Da quando sono nata non faccio altro che vivere, e questo è un bel problema.
Ogni giorno mi sveglio e mi chiedo il senso di essere qui, e che dovrei farmene. Mi chiedo com’è fatto il mondo, di cosa è fatto, come funziona, e perché. Sono fatta così, di soli dubbi, e questo modo di stare al mondo ha un sacco di nomi e declinazioni. A me piace dire: ermetista; o ingenua.
Queste cose me le sono sempre chieste sia di giorno, sia la notte, e questo mi ha fatta notare che dubbio e sogno, tra loro, si scannano. Quando, in situazioni di politica, mi trovo con persone che mi invitano a sognare, non so che pesci prendere. Non sono pronta per questa conversazione, e non lo sarò mai. Vivere, per me e per descartes, alla meglio è dubitare, e dubbio e sogno insieme non stanno. Il dubbio ha solo regole, i sogni solo libertà. I miei pensieri hanno quindi tutti, irremidiabilmente, la forma obbligata del dubbio, e nient’altro. Diversamente da sogni colorati di meraviglie, somigliano alla caverna di platone, al matrix delle wachowski, al panpsichismo quantistico, stranezze così, in scala di grigi. Rimango fregata dal pensare solo al dubbio, come socrate, bruno, stirner, schroedinger e zizek, una ciurma di pariah insopportabilmente polemica, e con problemi a dormire la notte.
Mi dicono: “i tempi chiamano per nuovi immaginari”. “Bisogna immaginare un mondo libero”, o perlomeno “di rispetto reciproco”; senza violenza, o perlomeno con “quella necessaria a far la pace”; senza soldi, o perlomeno con quelli che “purtroppo servono a campare”; senza culture, o perlomeno solo “quelle che evidentemente esistono”; senza impatto ambientale, o perlomeno “quello indispensabile a vivere bene”.
Io immagino, e vivo, anche senza i perlomeno. Me ne sto qui, a “rinunciare ai miei privilegi”, e aspetto, col cerino in mano, in attesa che chi parla, faccia. L’ermetista non ha fretta, mi dico.
Di che si immagina in questo secolo, in questo spigolo di occidente?
Distopie tecnologiche. Ma… ancora? Sono sorpresa che dopo un secolo di science-fiction, e due di science in generale, ci sia ancora altro da dire. Sulle pareti della caverna ho visto ombre con l’esatta forma delle cose di fuori, che ci manca solo di brillare invece che coprire. Non penso di poter scrivere meglio di dick, bradbury o asimov, e tra loro manco saprei scegliere. “Bisogna immaginare”, insistono.
Mi avete sfidata, o scocciata, o entrambe le cose. Ecco che è tornato il dubbio: “forse, sto sbagliando”. Il mio preferito.
L’avete voluto voi.
Io mi immagino il mondo come un grande oceano invisibile. Un oceano di notte, un mare di dirac, un vuoto siderale di buchi neri immersi in un pieno di energia occulta.
Io mi immagino su una piccola zattera, un piccolo disco volante, e sporgendomi mi dico: non so prevedere come cambieranno le onde, neanche tra ora e adesso.
Io mi immagino… io sono, perdio.
Io sono una piratessa da zattera alla deriva, con dodici pistole e un sacco di salsedine dentro alle orecchie. Chi sei tu che ti accosti? Ma come osi, non mi temi?
Giuro: fai un altro passo e sparo.
Ti sparo che tutta la vita sono stata solo sulle zattere, o a mare. A volte a mare ci casco, corpo di mille balene, perché sono imbranata. A volte mi tuffo, perché sono nata nel mentre che mia madre, che ha la fobia dell’acqua alta davvero, era nell’acqua metaforica ad annaspare. Allora ancora oggi, spesso, salto dalla zattera e nuoto all’impazzata, forse per abitudine, forse per natura. Mi tiene in forma, sai? Posso nuotare per mesi interi, nonostante il (o forse grazie a) tutto il rum che mi scolo. Quando sono stanca mi giro per guardare quanto mi sono allontanata, ma è sempre come se non avessi mai nuotato, o avessi nuotato in tondo, o come se la zattera mi fosse legata in vita e mi seguisse. Tu come te la spiegheresti? A me questo riempie di dubbi, e di salsedine.
Tu credi nei porti? Hai mai sbarcato sulla terraferma? Bang! Colpo di avvertimento.
Io ho sbarcato più volte. In segreto, chiaramente, perché la pirateria non è ben vista. Ho visto città, strade, campagne, feste, violenze, animali e ogni altra cosa strabiliante. Le cicatrici me le faccio tutte così, andandomele a cercare sulla terraferma. Una cosa che non ho mai fatto è salire su una montagna, davvero davvero, ma ogni volta che son sbarcata ho fatto l’amore, e bevuto, e studiato, e ballato, così tanto, ma così tanto, che nell’impazzare delle notti finisce sempre che mi risveglio sul molo.
A te piace fare l’amore? Bang! Questo te l’avrei puntato al cuore, ma sono strabica.
Io, quando sbarco, voglio dimenticare il mare, e solo l’odore intenso della salsedine mi ci riporta, se mi prende ubriaca e persa tra i bordelli. O meglio, non voglio dimenticare proprio il mare, piuttosto scordarmi di non aver attraccato alla terraferma ma a un’enorme zattera. Corpo di mille plot-twist!
Tu credi davvero nella terraferma? Bang! Muovi quei piedi, balla per me!
A me piace molto legare le zattere tra loro per fare zattere più grandi. Alla mia aggiungo le assi che la corrente mi porta. La carpenteria non è quello che so fare meglio, assolutamente, in parte perché ho un uncino al posto della mano sinistra, come vedi, e poi anche perché io voglio solo una grande zattera, non una zattera che sembri la terraferma. Mi sembra che chi non è pirata voglia fare zattere che sembrino altro, non so perché. Tu sei pirata, sotto quella pelle? Ti piacciono le zattere, o ti piacciono le bugie? Aspetta, arriva un’onda.
Com’è facile controbilanciare la zattera! Bang! Questo è per fartela andare a picco.
Così quadrata, cosi intuitiva. Chissà come fa chi si costruisce la zattera come uno yacht lunghissimo, o un catamarano tutto corde e timoni. Devono sia muoversi come se avessero un timone, sia accomodare davvero la zattera. Forse è anche per questo che mi piace attraccare alle grandi chiatte. Sono pericolose, ma divertenti. Si capovolgono per i motivi più strani, ad esempio arriva l’onda da un lato ma tuttə si fanno trovare sparpagliate, non sanno dove correre, si scontrano, si spingono, e alla fine l’onda butta tuttə a mare, e solo chi ha abbandonato subito la zattera non si bagna.
Tu credi nelle scialuppe di salvataggio? Bang! Per bucarti le mani, così che ti sfugga la scotta.
Fare grandi zattere. Divertente! Per me è più facile conoscere persone e fare esperienze così: costruendo insieme, dormendo insieme, mangiando insieme, cullata dalle onde, più che sbracciando e annaspando in acqua, o facendo a botte coi marinai da terraferma. Forse costruisco zattere per conoscere le persone, più che viceversa. Le enormi chiatte non vengono cullate dalle onde, bisogna inventarsi l’altalena e salirci. Che strano!
Hai visto quella flotta di terra che fa rotta verso la “terra delle barche possibili”? Bang! La fuliggine negli occhi per accecarti, antica tecnica della pirateria a salve.
E stanno li a correre e ad altalenarsi sulla chiatta. Ma perché non tornano sulle zattere, tu lo sai? Non vogliono sentire le onde? A volte mi metto a rincorrerlə, zoppicando, per chiedere che fanno, che immaginano. Da quelli sulle altalene ricevo sempre le stesse risposte. “Dondoliamo”. “Immaginamo la terra delle barche possibili”, “Pianifichiamo la rotta”. Ma davvero c’è bisogno di tutto questo dondolare, tutto questo pensare? Io non ne ho bisogno per vedere che le zattere possono essere allargate, legate insieme, e rese ospitali abbastanza da non avere desiderio di terraferma.
Non so come aiutare. Io so solo le storie che ho vissuto, come quelle che ti ho sparato finora, che sono tutte vere. Non come le storie di pesca. La mia immaginazione è limitata alla dolce e dura realtà della zattera, ferma e ondeggiante, equilibrabile e allargabile. Io vorrei aiutare, ma non riesco a prevedere il mare che cambia tra ora e adesso per tracciare quale rotta, per quale terraferma, se pur esiste. Io nella mia vita ho visto solo zattere e mare.
Per fortuna che, anche così conciata con la gamba, ci sono persone, come te, che non si fanno rincorrere sulla plancia, ma si siedono educatamente, e si fanno sparare.
Bang bang bang!
Non avvicinarti: fa’ un altro passo e ti amo.