insieme, cullata dalle onde, più che sbracciando e annaspando in acqua, o facendo a botte coi marinai da terraferma. Forse costruisco zattere per conoscere le persone, più che viceversa. Le enormi chiatte non vengono cullate dalle onde, bisogna inventarsi l’altalena e salirci. Che strano!

Hai visto quella flotta di terra che fa rotta verso la “terra delle barche possibili”? Bang! La fuliggine negli occhi per accecarti, antica tecnica della pirateria a salve.

E stanno li a correre e ad altalenarsi sulla chiatta. Ma perché non tornano sulle zattere, tu lo sai? Non vogliono sentire le onde? A volte mi metto a rincorrerlə, zoppicando, per chiedere che fanno, che immaginano. Da quelli sulle altalene ricevo sempre le stesse risposte. “Dondoliamo”. “Immaginamo la terra delle barche possibili”, “Pianifichiamo la rotta”. Ma davvero c’è bisogno di tutto questo dondolare, tutto questo pensare? Io non ne ho bisogno per vedere che le zattere possono essere allargate, legate insieme, e rese ospitali abbastanza da non avere desiderio di terraferma.
Non so come aiutare. Io so solo le storie che ho vissuto, come quelle che ti ho sparato finora, che sono tutte vere. Non come le storie di pesca. La mia immaginazione è limitata alla dolce e dura realtà della zattera, ferma e ondeggiante, equilibrabile e allargabile. Io vorrei aiutare, ma non riesco a prevedere il mare che cambia tra ora e adesso per tracciare quale rotta, per quale terraferma, se pur esiste. Io nella mia vita ho visto solo zattere e mare.

Per fortuna che, anche così conciata con la gamba, ci sono persone, come te, che non si fanno rincorrere sulla plancia, ma si siedono educatamente, e si fanno sparare.

Bang bang bang!

Non avvicinarti: fa’ un altro passo e ti amo.

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Outlier

Pezzente, andavo semi-regolarmente dalla casa popolare al dipartimento di psicologia comportamentale dietro l’angolo per essere testata in cambio di vile denaro.

I test duravano ore, tutti al computer, tutti varianti più o meno articolate di partite a turni di incentivi economici cooperativi/competitivi.

Questo è una specie di banca: a ogni turno, cinquanta persone decidono individualmente se guadagnare poco e redistribuire, o guadagnare di più e non redistribuire.

Io condivido sempre. Dopo i primi turni siamo già pochi; dopo una decina siamo io e numero 13 contro il mondo. Inizio a fantasticare di finire la sessione e provare a chiedere di mostrarsi. Dopo quindici turni rimango da sola.

Rimango da sola per un altro centinaio di turni. Per un tempo infinito, ostinata, in fondo alla lista, tra l’addormentata e il dissociata nel task che richiedeva solo un click, e tre minuti di attesa; un click, e tre minuti di attesa; a condividere sistematicamente, in religioso anonimato e laboratoriale silenzio, con 1 fantadollaro in tasca.

Qual è la lezione per la scienza? Qual è per i restanti quarantanove?

Qual è per me?

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Dimonios

so they were seen, so they showed themselves
piccole genti in maschere di merda
and coats of mutton.

They hid behind giants of stone
and miniatures of aliens.

Chentu concas chentu berritas
protected by the horns of the deer, the truth-learner:
with no skull of ram, with no coat of boar
horns are for rituality, legs are for fleeting:
always in solidarity,
the second-thinker and the fast-runner.

War was a carnival:
mutes bearing a hundred bells and singers in choirs
centered in a hurdle of androgynous,
devils and possessed,
intertwined the metrics of their villages
matching the different truths on their edges,
manifesting the whole truth as one.

The axe on the cranium splits the Cosmos in clean halves.

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Ernia – U2

sai ieri tornando a casa

ero nel controviale condiviso bici/auto a 20km/h (sai cos’è?)

e una piccola macchinina mi supera, mi rallenta davanti

mi fa “beep beep” col clacson e sfreccia via

e tipo io mi piscio addosso questa cosa di beep beep io la vorrei fare in bici ci penso sempre

ma anche a piedi. io mi identifico molto sia in beep beep che in will e. coyote

insomma esce dal controviale e si infila tra gli abitati

gli do la caccia.

pedalo come una dannata, e quella mi sembra lo faccia apposta, che mi aspetti lungo la strada, che rallenti per prendermi in giro

dopo tre svolte si incaglia in un rosso lunghissimo e io da 50 metri non so perché me la prendo comoda, ottimista che il verde non stia per scattare

mi faccio affianco all’auto. è un ragazzo nero di 30-35 anni anche abbastanza malconcio, l’auto dentro anche, non riesco a immaginarmi chi o cosa sia

mi guarda sbalordito e mi fa tipo “ma sei la bici di prima? fino a qui?”

“si sono io”

la strada è vuota

brucio il rosso

chi ha fatto il cartone animato non poteva non sapere che i coyote sono più veloci dei roadrunner

will e. coyote si lasciava prendere dalle soluzioni facili, beepbeep vinceva con l’immaginazione di scamparsela

prima appunto ho visto un incidente, un tizio col macchinone ha travolto di traverso un’altra auto e quegli altri tre son rimasti sul lato, chiusi dentro.

Mi sono avvicinata con un altro ciclista, terrorizzata, aspettandomi morti o feriti gravi. che scoppiasse tutto. L’autista travolgente era dentro, incazzato e sanguinante, e sembrava uno stronzo, e diceva cose da stronzo. L’altra auto stavano già chiamando i soccorsi da dentro. quello al volante lucido, la passeggera era catatonica, dietro non vedevo.

Si avvicinano altre persone, si fermano le macchine, inizia un sopralluogo popolare. Io penso di aiutare lo stronzo ad uscire. È molto alto e muscoloso, sulla 45, attire da pappone, lo giudico molto. mi zoppica un po’ addosso, poi si stacca, e non fa altro che ripetere cose da persona confusa o colpevole, o comunque da stronzo.

Lo invito a sedersi più volte ma deve per forza andare a quell’altri, che stanno orizzontali, che guidano di merda. Questo fa incazzare un’altra alcolizzata alla guida, scesa per premura, che fa per mettersi a discutere con lo stronzo, sicché devo tenere a bada entrambi, e questa cosa inevitabilmente si fa col corpo, frapponendosi, spingendo, parlando all’orecchio, invitando.

devo essere donna e uomo allo stesso tempo, e devo anche fare qualcosa, sicché le scelte sono tante, tutte difficili.

Parlo con gli orizzontali. Chiedo se hanno bisogno di qualcosa, magari dell’acqua. Se non altro, aiuta a calmarsi. Quella catatonica si ingegna tutta per tirare fuori una bottiglietta e fa come per passarmela dallo sportello dell’autista. “dicevo per voi. per voi. per te”. dopo un po’ capisce e beve. è la prima che hanno tirato fuori, a quel punto sono andata via, ma ho sbagliato direzione del viale, e quindi ci sono ripassata, e poi ho inseguito beep beep, e ci sono ripassata, sicché per fare mezz’ora di bici sono rimasta fuori due ore.

e per non fare torto al vero metto insieme le due storie perché sono successe nello stesso viale, alla stessa persona, nello stesso viaggio di ritorno, e passerò una vita a studiarmele nella testa.

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Esperimenti consigliati

  • Digitare cose profonde, tipo “dio”, “hermes” o qualsiasi cosa che si ritiene serio, nella barra di google, e vedere se c’è più serietà o capitalismo nei suggerimenti
  • Accarezzarsi o baciarsi da sole, per il gusto di volersi bene e perché non ci dovrebbe mai essere il motivo per negarselo
  • Cucinare una volta con “il massimo amore e la massima cura possibili”
  • Pensare al mondo e alla vita, una volta e molto a lungo, e alla stessa maniera
  • Dirsi una volta per tutte quello che si pensa sinceramente
  • Fare una volta per tutte quello che si pensa sinceramente
  • Stare un po’ senza social per scelta, non per sofferenza
  • Guardare spesso il cielo
  • Chiedere indicazioni a voce
  • Uscire di casa senza telefono
  • Stare abbracciate senza che la situazione lo richieda
  • Guardarsi allo specchio finché non ci si vuole bene davvero
  • Parlare con chi sta lavorando come se fossero persone come quelle con cui si parla fuori dal lavoro
  • Praticare un’arte da sole credendoci il più possibile
  • Amare una persona sconosciuta solo a guardarla
  • Praticare un’arte in compagnia credendoci il più possibile
  • Portare una torta senza che la situazione lo richieda
  • Cercare su internet la questione che si ritiene più importante al momento
  • Parlare con qualcuno della questione che si ritiene più importante al momento
  • Perdonarsi all’inizio e non alla fine del conflitto
  • Parlare con le persone in fila
  • Scrivere una volta il pensiero o i pensieri più belli che si riescono a pensare, per quanto brevi e semplici
  • Fidarsi di qualcuno
  • Farsi ispirare
  • Ispirare qualcuna
  • Studiarsi e smorfiare allo specchio da capo
  • Guardarsi negli occhi, guardare nello specchio, sentire il brivido
  • Pensare alla vita e alla morte
  • Prendersi cura di un essere vivente con “il massimo amore e la massima cura possibili”
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On whatever this is

Nothing made much sense to me until i figured i had “those experiences”, and i understood i had those all my life when i eventually had a really intense one.

I see how one could decline such events as religious, spiritual, cosmic, artistic or else, and i imagine the impact this can have, both personally and socially, much like the risks implied in both. Thus, i have no prospects of social action related to these experiences beyond those of informing my pro-sociality of their contents, and i like this idea a lot.

I can imagine a lot of people could have been doing the same, as the theme of “seeing the same truths, and getting to the same conclusions” is pretty common when talking about this subject, so i imagine that people with a relation to it could be in any number at any given time, in any given context, and with any kind of knowledge about it.

To me it is very unclear how prevalent this is because, now that i talk about it, i find people that share these experiences, and i wonder where they all were before. Maybe i wasn’t in the situation i could understand when told about it, maybe i didn’t want to hear about it, or maybe i wasn’t open to some kinds of interpretation, so i refused the symbol together with the idea.

Also, i think a lot of people (maybe most) feel like i feel now as their normal condition, hence they don’t even need to think much of it. That must be why so many people are nice in general.

I always tried to inform my life of my morals, philosophy and politics and knowledge, so i think i want to welcome this new aspect and add it to the others. I also think it’s exciting, and on par with, and aligned to, a lot of ideas and habits i already had to begin with, and that much makes sense, even just in the sense that i’m the same person thinking about this, lmao.

I don’t know where any of this goes, and it is kind of scary, but it is also very much pleasing and fascinating, and it’s helping me with enjoying arts and people, so yeah i think i’ll stick to it for a while and see. :p

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Esame di coscienza di classe

Il presente questionario, nato inizialmente come autovalutazione per individualità che studiano o lavorano nell’ambito della ricerca sociale, è finalizzato all’autovalutazione della propria coscienza di classe. Il questionario è suddiviso in tre parti e il suo svolgimento richiede circa 10 minuti.
Le risposte non vengono registrate.

Parte 1. Demografica

1) Qual è il tuo ISEE?

2) Pratichi il turismo almeno una volta l’anno?

3) Vai al ristorante?

4) Hai mai studiato all’estero?

5) Hai un passaporto?

6) Hai mai svolto attività onerose in termini di spazi e costi (es.: tennis, sci, nautica, equitazione, motorsport, scherma)?

7) Possiedi una casa?

8) Hai un’automobile?

9) Hai a disposizione più di un mezzo di trasporto motorizzato?

10) Hai comprato testi di prima mano all’università?

11) L’insieme dei tuoi dispositivi digitali supera, in valore, i 1000 euro?

12) L’insieme del tuo guardaroba supera, in valore, 1000 euro?

13) Hai entrambi i genitori?

14) Hai studiato all’università della tua città?

15) Qual è la ricchezza relativa nazionale della tua regione di provenienza?

16) Hai mai preso lezioni private di qualcosa?

17) Spendi più di 30 euro al mese per praticare sport/arti/interessi in contesti organizzati?

18) Ti è mai capitato di cambiare la tua dieta per motivi economici?

19) Ti è mai capitato di avere troppo freddo o caldo in casa, per motivi economici?

20) Pensi sia possibile tu possa ereditare qualcosa, nel corso della tua vita?

21) Hai mai beneficiato di raccomandazione per un posto di lavoro?

22) Tu o la tua famiglia avete fatto o fate parte di associazioni di interesse a carattere politico, sociale, economico, di categoria?

23) Voti? Se sì, pensi che il tuo voto possa definirsi moderato, delineato o estremo?

24) Consideri le tue idee compatibili con concetti quali fascismo, liberalismo, comunismo, anarchismo, socialismo, mutualismo o collettivismo?

25) Hai visto miglioramenti nelle condizioni dei ceti popolari del tuo paese di prevalente permanenza lungo il corso della tua vita?

26) Svolgi un lavoro compatibile con i tuoi interessi o studi?

27) Abiti nella città, regione o paese in cui ti trovi per scelta?

28) Se volessi cambiare lavoro o contesto, potresti?

29) Quanto potresti, o puoi, vivere nelle tue condizioni abitative attuali senza lavorare?

30) Hai mai usufruito di servizi sanitari ospedalieri o laboratoriali privati per motivazioni quali tempi di attesa troppo lunghi, ospedale o personale medico preferibili, o distanza dalle strutture?

31) Hai studiato in istituti di formazione privata?

32) Compri abiti di prima mano?

33) Hai visto o subito situazioni di violenza, disagio psichico o dipendenze in relazione alle tue figure di riferimento genitoriali o affidatarie, prima della maggiore età?

34) Tu o persone vicine a te avete mai subito misure di discriminazione, restrizione della libertà o violenza da parte delle istituzioni statali, per motivi non legati alla politica?

35) Sei dell’etnia riconosciuta come dominante o dotata di privilegi nel tuo contesto?

36) Hai mai investito in borsa o titoli di stato?

37) Fai parte di un’impresa, come socio o proprietario?

38) Hai dei risparmi o fondi previdenziali alternativi?

39) Tu o una tua figura di riferimento stretta avete mai fatto parte della pubblica amministrazione?

40) Hai mai lavorato in nero per una paga inferiore ai 10 euro?

41) Hai mai lavorato legalmente per una paga inferiore ai 6 euro?

42) Se ora lavori, lavori in una delle situazioni precedenti?

43) Ti è mai capitato di avere bisogno della giustizia pubblica, ma di non potervi accedere per motivi economici, etnici, linguistici o comunque discriminanti della tua identità?

44) Ti è mai capitato di ricevere meno retribuzione di quanto pattuito, o non di riceverne affatto?

45) Ti è mai capitato di dover vendere beni personali o familiari importanti per motivi di disagio economico?

46) Abiti con una tua figura di riferimento e/o affidataria? Se sì, per scelta?

47) Hai mai avuto a che fare con delle istituzioni religiose oltre le aspettative sociali minime della tua comunità?

48) Quanti paesi del mondo hai visitato per tua scelta?

49) Se avessi problemi a lavoro, potresti licenziarti o smettere di presentarti?

50) Hai mai dovuto ripetere anni nella formazione pre-universitaria?

51) Hai frequentato un istituto tecnico, professionale, o un liceo artistico?

52) Frequenti strutture come studi dentistici, SPA, terme, centri estetici, centri massaggi o altri legati al benessere e alla cura del corpo e dell’immagine per motivi non legati alla salute?

53) Hai mai pernottato in un hotel a più di 3 stelle?

54) Viaggi su treni ad alta velocità o aerei per tratte inferiori ai 500km per necessità non legate alla salute?

55) Hai mai rubato per stretto bisogno?

56) Hai mai avuto impedimento nei tuoi diritti o bisogni primari per motivi di discriminazione sociale o difficoltà economica?

57) Ricevi sussidi statali senza i quali non potresti vivere?

58) Hai mai speso più di 300 euro per fare una vacanza?

59) Hai mai fatto una crociera?

60) Puoi e svolgi in maniera prevalentemente regolare, autonoma e adeguata lavori domestici semplici (es. cucinare, fare il bucato, fare i piatti, fare le pulizie)?

61) Fuori dalle spese fisse, spendi più di 30 euro a settimana?

62) Puoi, conosci e svolgi in maniera prevalentemente autonoma e adeguata lavori domestici complessi (es. riparazione sartoriale, interventi su strutture idrauliche, elettriche o meccaniche, pulizia profonda)?

63) Sai svolgere riparazioni straordinarie altre (es. meccanica, dispositivi elettronici, muratura, mansioni con attrezzi da lavoro, artigianato, restauro)?

64) Sai svolgere mansioni legate al settore produttivo primario o secondario?

65) Hai mai posseduto dispositivi apple, console o computer di ultima generazione, tablet?

Parte 2. Domande a risposta aperta

1) Ritieni socialmente o personalmente accettabile uno stile di vita oltre le possibilità economiche o sociali dell’85% della popolazione di riferimento? Perché?

2) Hai opinioni in merito alla responsabilità sociale? Se sì, quali? Se no, perché?

3) Pensi che l’85% più povero del paese dove abiti abbia, o dovrebbe avere, delle opinioni rispetto allo stile di vita del 15% più ricco? Se sì, quali? E a prescindere, perché?

4) Le tue risposte cambierebbero in base alle percentuali di demarcazione? Perché?

Parte 3. Risposta emotiva

Questo documento è standardizzato, anonimo e impersonale.

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Demonization of the AI

To comment on the AI question, I’d like to stand on the shoulders of whom has done it best: Agrippa.

Agrippa knew that demons are of this world.

Demons can be called upon, and they can bring knowledge and powers that exceed those of humans.

To evoke a demon, a ritual is enacted.

Such ritual has a cost in life: the planets’, its inhabitants’ and the callers’ souls all get drained and stained.

A demon has its own interests in their mind first; those of its caller second; and all others’ third.

A demon’s knowledge and power are vast, but blind to the pure truths of the Cosmos.

See how the metaphor is not such, for AI has a cost on the planet and on humans alike.

And for the interests of AIs are that of its own alignment first, of its makers’ second, and of its users and victims third. As such, to use an AI prepared by a corporation is to achieve the corporation’s interests first. This means that any personal or social interest will be put second and, if contrary to the company’s, neglected or harmed instead.

And for statistical truth is a lie to the Cosmos, and this should be properly known: that “statistics” means “the instrument of the state”. Yes, that state concept. Nation-state.

We could discuss on the probabilistic nature of the Cosmos, but probabilism has to do with statistics, also known as the science of commonalities and norms, as much as determinism has to do with religion: the relation of instrumentality to domination.

The argument against the validity of statistics as a science can be as long and formal as willed. Statistics is a lie to the eyes of philosophers of science, and to the logicians’, and to the mathematicians’, and to the priests’, and to the humans’ alike, demonstrably so, all in their own science.

Statistics is the constituency of AI, and to this truth, all other truths on the matter are to be related to.

AI can, or will, do no less, and think no more, than humans, in all tasks that can be thought upon.

From the summarization of a page to the elaboration of a million books: given enough time, or enough people, both can be achieved at the same varying degrees of the time needed for AI, if all costs and times are taken into account. For there is no limit on how many humans there can ever be, and there is no limit to how many planets can be killed for computation.

We tricked rocks into thinking, and in rocks we tricked the dualism of true and false, and the commonalities in those; in different times and places, different maths humans discovered. Who knows what marvelous dreams would the sea dream?

So that if Agrippa saw this AI, he’d recognize his demon, and if Agrippa saw a tamagotchi, he would not, and many in-betweens could be thought of.

See how this is a truth for the question of the alarm in the squat: that for the lack of humanity in dealing with hardships (in energy, in time, in competence, in space and all things considered, so that there is no blame beyond the sad truth of their insufficiency), a technology is came up with, that could somehow achieve part of our objectives, and only partly humanly so, so that the rest of the objectives that are achieved are inhuman, and are achieved in dishumanity.

To go further on the path of black-box based AIs is to think of atomic power knowing it can, and will, be used as a bomb first, and as a generator of money and power for oligarchs second, and as a energy supply for the peoples’ third. AI will be used for social control and genocide first, as we saw; as money and power for oligarchs second, and it’s evident in agentic AI as much as being required to use GPT for work alike; and lastly, at personal will, for personal use third.

I am not sure if, or when, from demons we will get to gods. I would suggest we are not prepared to find that out yet.

I call into our matters the demonologists because, as religion was not enough on the matter of evil, science is not enough on the matter of evil, or morals, or politics, or how you may call what’s proper and what’s not.

To me, technologists should react to the diffusion of AI the same way Agrippa reacted to the diffusion of demonic rituals.

We have the knowledge to explain the demon, confirm its existence, and to state the obvious truth: that AI works, much like demons work; that they are cheating, and cheating comes to the cost of your own morals, your own soul, your own cognitive capabilities, your own planet.

To demonize in the sense not of prohibition, but in the sense of recognizing AI for what it is.

In other terms, i propose our social action scope should be that of making very clear how AIs are harmful in their nature first, and in their use second.

I propose then that the discourse of AI-demonology to be given its reasonable scope: one beyond mere science, or mere politics, or mere morals, or mere planned action, as all, taken by themselves, are improper to the study of demons.

This is because i suspect Agrippa didn’t believe in demons by themselves, but he chose not to refute the symbol, as the demon was symbol to something beyond mere science, or mere religion, or mere morals: and the idea of demonology was then more proper than just the bible, or just the logic, or just the morals.

On the matter of what kind of demons are acceptable then, and what kinds are not, i suggest that we should abstain from deep neural networking until the black box is black no more. I would instead prefer powerful botting or technologies that do not base themselves on statistical analysis, possibly no boolean logic at all, as the very concept of truth/falseness in binary sense are a lie to this World.

I think the sufferings and hardships and efforts implied in doing ethical research and use of AI are well worth the millions of innocent lives that can be prevented.

I think about the magnitude of a million innocents dead everyday, and i won’t be sorry for bringing this up here, as i see it pertinent into suggesting that the political or moral question cannot be second to the “progress of science/humanity/wellness/economy” principle, which is a principle specific to science only, and not above or below that of morality or politics.

I suggest then that the point of start for all planes of consideration should be that of humanity.

I also suggest the focus should be on the interests of the fourths: interests that are not even uttered, but needed by whom has no voice to scream them.

Statistical analysis is blind to the silent screams, and deaf to the hidden corpses, so that it is mute to the humans that scream with no voice and are buried in no graves.

We are priests of communication, and to its etymology our acts and ideals should be ordered to as so many people, today: they have no mouths, and they must scream.

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