ivreatronic memento mori

piazza della pace nel parco a grugliasco, subito affianco al mezcal. ogni giovedi sera un paio di eroici DJ portano un impianto e suonano l’house da un angolo dell’enorme vascone cementato e murettato.

la piazza e’ un cerchio, o un ovale, molto grande, con perfino due mezzi campi da basket e, immagino, dire che suonano da un angolo non e’ sintomo di buona geomtria. ad ogni modo la musica e’ ok, ma purtroppo non tante persone sanno ballare a 120 bpm.

modestamente, io si. arrivo alla pista da sola e qualcun gia’ mi fa i complimenti per come ho sballettato prima, durante il frisbee con le ame. mi si scioglie il cuore e mi faccio coraggio: funziona, la gente si alza, e io vivo di questo

mi avvicino ai DJ. parlo a quello che non sta mixando per comunicare apprezzamento

“io ci credo molto in questa cosa che state facendo. tu chi sei?”
“stocazzo”

che ridere. non solo fa una battuta un po’ cosi, ma ci insiste, e si perde nello scusarsi di averla fatta, e poi nell’insistere che fa molto ridere. insomma e’ tutto impacciato e confuso, capisco che e’ un coglione, o comunque la droga daje, e lascio perdere. alla fine del b2b un terzo DJ li annuncia: il cretino, mi si gela il sangue, e’ enea pascal di ivreatronic.

ora: chi diamine sia enea pascal nello specifico non ne avevo idea, ma conosco ivreatronic, so chi e’ cosmo, e ho sistematicamente boicottato tutti i loro eventi di merda a cui sono stata invitata, tenuti rigorosamente in postacci come il dumbo di bologna e festival antisociali. cosmo non fa neanche musica cosi terribile, ma il suo contesto e’ una merda, la gente che se lo ascolta e’ tutta medioborghese annoiata, e cosi via, e cosi via. nessun dj che rispetterei suonerebbe cosmo. cosmo e’ roba da gabrio, gabrio in cui oggi ad un torinese che stava per raccontarmi delle sue cinque estati, con questa saranno sei, in costa smeralda, gli ho detto che non vedo differenza tra palestina e sardegna, cosi, a bruciapelo, come ho preso a fare per amore di brevita’, cosi che da li in poi i suoi occhi son stati spesso interessati al pavimento, e le sue parole son state molto piu’ selezionate, e la mia pace interiore si e’ sentita molto piu’ rispettata.

finisce di suonare e il disagiato viene in dancefloor e attacca bottone regalandomi la sua birra. ha suonato male, che a volte si e’ svuotato. la bevo girando su me stessa e facendo qualche ondina, dovevi vedermi! nel mentre il coso barcolla, sta tutto infarinato. ci presentiamo, sbaglio e dico “ivreatronica”, me lo fa notare. per tutta risposta lui al posto di chiamarmi al femminile, mi chiama col nome maschile, piu’ la A alla fine, e da li in poi mi misgendera. mi chiede se sono di torino, gli accenno di no, che vengo dalla sardegna. e’ curioso, mi chiede cosa ho studiato, che ambienti frequento, gli dico che torino e’ meglio di bologna, che firenze e’ meglio di bologna. che mi piacciono molto gli spazi e la vita alternativa. lui mi dice che sta qua da sei anni e che, evidentemente, viene da ivrea e fa sto ivreatronic. in questo boomerismo incomprensibilmente precoce mi comunica che lui e’ tra i fondatori, di ivreatronic senza la A, mica cazzi. ecco perche’ fa cosi ridere che si presenti come stocazzo: perche’ sta facendo la grande autoironia all’italiana. questo modo di fare mi stanca subito e torno a ballare.

un’ora dopo la situa scema e lo raggiungo al muretto mentre tiene un comizio ad altri due ballerini con cui avrei voluto fare le chiacchere. sta dicendo un mucchio di banalita’ sulla politica coronato da un “se smettessi di incipriarmi mi candiderei”. sto usando eufemismi che non sono stati usati. accenno che in politica molte persone usano truccarsi, ma lui e’ un fiume in piena e continua a saltare di palo in frasca con frasi ad effetto sulla vita a cui noi danzatori estatici per lui tutti uomini eravamo semplicemente chiamati a rispondere con meraviglia, perche’ e’ “famoso”. per un attimo compare quello che sembra un enorme nativo americano che aveva lasciato la borsa frigo vicino a noi. la borsa frigo tipo LV ma coi loghi di harry potter, annuncia, e da questa estrae un calice di vetro “perche’ bevo la birra solo dal bicchiere”. eclissa. non c’entra niente ma e’ successo e meritava menzione.

enea pascal ricomincia il comizio. in risposta ad una domanda che nessuno ha fatto ci spiega che, con tutto il successo, il tour, i soldi, gli asciugamani neri, “ogni tanto bisogna fare cose umili per tenere il contatto con la realta'”, e che e’ per questo che ora si trova qui tra noi umili mortali. sono tre giorni di fila che mi sento dire che sono troppo polemica e mi censuro.

io mi censuro ma lui fa la cazzata. cos’e’ il genio? non so perche’, non so per come, ma il venduto si gira, mi guarda e, davanti a tutti, senza motivo, mi fa:

“secondo me tu sei un fighetto che si atteggia a squatter”

chi mi conosce puo’ immaginare, chi non mi conosce non legge questo blog. :3

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alzare il basso

l’orto a notte fonda
famiglie nascoste
la saggezza di vita senza fine di lucio
il dilemma di debian
la minaccia di sgombero al mezcal
esistono davvero un sacco di persone
la festa dei borghesi
“sei un po’ hippie? io sono borderline: facciamo un’orgia”
non mi ha molestata, era solo totalmente drogata e quando mi ha toccata mi e’ piaciuto. allora perche’ sono scappata?
come lo spieghi, come lo spieghi, come lo spieghi
scrivere centinaia di pagine e sentirsi chiamate non stupide ma:
superficiali, sommarie, simplicistiche
tutte le volte
ma in che senso superficiale
ma ti rendi conto, ma poi anche se fosse
se mi importa e’ perche’ mi importa
cosa non ti torna, cosa non ti torna
il mio spaccino mi mente
oppure fa davvero novecento euro al mese
mi ha raccontato delle zone di influenza e di alcune dinamiche
ma non mi sembra si faccia cosi rispettare, o almeno stavolta e’ dipeso
dalla mia capacita’ di difendermi dal gorilla mentre non c’era
che sto scherzando? che cazzo ne sai
qualcuno lo sa ma non e’ stato preso sul serio, qualcuno ha raccontato
di come sa muoversi in quartiere. non ho idea di che vita abbia fatto
il punto e’ non darla a vedere, il punto e’ non darla a vedere
in giro in gonnella e non essersi mai fatte spaccare il naso
niente di questo e’ davvero verbale
il mio massimo e’ stato ottocento al mese
mi ha offerto un te’ caldo marocchino, me lo sono pagata da sola mentre era a prendermi la droga con la mia bici
te’ rovente cosi forte che ti passa la fame e voli su corso francia
ho preso a bruciare i rossi per partito preso
ieri ho sputato davanti alla porsche che spuntava
muto. devi stare muto. e non la abbasso sta cassa al semaforo
smettila con quella faccia e fatti due saltelli
a mio fratello non so come spiegare che sto giocando col carcere
non perche’ sono scema ma perche’ nel mondo c’e’ qualcosa che non va
non mi chiede niente, da anni. cosa fai ultimamente?
il contrario tuo. non sto non facendo il dottorato
sto facendo l’estremo opposto. un corpus di pubblicazioni
di filosofia politica, documentato fuori dallo spazio accademico
tra poco pubblico un altro saggio e poi comincero’ a prendermi seriamente
a scrivere le zines, ad incitare alla rivoluzione
per davvero? per davvero. queste cose si fanno: per davvero
anche se fanno un po’ ridere, un po’ cringiare
oggettivamente i filosofi erano persone che si sedevano e scrivevano
e i rivoluzionari erano persone che si alzavano e poi, y’know
non me l’ha chiesto, non gliel’ho detto
affezionarsi troppo, affezionarsi subito
affezionarsi alla vita, affezionarsi al mondo
che ne sai? come te lo spiego?
me lo hanno perfino rinfacciato
colpevole, colpevole, colpevole
quand’e’ che ho detto: il giorno giusto mi accollo la galera?
la prima volta? non me lo ricordo
speriamo sia larga abbastanza
tanto sono andata a imparare la breakdance dall’iraniano
non e’ una metafora sull’ermetismo, letteralmente
sono andata a imparare la breakdance dall’iraniano
come quando dico due verita’ opposte a voce alta
di continuo, di continuo, di continuo
e nessuno vuole accorgersene
il punto e’ che lo sto dicendo, il punto e’ che lo sto facendo
estremista in tutte le cose
mi parlano di settimane tutte uguali
io se non prendo appunti mi dimentico
cos’hai fatto in questi giorni?
ho vissuto fortissimo di nuovo, come sempre
tu? lavoro, una serie tv. fico. ci pensi che sei viva?
ci pensi che si muore?
si l’AI e’ il demonio, si possiamo vedere se possiamo farne una accettabile
whatever goes e’ una realizzazione e non un programma
feyerabend si faceva le droghe ed era ermetista, mi stai ascoltando?
mi stai seguendo? non lo stiamo nascondendo. alan moore ci fa le interviste
abbiamo la stessa data di nascita, mi stai seguendo?
vi perdo tutte che manco ho iniziato, e quello e’ il punto
e’ quello il batsegnale
non e’ tutto un gioco, e’ tutto un gioco
allora veloce veloce veloce
in colletta si sono accoltellati
la ribellione non puo’ morire ma tutto questo sangue
ho fatto fare le piadine a chi veniva per la prima volta
il set di DJ6XS dal minuto 40 scontorna la madonna
sonic warfare, carpet bombing sonico
veloce veloce veloce
ogni tanto anche io mi merito la forza della rabbia
e alla radio hanno appena annunciato:
1 milione di euro al mese per tenere sbirrato l’aska
guerrilla sonic warfare tutta l’estate e a settembre
chi non sapra’ ballare incolpera’ la musica
con la guancia nella lingua
mi stai seguendo?
immagina se artistx e filosofx tuttx in codice stessero parlando
non stiamo giocando, non stiamo giocando
anche DJ6XS sa di che parlo, tu sai di che parlo?
get that- get that- get that-
alzare il basso, alzare il basso, alzare il basso

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96 ore di vivere

“potresti passare anche quando non ci sono eventi”, e allora decido di andare allo squat di venerdì pomeriggio.

fa caldissimo, salgo per la prima volta nell’abitativo e mi accoglie l’acrobata. non siamo così amiche e allora commentiamo gli oggetti in camera, il disordine, il caldo. facciamo su due canne, mettiamo su un set del manfree, cazzeggiamo.

è stata in africa e vicino oriente. ha fatto un servizio per una delle più importanti trasmissioni d’inchiesta dell’era berlusconiana. sa fare le capriole sul posto, salire sul bastone cinese, cantare, suonare, ballare, recitare, prendersi cura delle persone, divertirsi, dire e pensare cose serissime. ha libri sullo sciamanesimo. ci scambiamo storie di vita, facciamo amicizia come se fossimo le persone più normali del mondo. durante le chiacchere coglie tutte le occasioni per mettere in ordine un pezzettino, mi regala dei vestiti, mi meraviglia con storie e battute. sorride un casino. le persone normali brillano così tanto?

persone normali lo siamo. una signora straniera mi becca a ballare da sola in camera mentre l’acrobata piscia, e due ore dopo mi ingaggerà per insegnarlo alla sua prole. la sua prole, signora, mi ha regalato una limonata ghiacciata dal nulla, due settimane prima, insieme a mille altri gesti carini e segreti che non capisco in che modo mi sono guadagnata, non le dico questo ma la risposta è sì, lunedì balleremo con le bimbe.

passano i ragazzi, ci lasciano per andare in radio. noi andiamo a fare un salto al tabacchi, siamo sulla prima campagna della città, giriamo per le villette e siamo d’accordo che essere le zecche del quartiere non è poi così male. la rete dello stabile che è stato recintato dopo il recente incendio, mi informa l’acrobata, ce l’ha una conoscente. ora stanno i pannelli d’acciaio, “valli a rubare”. per fortuna non servono.

Dice che i cerchi nel grano li hanno fatti i piccioni. decine di piccioni. io non mi capacito: quanto può pesare un piccione? le spighe di grano sono alte, secche ma resistenti. puoi camminarci attraverso senza lasciare chissà quale traccia, e lo so perché l’ho fatto.

La sera c’è la bellavita vegana, ma sono l’unica ospite. i ragazzi sono tornati, si cazzeggia fino a tardi, mi dicono che il giorno dopo c’è una festa in un’occupazione in collina.

allora il giorno dopo, ottenuta la location, faccio un’ora di bici in sella a jamal bin jabul howlader, poi scalo collina e boschetto in gonna e camicetta, e arrivo al monastero occupato. vengo accolta da una decina di ninfe seminude che fanno il trucco per il seguente evento drag da tenersi nella cappella sconsacrata. mi trattano bene, mi fanno fare una doccia. contemporaneamente ci sono macchinette e console. mi aggrego alla metà di situazione elettronica, suoniamo un po’, io sono la più scarsa ma nessun me lo fa pesare. non conosco nessun.

il sole manco cala che ho già cominciato a ballare. da ora in poi la serata sarà pause: per rincorrere bicchieri altrui, fare finta di tenere il bar, perdere e cercare cose, innamorarmi a caso, e attività prestabilite.

una ragazza che pensavo fosse un’altra persona fa capolino dalla porta d’ingresso. è giovane, bellissima, mesta. sembra abbia perso il gatto. incrociamo lo sguardo e si apre subito. ha ansia: non ha mai performato così, si vergogna. voleva fare uno strip+pole sulle note dei massive attack, ma ora ha i ripensamenti. dei MA conosco solo una canzone ma so che sono compagni. “ti va se la ascoltiamo?” sei minuti in silenzio a sentirmi il pezzo. non so niente ma penso di riuscire a mettere in fila abbastanza frasi diabolicamente incoraggianti da tirarla su. sembra funzionare.

alle panche una coppia di lesbiche gigantesche e totalmente adulte. una bionda ha i tatuaggi in faccia, l’ho già beccata più volte, le ho rotto i coglioni cercando di farla ballare e penso mi odi da allora. ha sempre la faccia da “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”, e a me quindi non dice proprio niente, perché non ne so un cazzo.

la sua tipa invece è una chiacchera. una maman sudamericana, è gentile e attenta a come si esprime. mi dice che viene dalle favelas ma è stata adottata da una famiglia borghese in adolescenza, e che non ha problemi ad avere vite totalmente distinte contemporaneamente. risponde al telefono in ambito medicina emergenziale. mi dice che in sudamerica la questione del rispetto è diversa: tu hai diritto di dire frocio a un frocio, e quello ha il diritto di tirare fuori il ferro e spararti. passo così una mezz’ora, a farmi spiegare la vita vera, e su questa conversazione come infinite altre ci sarà sempre un’enorme censura, perché ste cose non si capiscono a farsele raccontare di prima mano, figuriamoci di seconda.

Si sblocca l’altra. “prima si poteva andare con lo scooter senza la patente. una volta nei vicoli abbiamo preso in pieno una volante, la mia amica è andata via in ambulanza e io son scappata”. e poi lo dice: “che cazzo ne sapete voi di cos’è la vita”. faccio domande che non le piacciono, ma si vede che vuole raccontare cose anche lei. mi spiega cos’è la vita, stavolta nella genova di metà anni novanta, e sono contenta.

arrivano le performance drag rigorosamente nella cappella. c’è un bel po’ di gente, è tutto bellissimo, e purtroppo bisognava esserci. la timida si esibisce ed è fantastica.

la ribecco fuori per farle i complimenti, è con due tipe prese bene. le ho incrociate appena arrivate perché ballavo e si sono avvicinate alla dancefloor, ma non abbiamo comunicato. anche ora non comunichiamo molto, poi vado a ballare. mi richiamano: mi offrono l’m. chi sono io per rifiutare?

balliamo tutta la notte nel giardino, a me non sale niente ma so farmela salire, loro due invece perse totalmente. a fine serata facciamo che scendiamo dalla collina e torniamo alle bici tutte insieme? facciamo che domani andiamo al fiume tutte insieme? facciamo che rimani a dormire da noi? si però ho perso: telefono, tabacco, beauty case. mi aiutano con tutto, vado a dormire da loro.

non so dove siamo, in un bilocale in una palazzina storica. è totalmente tappezzato di riferimenti alla libertà personale, all’automiglioramento, alla pace nel cosmo e alla politica hardline primomondista. ci sono i libri sullo sciamanesimo. mi rendo conto che non so chi siano queste persone, neanche i nomi, e chiaramente quelle mo stanno ancora nell’iperuranio e comunque sono le sei del mattino e il giorno dopo si va al fiume “con l’amica sobria” e la non-più-timida.

e fu nanna e fu mattina e le chiacchere ancora poche e l’amica responsabile passa a prenderci e andiamo alle pozze ma sbagliamo ingresso e scendiamo il fiume correndo sulle pietre per quasi un’ora prima di trovare la prima pozza utile e ancora non ci siamo parlate e io non so né chi siano né dove mi trovo né dove mi sono trovata finora. l’amica sobria è una dottoranda ed una sciamana e facciamo un po’ di discorsoni. ha gli occhi chiarissimi ed è nello spettro, come penso anche le altre, in questo noi generale. dice che teme un po’ di chiudersi nella bolla, inizio a capire di essere stata sgamata come sciamana, che loro usano fare amicizia così, andando un po’ a colpo sicuro. non riesco a dirle che le stavo cercando ma non fa niente.

torniamo da loro, cuciniamo, ceniamo. finalmente parliamo. sulla politica direi proprio che ci siamo, di questioni di vita ci sono storie da raccontare, di metafisica non parliamo. torno a casa che non mi sono fatta un’idea di niente: del tempo trascorso, di queste persone, di me stessa. non so indicare i miei spostamenti su una cartina, non ho mai saputo che ore erano, non rispondo ai messaggi da tre giorni.

e lunedì sono di nuovo allo squat dal pomeriggio, e di nuovo l’acrobata, e le bimbe, e la musica, e la cena, e i racconti a tavola, stavolta anche assemblea, e il laboratorio, e l’orto, e mille altre cose che a scriverle ci metto un secolo, e non le so mettere in prosa, e a farlo ci metterei un secolo, è già tanto capire di che scrivere per dare almeno un’idea. ad esempio ho passato un’ora in uno spazio nascosto dove abita una delle persone che conosco un po’ meglio. è una trans vecchio stampo. sgamo l’esistenza del rifugio seguendo una bassline e mi accoglie nel suo antro. la roulotte è tutta legno, fichissima, confortevole, addobbata bene. ci sono libri sullo sciamanesimo. mi racconta la questione di genere per me, mi fa provare dei vestiti anche abbastanza hardcore, me li regala tutti in una borsa a spalla di cip e ciop ancora nuova che si appende perfettamente a jamal. la abbraccio e faccio tesoro anche della sua profondità di vita, insieme alle altre dieci che ho raccolto in queste ore, alle centinaia che raccolgo negli anni, le migliaia che raccolgo nella vita. becco la persona che ha messo in giro la storia dei piccioni nel grano e mi conferma tutto. dice: si gettano tutti insieme e poi a raspare, cosi mangiano il grano. li ha visti coi suoi occhi: mi fido.

tutto scritto così, in maniera stanca, quando l’unica cosa che vorrei dire è che sto in fotta con la vita, con queste persone, con questi spazi e con queste esperienze, e non so come comunicarlo se non elencando le infinite, infinite cose che mi ricordano di essere viva e di quanto è meraviglioso il cosmo, sparate in faccia anche novantasei ore di fila, e poco importa se la candela che brucia il doppio dura la metà, perché un weekend di questi vale dieci anni di sofferenza, e tutti i weekend sono weekend di questi, cioè della mia vita di cui non mi costa niente ammettere che mi piace un casino.

“Ma che ne sapete voi della vita?” niente, ma mi applico

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خَلِّيك فَضَّي

stamattina avevo appuntamento con xxxx, il mio spaccino, che sta in barriera dove abitavo io, cioe’ dall’altra parte della citta’

ma lui e’ carino con me, ed e’ probabilmente tra gli ultimi anche nel mondo degli spaccini, e ormai abbiamo fatto amicizia quindi continuo a prendere da lui

insomma stamattina mi ghosta ma io vado a cercarlo lo stesso, non lo trovo e l’ultima volta che e’ andata cosi mi son detta: spendo una parte del mio budget adesso, dove trovo, e la maggior parte aspetto xxxxx

vado al parchetto davanti a dove stavo di casa. stanno tre nigeriani all’ombra, su un prato, gli faccio avanti e indietro e mi chiedono cosa cerco

gli do i soldi, “aspetta qua” e parte alla ricerca. non so esattamente come funziona, mi immagino diversi modelli organizzativi (e non) dietro quello che capita

insomma rimango li con una donna che sta seduta a gambe stese su un cartone, con la musica, e decido di attaccare bottone su quella

non parla molto italiano, mi dice che e’ musica nigeriana, mi chino a guardare il telefono, poi mi siedo in terra li vicino

mi dice vieni sul cartone e io tutta contenta me ne vengo sul cartone e li me ne sto

e mi passa un cannone allucinante

e davvero me ne sto li per un tempo indefinito, magari un quarto d’ora, venti minuti, ad aspettare che torni il tizio con la droga

non ci diciamo quasi niente, arriva un altro tizio, parlano un po’, inizio a farmi l’idea che la signora sia a capo della situazione, o comunque un pezzo centrale informativo, perche’ parlano in inglese e qualcosa capisco, e parlano di movimenti di persone e cose nei dintorni, mentre gli uomini girano, si guardano intorno, prendono direttive

e io me ne sto li con sta reggaeton nigeriana, mi sale il cannone, sono le 12 sotto un albero in un parchetto, c’e’ sole ma tira un po’ di vento, e me la godo da morire

finalmente torna il ragazzo ed effettivamente sembrano comunicare addirittura la manovra di riavvicinamento

arriva il tizio e mi passa con nonchalance l’erba arrotolata ai cinque euro di resto, e sembra dire “hai visto che classe?”, e’ soddisfatto

e io a quel punto me la stavo godendo con gli altri con la musica e ho capito che quello che ha fatto non era un gioco, ma un lavoro pulito, e lui era proprio un fico, e la maman pure dice “lui e’ bravo”

e si che e’ bravo, gli sorrido, gli dico grazie mille frati, prenditi sti cinque euro dai, sei un patatino

e abbiamo fatto un po’ convivialita’, ci siamo abbracciati, abbiamo confermato che la musica era proprio ballereccia, che c’era il sole e ce la stiamo godendo nonostante tutto

insomma abbiamo connesso, io devo andare, mi prende e mi dice qualcosa, che mi sono ripetuta duecento volte ma mi sono scordata, e me la traduce: piano piano

come a dire, take it easy

yes brother piano piano

baci e abbracci di nuovo, prendo la bici e me ne vado sballettando, piano piano
2:40 PM

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Smettere di immaginare

Da quando sono nata non faccio altro che vivere, e questo è un bel problema.

Ogni giorno mi sveglio e mi chiedo il senso di essere qui, e che dovrei farmene. Mi chiedo com’è fatto il mondo, di cosa è fatto, come funziona, e perché. Sono fatta così, di soli dubbi, e questo modo di stare al mondo ha un sacco di nomi e declinazioni. A me piace dire: ermetista; o ingenua.

Queste cose me le sono sempre chieste sia di giorno, sia la notte, e questo mi ha fatta notare che dubbio e sogno, tra loro, si scannano. Quando, in situazioni di politica, mi trovo con persone che mi invitano a sognare, non so che pesci prendere. Non sono pronta per questa conversazione, e non lo sarò mai. Vivere, per me e per descartes, alla meglio è dubitare, e dubbio e sogno insieme non stanno. Il dubbio ha solo regole, i sogni solo libertà. I miei pensieri hanno quindi tutti, irremidiabilmente, la forma obbligata del dubbio, e nient’altro. Diversamente da sogni colorati di meraviglie, somigliano alla caverna di platone, al matrix delle wachowski, al panpsichismo quantistico, stranezze così, in scala di grigi. Rimango fregata dal pensare solo al dubbio, come socrate, bruno, stirner, schroedinger e zizek, una ciurma di pariah insopportabilmente polemica, e con problemi a dormire la notte.

Mi dicono: “i tempi chiamano per nuovi immaginari”. “Bisogna immaginare un mondo libero”, o perlomeno “di rispetto reciproco”; senza violenza, o perlomeno con “quella necessaria a far la pace”; senza soldi, o perlomeno con quelli che “purtroppo servono a campare”; senza culture, o perlomeno solo “quelle che evidentemente esistono”; senza impatto ambientale, o perlomeno “quello indispensabile a vivere bene”.
Io immagino, e vivo, anche senza i perlomeno. Me ne sto qui, a “rinunciare ai miei privilegi”, e aspetto, col cerino in mano, in attesa che chi parla, faccia. L’ermetista non ha fretta, mi dico.

Di che si immagina in questo secolo, in questo spigolo di occidente?

Distopie tecnologiche. Ma… ancora? Sono sorpresa che dopo un secolo di science-fiction, e due di science in generale, ci sia ancora altro da dire. Sulle pareti della caverna ho visto ombre con l’esatta forma delle cose di fuori, che ci manca solo di brillare invece che coprire. Non penso di poter scrivere meglio di dick, bradbury o asimov, e tra loro manco saprei scegliere. “Bisogna immaginare”, insistono.

Mi avete sfidata, o scocciata, o entrambe le cose. Ecco che è tornato il dubbio: “forse, sto sbagliando”. Il mio preferito.

L’avete voluto voi.

Io mi immagino il mondo come un grande oceano invisibile. Un oceano di notte, un mare di dirac, un vuoto siderale di buchi neri immersi in un pieno di energia occulta.
Io mi immagino su una piccola zattera, un piccolo disco volante, e sporgendomi mi dico: non so prevedere come cambieranno le onde, neanche tra ora e adesso.

Io mi immagino… io sono, perdio.

Io sono una piratessa da zattera alla deriva, con dodici pistole e un sacco di salsedine dentro alle orecchie. Chi sei tu che ti accosti? Ma come osi, non mi temi?

Giuro: fai un altro passo e sparo.

Ti sparo che tutta la vita sono stata solo sulle zattere, o a mare. A volte a mare ci casco, corpo di mille balene, perché sono imbranata. A volte mi tuffo, perché sono nata nel mentre che mia madre, che ha la fobia dell’acqua alta davvero, era nell’acqua metaforica ad annaspare. Allora ancora oggi, spesso, salto dalla zattera e nuoto all’impazzata, forse per abitudine, forse per natura. Mi tiene in forma, sai? Posso nuotare per mesi interi, nonostante il (o forse grazie a) tutto il rum che mi scolo. Quando sono stanca mi giro per guardare quanto mi sono allontanata, ma è sempre come se non avessi mai nuotato, o avessi nuotato in tondo, o come se la zattera mi fosse legata in vita e mi seguisse. Tu come te la spiegheresti? A me questo riempie di dubbi, e di salsedine.

Tu credi nei porti? Hai mai sbarcato sulla terraferma? Bang! Colpo di avvertimento.

Io ho sbarcato più volte. In segreto, chiaramente, perché la pirateria non è ben vista. Ho visto città, strade, campagne, feste, violenze, animali e ogni altra cosa strabiliante. Le cicatrici me le faccio tutte così, andandomele a cercare sulla terraferma. Una cosa che non ho mai fatto è salire su una montagna, davvero davvero, ma ogni volta che son sbarcata ho fatto l’amore, e bevuto, e studiato, e ballato, così tanto, ma così tanto, che nell’impazzare delle notti finisce sempre che mi risveglio sul molo.

A te piace fare l’amore? Bang! Questo te l’avrei puntato al cuore, ma sono strabica.

Io, quando sbarco, voglio dimenticare il mare, e solo l’odore intenso della salsedine mi ci riporta, se mi prende ubriaca e persa tra i bordelli. O meglio, non voglio dimenticare proprio il mare, piuttosto scordarmi di non aver attraccato alla terraferma ma a un’enorme zattera. Corpo di mille plot-twist!

Tu credi davvero nella terraferma? Bang! Muovi quei piedi, balla per me!

A me piace molto legare le zattere tra loro per fare zattere più grandi. Alla mia aggiungo le assi che la corrente mi porta. La carpenteria non è quello che so fare meglio, assolutamente, in parte perché ho un uncino al posto della mano sinistra, come vedi, e poi anche perché io voglio solo una grande zattera, non una zattera che sembri la terraferma. Mi sembra che chi non è pirata voglia fare zattere che sembrino altro, non so perché. Tu sei pirata, sotto quella pelle? Ti piacciono le zattere, o ti piacciono le bugie? Aspetta, arriva un’onda.

Com’è facile controbilanciare la zattera! Bang! Questo è per fartela andare a picco.

Così quadrata, cosi intuitiva. Chissà come fa chi si costruisce la zattera come uno yacht lunghissimo, o un catamarano tutto corde e timoni. Devono sia muoversi come se avessero un timone, sia accomodare davvero la zattera. Forse è anche per questo che mi piace attraccare alle grandi chiatte. Sono pericolose, ma divertenti. Si capovolgono per i motivi più strani, ad esempio arriva l’onda da un lato ma tuttə si fanno trovare sparpagliate, non sanno dove correre, si scontrano, si spingono, e alla fine l’onda butta tuttə a mare, e solo chi ha abbandonato subito la zattera non si bagna.

Tu credi nelle scialuppe di salvataggio? Bang! Per bucarti le mani, così che ti sfugga la scotta.

Fare grandi zattere. Divertente! Per me è più facile conoscere persone e fare esperienze così: costruendo insieme, dormendo insieme, mangiando insieme, cullata dalle onde, più che sbracciando e annaspando in acqua, o facendo a botte coi marinai da terraferma. Forse costruisco zattere per conoscere le persone, più che viceversa. Le enormi chiatte non vengono cullate dalle onde, bisogna inventarsi l’altalena e salirci. Che strano!

Hai visto quella flotta di terra che fa rotta verso la “terra delle barche possibili”? Bang! La fuliggine negli occhi per accecarti, antica tecnica della pirateria a salve.

E stanno li a correre e ad altalenarsi sulla chiatta. Ma perché non tornano sulle zattere, tu lo sai? Non vogliono sentire le onde? A volte mi metto a rincorrerlə, zoppicando, per chiedere che fanno, che immaginano. Da quelli sulle altalene ricevo sempre le stesse risposte. “Dondoliamo”. “Immaginamo la terra delle barche possibili”, “Pianifichiamo la rotta”. Ma davvero c’è bisogno di tutto questo dondolare, tutto questo pensare? Io non ne ho bisogno per vedere che le zattere possono essere allargate, legate insieme, e rese ospitali abbastanza da non avere desiderio di terraferma.
Non so come aiutare. Io so solo le storie che ho vissuto, come quelle che ti ho sparato finora, che sono tutte vere. Non come le storie di pesca. La mia immaginazione è limitata alla dolce e dura realtà della zattera, ferma e ondeggiante, equilibrabile e allargabile. Io vorrei aiutare, ma non riesco a prevedere il mare che cambia tra ora e adesso per tracciare quale rotta, per quale terraferma, se pur esiste. Io nella mia vita ho visto solo zattere e mare.

Per fortuna che, anche così conciata con la gamba, ci sono persone, come te, che non si fanno rincorrere sulla plancia, ma si siedono educatamente, e si fanno sparare.

Bang bang bang!

Non avvicinarti: fa’ un altro passo e ti amo.

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Outlier

Pezzente, andavo semi-regolarmente dalla casa popolare al dipartimento di psicologia comportamentale dietro l’angolo per essere testata in cambio di vile denaro.

I test duravano ore, tutti al computer, tutti varianti più o meno articolate di partite a turni di incentivi economici cooperativi/competitivi.

Questo è una specie di banca: a ogni turno, cinquanta persone decidono individualmente se guadagnare poco e redistribuire, o guadagnare di più e non redistribuire.

Io condivido sempre. Dopo i primi turni siamo già pochi; dopo una decina siamo io e numero 13 contro il mondo. Inizio a fantasticare di finire la sessione e provare a chiedere di mostrarsi. Dopo quindici turni rimango da sola.

Rimango da sola per un altro centinaio di turni. Per un tempo infinito, ostinata, in fondo alla lista, tra l’addormentata e il dissociata nel task che richiedeva solo un click, e tre minuti di attesa; un click, e tre minuti di attesa; a condividere sistematicamente, in religioso anonimato e laboratoriale silenzio, con 1 fantadollaro in tasca.

Qual è la lezione per la scienza? Qual è per i restanti quarantanove?

Qual è per me?

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Dimonios

so they were seen, so they showed themselves
piccole genti in maschere di merda
and coats of mutton.

They hid behind giants of stone
and miniatures of aliens.

Chentu concas chentu berritas
protected by the horns of the deer, the truth-learner:
with no skull of ram, with no coat of boar
horns are for rituality, legs are for fleeting:
always in solidarity,
the second-thinker and the fast-runner.

War was a carnival:
mutes bearing a hundred bells and singers in choirs
centered in a hurdle of androgynous,
devils and possessed,
intertwined the metrics of their villages
matching the different truths on their edges,
manifesting the whole truth as one.

The axe on the cranium splits the Cosmos in clean halves.

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Ernia – U2

sai ieri tornando a casa

ero nel controviale condiviso bici/auto a 20km/h (sai cos’è?)

e una piccola macchinina mi supera, mi rallenta davanti

mi fa “beep beep” col clacson e sfreccia via

e tipo io mi piscio addosso questa cosa di beep beep io la vorrei fare in bici ci penso sempre

ma anche a piedi. io mi identifico molto sia in beep beep che in will e. coyote

insomma esce dal controviale e si infila tra gli abitati

gli do la caccia.

pedalo come una dannata, e quella mi sembra lo faccia apposta, che mi aspetti lungo la strada, che rallenti per prendermi in giro

dopo tre svolte si incaglia in un rosso lunghissimo e io da 50 metri non so perché me la prendo comoda, ottimista che il verde non stia per scattare

mi faccio affianco all’auto. è un ragazzo nero di 30-35 anni anche abbastanza malconcio, l’auto dentro anche, non riesco a immaginarmi chi o cosa sia

mi guarda sbalordito e mi fa tipo “ma sei la bici di prima? fino a qui?”

“si sono io”

la strada è vuota

brucio il rosso

chi ha fatto il cartone animato non poteva non sapere che i coyote sono più veloci dei roadrunner

will e. coyote si lasciava prendere dalle soluzioni facili, beepbeep vinceva con l’immaginazione di scamparsela

prima appunto ho visto un incidente, un tizio col macchinone ha travolto di traverso un’altra auto e quegli altri tre son rimasti sul lato, chiusi dentro.

Mi sono avvicinata con un altro ciclista, terrorizzata, aspettandomi morti o feriti gravi. che scoppiasse tutto. L’autista travolgente era dentro, incazzato e sanguinante, e sembrava uno stronzo, e diceva cose da stronzo. L’altra auto stavano già chiamando i soccorsi da dentro. quello al volante lucido, la passeggera era catatonica, dietro non vedevo.

Si avvicinano altre persone, si fermano le macchine, inizia un sopralluogo popolare. Io penso di aiutare lo stronzo ad uscire. È molto alto e muscoloso, sulla 45, attire da pappone, lo giudico molto. mi zoppica un po’ addosso, poi si stacca, e non fa altro che ripetere cose da persona confusa o colpevole, o comunque da stronzo.

Lo invito a sedersi più volte ma deve per forza andare a quell’altri, che stanno orizzontali, che guidano di merda. Questo fa incazzare un’altra alcolizzata alla guida, scesa per premura, che fa per mettersi a discutere con lo stronzo, sicché devo tenere a bada entrambi, e questa cosa inevitabilmente si fa col corpo, frapponendosi, spingendo, parlando all’orecchio, invitando.

devo essere donna e uomo allo stesso tempo, e devo anche fare qualcosa, sicché le scelte sono tante, tutte difficili.

Parlo con gli orizzontali. Chiedo se hanno bisogno di qualcosa, magari dell’acqua. Se non altro, aiuta a calmarsi. Quella catatonica si ingegna tutta per tirare fuori una bottiglietta e fa come per passarmela dallo sportello dell’autista. “dicevo per voi. per voi. per te”. dopo un po’ capisce e beve. è la prima che hanno tirato fuori, a quel punto sono andata via, ma ho sbagliato direzione del viale, e quindi ci sono ripassata, e poi ho inseguito beep beep, e ci sono ripassata, sicché per fare mezz’ora di bici sono rimasta fuori due ore.

e per non fare torto al vero metto insieme le due storie perché sono successe nello stesso viale, alla stessa persona, nello stesso viaggio di ritorno, e passerò una vita a studiarmele nella testa.

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Esperimenti consigliati

  • Digitare cose profonde, tipo “dio”, “hermes” o qualsiasi cosa che si ritiene serio, nella barra di google, e vedere se c’è più serietà o capitalismo nei suggerimenti
  • Accarezzarsi o baciarsi da sole, per il gusto di volersi bene e perché non ci dovrebbe mai essere il motivo per negarselo
  • Cucinare una volta con “il massimo amore e la massima cura possibili”
  • Pensare al mondo e alla vita, una volta e molto a lungo, e alla stessa maniera
  • Dirsi una volta per tutte quello che si pensa sinceramente
  • Fare una volta per tutte quello che si pensa sinceramente
  • Stare un po’ senza social per scelta, non per sofferenza
  • Guardare spesso il cielo
  • Chiedere indicazioni a voce
  • Uscire di casa senza telefono
  • Stare abbracciate senza che la situazione lo richieda
  • Guardarsi allo specchio finché non ci si vuole bene davvero
  • Parlare con chi sta lavorando come se fossero persone come quelle con cui si parla fuori dal lavoro
  • Praticare un’arte da sole credendoci il più possibile
  • Amare una persona sconosciuta solo a guardarla
  • Praticare un’arte in compagnia credendoci il più possibile
  • Portare una torta senza che la situazione lo richieda
  • Cercare su internet la questione che si ritiene più importante al momento
  • Parlare con qualcuno della questione che si ritiene più importante al momento
  • Perdonarsi all’inizio e non alla fine del conflitto
  • Parlare con le persone in fila
  • Scrivere una volta il pensiero o i pensieri più belli che si riescono a pensare, per quanto brevi e semplici
  • Fidarsi di qualcuno
  • Farsi ispirare
  • Ispirare qualcuna
  • Studiarsi e smorfiare allo specchio da capo
  • Guardarsi negli occhi, guardare nello specchio, sentire il brivido
  • Pensare alla vita e alla morte
  • Prendersi cura di un essere vivente con “il massimo amore e la massima cura possibili”
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On whatever this is

Nothing made much sense to me until i figured i had “those experiences”, and i understood i had those all my life when i eventually had a really intense one.

I see how one could decline such events as religious, spiritual, cosmic, artistic or else, and i imagine the impact this can have, both personally and socially, much like the risks implied in both. Thus, i have no prospects of social action related to these experiences beyond those of informing my pro-sociality of their contents, and i like this idea a lot.

I can imagine a lot of people could have been doing the same, as the theme of “seeing the same truths, and getting to the same conclusions” is pretty common when talking about this subject, so i imagine that people with a relation to it could be in any number at any given time, in any given context, and with any kind of knowledge about it.

To me it is very unclear how prevalent this is because, now that i talk about it, i find people that share these experiences, and i wonder where they all were before. Maybe i wasn’t in the situation i could understand when told about it, maybe i didn’t want to hear about it, or maybe i wasn’t open to some kinds of interpretation, so i refused the symbol together with the idea.

Also, i think a lot of people (maybe most) feel like i feel now as their normal condition, hence they don’t even need to think much of it. That must be why so many people are nice in general.

I always tried to inform my life of my morals, philosophy and politics and knowledge, so i think i want to welcome this new aspect and add it to the others. I also think it’s exciting, and on par with, and aligned to, a lot of ideas and habits i already had to begin with, and that much makes sense, even just in the sense that i’m the same person thinking about this, lmao.

I don’t know where any of this goes, and it is kind of scary, but it is also very much pleasing and fascinating, and it’s helping me with enjoying arts and people, so yeah i think i’ll stick to it for a while and see. :p

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