“potresti passare anche quando non ci sono eventi”, e allora decido di andare allo squat di venerdì pomeriggio.
fa caldissimo, salgo per la prima volta nell’abitativo e mi accoglie l’acrobata. non siamo così amiche e allora commentiamo gli oggetti in camera, il disordine, il caldo. facciamo su due canne, mettiamo su un set del manfree, cazzeggiamo.
è stata in africa e vicino oriente. ha fatto un servizio per una delle più importanti trasmissioni d’inchiesta dell’era berlusconiana. sa fare le capriole sul posto, salire sul bastone cinese, cantare, suonare, ballare, recitare, prendersi cura delle persone, divertirsi, dire e pensare cose serissime. ha libri sullo sciamanesimo. ci scambiamo storie di vita, facciamo amicizia come se fossimo le persone più normali del mondo. durante le chiacchere coglie tutte le occasioni per mettere in ordine un pezzettino, mi regala dei vestiti, mi meraviglia con storie e battute. sorride un casino. le persone normali brillano così tanto?
persone normali lo siamo. una signora straniera mi becca a ballare da sola in camera mentre l’acrobata piscia, e due ore dopo mi ingaggerà per insegnarlo alla sua prole. la sua prole, signora, mi ha regalato una limonata ghiacciata dal nulla, due settimane prima, insieme a mille altri gesti carini e segreti che non capisco in che modo mi sono guadagnata, non le dico questo ma la risposta è sì, lunedì balleremo con le bimbe.
passano i ragazzi, ci lasciano per andare in radio. noi andiamo a fare un salto al tabacchi, siamo sulla prima campagna della città, giriamo per le villette e siamo d’accordo che essere le zecche del quartiere non è poi così male. la rete dello stabile che è stato recintato dopo il recente incendio, mi informa l’acrobata, ce l’ha una conoscente. ora stanno i pannelli d’acciaio, “valli a rubare”. per fortuna non servono.
Dice che i cerchi nel grano li hanno fatti i piccioni. decine di piccioni. io non mi capacito: quanto può pesare un piccione? le spighe di grano sono alte, secche ma resistenti. puoi camminarci attraverso senza lasciare chissà quale traccia, e lo so perché l’ho fatto.
La sera c’è la bellavita vegana, ma sono l’unica ospite. i ragazzi sono tornati, si cazzeggia fino a tardi, mi dicono che il giorno dopo c’è una festa in un’occupazione in collina.
allora il giorno dopo, ottenuta la location, faccio un’ora di bici in sella a jamal bin jabul howlader, poi scalo collina e boschetto in gonna e camicetta, e arrivo al monastero occupato. vengo accolta da una decina di ninfe seminude che fanno il trucco per il seguente evento drag da tenersi nella cappella sconsacrata. mi trattano bene, mi fanno fare una doccia. contemporaneamente ci sono macchinette e console. mi aggrego alla metà di situazione elettronica, suoniamo un po’, io sono la più scarsa ma nessun me lo fa pesare. non conosco nessun.
il sole manco cala che ho già cominciato a ballare. da ora in poi la serata sarà pause: per rincorrere bicchieri altrui, fare finta di tenere il bar, perdere e cercare cose, innamorarmi a caso, e attività prestabilite.
una ragazza che pensavo fosse un’altra persona fa capolino dalla porta d’ingresso. è giovane, bellissima, mesta. sembra abbia perso il gatto. incrociamo lo sguardo e si apre subito. ha ansia: non ha mai performato così, si vergogna. voleva fare uno strip+pole sulle note dei massive attack, ma ora ha i ripensamenti. dei MA conosco solo una canzone ma so che sono compagni. “ti va se la ascoltiamo?” sei minuti in silenzio a sentirmi il pezzo. non so niente ma penso di riuscire a mettere in fila abbastanza frasi diabolicamente incoraggianti da tirarla su. sembra funzionare.
alle panche una coppia di lesbiche gigantesche e totalmente adulte. una bionda ha i tatuaggi in faccia, l’ho già beccata più volte, le ho rotto i coglioni cercando di farla ballare e penso mi odi da allora. ha sempre la faccia da “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”, e a me quindi non dice proprio niente, perché non ne so un cazzo.
la sua tipa invece è una chiacchera. una maman sudamericana, è gentile e attenta a come si esprime. mi dice che viene dalle favelas ma è stata adottata da una famiglia borghese in adolescenza, e che non ha problemi ad avere vite totalmente distinte contemporaneamente. risponde al telefono in ambito medicina emergenziale. mi dice che in sudamerica la questione del rispetto è diversa: tu hai diritto di dire frocio a un frocio, e quello ha il diritto di tirare fuori il ferro e spararti. passo così una mezz’ora, a farmi spiegare la vita vera, e su questa conversazione come infinite altre ci sarà sempre un’enorme censura, perché ste cose non si capiscono a farsele raccontare di prima mano, figuriamoci di seconda.
Si sblocca l’altra. “prima si poteva andare con lo scooter senza la patente. una volta nei vicoli abbiamo preso in pieno una volante, la mia amica è andata via in ambulanza e io son scappata”. e poi lo dice: “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”. faccio domande che non le piacciono, ma si vede che vuole raccontare cose anche lei. mi spiega cos’è la vita, stavolta nella genova di metà anni novanta, e sono contenta.
arrivano le performance drag rigorosamente nella cappella. c’è un bel po’ di gente, è tutto bellissimo, e purtroppo bisognava esserci. la timida si esibisce ed è fantastica.
la ribecco fuori per farle i complimenti, è con due tipe prese bene. le ho incrociate appena arrivate perché ballavo e si sono avvicinate alla dancefloor, ma non abbiamo comunicato. anche ora non comunichiamo molto, poi vado a ballare. mi richiamano: mi offrono l’m. chi sono io per rifiutare?
balliamo tutta la notte nel giardino, a me non sale niente ma so farmela salire, loro due invece perse totalmente. a fine serata facciamo che scendiamo dalla collina e torniamo alle bici tutte insieme? facciamo che domani andiamo al fiume tutte insieme? facciamo che rimani a dormire da noi? si però ho perso: telefono, tabacco, beauty case. mi aiutano con tutto, vado a dormire da loro.
non so dove siamo, in un bilocale in una palazzina storica. è totalmente tappezzato di riferimenti alla libertà personale, all’automiglioramento, alla pace nel cosmo e alla politica hardline primomondista. ci sono i libri sullo sciamanesimo. mi rendo conto che non so chi siano queste persone, neanche i nomi, e chiaramente quelle mo stanno ancora nell’iperuranio e comunque sono le sei del mattino e il giorno dopo si va al fiume “con l’amica sobria” e la non-più-timida.
e fu nanna e fu mattina e le chiacchere ancora poche e l’amica responsabile passa a prenderci e andiamo alle pozze ma sbagliamo ingresso e scendiamo il fiume correndo sulle pietre per quasi un’ora prima di trovare la prima pozza utile e ancora non ci siamo parlate e io non so né chi siano né dove mi trovo né dove mi sono trovata finora. l’amica sobria è una dottoranda ed una sciamana e facciamo un po’ di discorsoni. ha gli occhi chiarissimi ed è nello spettro, come penso anche le altre, in questo noi generale. dice che teme un po’ di chiudersi nella bolla, inizio a capire di essere stata sgamata come sciamana, che loro usano fare amicizia così, andando un po’ a colpo sicuro. non riesco a dirle che le stavo cercando ma non fa niente.
torniamo da loro, cuciniamo, ceniamo. finalmente parliamo. sulla politica direi proprio che ci siamo, di questioni di vita ci sono storie da raccontare, di metafisica non parliamo. torno a casa che non mi sono fatta un’idea di niente: del tempo trascorso, di queste persone, di me stessa. non so indicare i miei spostamenti su una cartina, non ho mai saputo che ore erano, non rispondo ai messaggi da tre giorni.
e lunedì sono di nuovo allo squat dal pomeriggio, e di nuovo l’acrobata, e le bimbe, e la musica, e la cena, e i racconti a tavola, stavolta anche assemblea, e il laboratorio, e l’orto, e mille altre cose che a scriverle ci metto un secolo, e non le so mettere in prosa, e a farlo ci metterei un secolo, è già tanto capire di che scrivere per dare almeno un’idea. ad esempio ho passato un’ora in uno spazio nascosto dove abita una delle persone che conosco un po’ meglio. è una trans vecchio stampo. sgamo l’esistenza del rifugio seguendo una bassline e mi accoglie nel suo antro. la roulotte è tutta legno, fichissima, confortevole, addobbata bene. ci sono libri sullo sciamanesimo. mi racconta la questione di genere per me, mi fa provare dei vestiti anche abbastanza hardcore, me li regala tutti in una borsa a spalla di cip e ciop ancora nuova che si appende perfettamente a jamal. la abbraccio e faccio tesoro anche della sua profondità di vita, insieme alle altre dieci che ho raccolto in queste ore, alle centinaia che raccolgo negli anni, le migliaia che raccolgo nella vita. becco la persona che ha messo in giro la storia dei piccioni nel grano e mi conferma tutto. dice: si gettano tutti insieme e poi a raspare, cosi mangiano il grano. li ha visti coi suoi occhi: mi fido.
tutto scritto così, in maniera stanca, quando l’unica cosa che vorrei dire è che sto in fotta con la vita, con queste persone, con questi spazi e con queste esperienze, e non so come comunicarlo se non elencando le infinite, infinite cose che mi ricordano di essere viva e di quanto è meraviglioso il cosmo, sparate in faccia anche novantasei ore di fila, e poco importa se la candela che brucia il doppio dura la metà, perché un weekend di questi vale dieci anni di sofferenza, e tutti i weekend sono weekend di questi, cioè della mia vita di cui non mi costa niente ammettere che mi piace un casino.
“Ma che ne sapete voi della vita” boh senti fra io non lo so. hai presente studia ma non si applica? ecco io non studio un cazzo ma diocca se mi applico